lug 30 2010

HOLIDAY FOR ALL L’UNIVERSO DELLE VACANZE PER TUTTI!

Tag: Turismo accessibilelucio @ 1:37 pm

Cari amici di Liguriaccessibile, è nato un nuovo sito tutto da navigare.
Si tratta di un mondo da esplorare, per scoprire le vacanze accessibili a tutti.
L’idea, è nata allo staff di “Diversamenteagibile” (http://www.diversamenteagibile.it/), un blog nel quale vi sono segnalazioni di viaggi accessibili a tutti.
Holiday for all, e un universo ancora più grande, per dimostrare che non vi sono limiti che si possono frapporre tra noi, nel goderci tutte le forti emozioni che una vacanza sa regalare!
Per questo noi della redazione di Liguriaccessibile, vi presentiamo questo nuovo portale, che ci ha segnalato appunto lo staff di Diversamenteagibile.
Quindi ti consigliamo di andare su:
http://www.holidayforall.it/
e scoprirai, un mondo di emozioni da vivere non solo con la mente ma per davvero!
Consulta le offerte di questo portale, e prenota le tue nuove emozioni!


lug 30 2010

CON JOèLETTE SI VA Sù PER LA MONTAGNA

Joèlette, è una carrozzina speciale.
Infatti la stessa, consente anche ai disabili motori, di assaporare l’ebrezza di una escursione in montagna.
Poter farsi una passeggiata a certe altitudini, ora sarà finalmente realtà.
Se vuoi ulteriori info in merito, leggi l’articolo che trovi su:
http://www.oltrelebarriere.net/3727/a-sondrio-e-stata-ideata-una-nuova-carrozzina-per-escursioni-in-montagna-utile-per-i-disabili/
Oppure vai su:
http://www.disablog.it/2010/07/27/una-speciale-carrozzina-per-i-disabili-in-montagna/


lug 29 2010

Quando lo sport abbatte ogni barriera

Tag: Interviste, Sportpatrizia @ 12:09 pm

Leggendo questo articolo,ho subito associato la forza e la determinazione di questo ragazzo, a quella del nostro amico Mirko!

Infatti, come avrete gia avuto modo di leggere sul nostro blog, Mirko è un grande sportivo e un gran lottatore per la difesa dei diritti delle persone con difficoltà. È sempre in prima linea, non solo quando è in una gara di okey in carrozzina, ma anche quando deve rivendicare un suo sacrosanto diritto di poter tranquillamente muoversi in strada, senza dover incontrare ostacoli di ogni genere, fisici e mentali!

Sono le persone come William e Mirko, che danno un esempio fantastico di come lo sport e il coinvolgimento in molteplici interessi, aiutino a combattere l’emarginazione e la solitudine che molto spesso travolgono le persone disabili.

SuperAbile.it del 29-07-2010

William Russo, il sergente di ferro della scherma azzurra

Punta di diamante della nazionale di scherma in carrozzina, William Russo si racconta: lo sport, la scherma in carrozzina, le vacanze mancate, la disciplina

ferrea, lo studio, la vita privata. E la spada, il solo immenso amore che non l’ha tradito, regalandogli medaglie di caratura mondiale

ROMA. Ha 33 anni, William Russo, siciliano di Palermo, colori scuri, sguardo intenso e fiero tipico della sua terra. E tanta vita alle spalle, pur con

un’età anagrafica ancora relativamente bassa. Ha una tetra paresi spastica sin dalla nascita, causata da un danno cerebrale che provoca disfunzioni, nel

suo caso, del linguaggio e della mobilità degli arti. Una condizione, questa, che però non ha posto limiti ai suoi tanti obiettivi, sportivi e personali.

Agli osservatori più attenti delle cronache paralimpiche, il suo nome non sarà sconosciuto: perché William, talento della scherma in carrozzina, ha vinto

tanto, in quasi tutte le competizioni internazionali che l’hanno visto scendere in pedana ed ancorarsi alla carrozzina. Uno sport statico per definizione,

la scherma paralimpica, ma, nel suo caso, la carrozzina è un trampolino per tuffare lontane le braccia, velocissime e precise, e fare stoccate vincenti.

Ultimo atto, due giorni fa, l’oro alla Coppa del Mondo di Varsavia nella spada, la sua preferita (“solo perché è la prima arma che ho praticato”, dice)

condito da un bronzo nel fioretto, “con cui tiro da meno tempo però”, che fa salire alle stelle la sua soddisfazione.

Nella vita di William lavoro e studio occupano una parte importante. Dopo le superiori si è iscritto alla Facoltà di Chimica: “Mi mancano 8 materie, ed

è fatta”, poi lavora in una azienda di telecomunicazioni. L’amore? “Hmm…è meglio cambiare capitolo”, dice, perché è stato sposato ed ora è separato,

e molto c’entra `un’amante’ ingombrante, la scherma appunto.

E’ una passione travolgente, un amore dichiarato che riempie la sua vita, e che ora che è estate, e tutti pensano al meritato riposo, non consente altre

vacanze, “già la trasferta di Varsavia lo è stata. E le ferie vanno conservate per i prossimi Mondiali di Parigi, a novembre, ed eventuali raduni che li

precederanno. Quindi, niente vacanze”.

Tutta disciplina, William Russo, quella che, andando a ritroso nel suo palmares, ha fruttato 6 ori in coppa del mondo, tutti nella spada, più un argento

mondiale, due europei. Quel che conta, però, non è la somma, è la volontà caparbia che sta dietro.

Come si diventa campioni di scherma a Palermo (è tesserato con la Pol. Voglia di Vivere, ndr), in un sud che spesso è accusato di offrire poco agli sportivi

disabili?

“Nel mio caso, Palermo mi ha offerto tanto. Sin dalla scuola, dove ho cominciato a fare sport. Prima ho praticato l’atletica leggera e il tennistavolo,

poi, 7 anni fa, l’incontro con la scherma in carrozzina, al CASP (Centro Avviamento allo Sport Paralimpico) della mia città. Mi sono seduto, ho provato

e ho voluto continuare”.

Fino al 2005, quando Fabio Giovannini, Responsabile Tecnico degli azzurri, lo nota e lo porta con sé in Nazionale. Da allora, comincia un’avventura ai

piani alti della scherma, dal futuro già scritto

“Devo dire che ho un grande maestro che mi segue, a Palermo, Massimo La Rosa, e anche Fabio ha notato grandi miglioramenti e progressi, da cinque anni

a questa parte. Credo sia soddisfatto, e ogni volta si raccomanda di continuare ad allenarmi, sempre”.

Quanto impegno richiede, prepararsi ad una Coppa del Mondo?

“Di norma sono in palestra tre volte a settimana. A ridosso dell’evento, però, mi alleno tutta la settimana”.

La tua scaramanzia, se ce l’hai, e come festeggi dopo i tuoi successi?

“Ho un guanto che è il mio amuleto. Sempre lo stesso, da sette anni. Un po’ usurato, ma guai a chi me lo tocca. Poi fumo una sigaretta a pochi minuti dalla

discesa in pedana. Dopo aver vinto, si beve qualcosa, ma nulla di speciale, perché il giorno dopo ci sono altre gare e bisogna stare in sesto”.

Un messaggio a tutti i ragazzi disabili

“Fate sport, aiuta tanto. A socializzare, ad uscire da casa, soprattutto. A trovare un sacco di amici. A viaggiare, conoscere il mondo e aprire la mente”.

Un augurio che fai a te stesso? Magari partecipare a Londra 2012, sarebbe la tua prima volta…

“Neanche per sogno, non ci penso a Londra. Adesso penso solo ai Mondiali di Parigi e a far bene. Poi si vedrà”.

Cauto, modesto, rigoroso. Non sbaglia una risposta, William sergente di ferro, che procede a ritmo di marcia verso il prossimo successo sportivo. Anche

se qualche sbaglio è capitato anche a lui, che dice: “Di sicuro, la prossima donna dovrà amare la scherma”, quanto lui. E comunque è presto: in amore,

per William, ancora per un po’ è tempo di stare in guardia. (A cura del Cip)


lug 27 2010

Un viaggio alla scoperta del nostro cervello

Tag: Intervistepatrizia @ 11:12 am

Non è fantascienza, ma realtà e il protagonista di questa nuova avventura alla scoperta di un mondo ancora tanto sconosciuto, è proprio un italiano, tra i massimi esperti al mondo del cervello umano.

Questo articolo è stato preso dal Giornale di Merate del 26-07-2010

Uno dei massimi esperti nella cura del cervello ci racconta le sue ricerche

CARVICO. Il cervello è la sua passione, e tanto ha fatto e sta facendo per conoscerlo meglio e curarlo in modo adeguato. Il professor Giancarlo Comi ,

nato a Carvico (Bg) 62 anni fa, è primario di Neurologia al San Raffaele di Milano e ha partecipato a rendere l’istituto fondato da don Luigi Maria Verzè

uno tra i migliori al mondo. Ultimo tassello, in ordine temporale, di questa avventura è l’inaugurazione, avvenuta mercoledì 14 luglio, del Magics Center.

Ce ne vuole parlare? Magics, che sta per magnetic intracerebral stimulation, è un nuovo sistema in grado di produrre delle stimolazioni delle cellule profonde

del cervello. Così facendo siamo in grado di modificare la funzione di determinate aree, producendo benefici, ad esempio migliorando il recupero in persone

con paralisi conseguenti a ictus oppure migliorare la vita di pazienti che soffrono di Parkinson.

Ma come funziona? Rinforza il meccanismo di comunicazione tra le cellule. Tutto questo sta aprendo una prospettiva del tutto nuova nella cura di alcune

malattie neurologiche che potranno essere trattate non più solo con farmaci, ma anche con stimoli fisici. Quando noi diamo una medicina questa ha effetti

su tutto il cervello, anche in zone dove non servirebbe, ma associando la stimolazione fisica a quella chimica possiamo avere una maggiore efficacia, possiamo

usare dosi minori di farmaco con maggiore effetto sulla zona desiderata.

Nella pratica in cosa consiste questa metodologia? Un casco con al suo interno una serie di spire che producono degli stimoli in profondità sul tessuto

cerebrale.

Entriamo nella fantascienza. Ma siamo solo all’inizio di questa storia. Il nostro è il secondo centro al mondo e il primo in Europa. Esclusivamente di

ricerca, metteremo a punto indagini necessarie per verificare l’efficacia di questa stimolazione.

Questo nuovo centro è all’interno dell’Inspe. Sì, dell’Istituto di Neurologia Sperimentale del San Raffaele, che ho fondato nel 2004, dove lavorano un

centinaio di ricercatori, tra medici, tecnici, biologi, fisici. Tra i suoi scopi c’è la messa a punto di nuove terapie nell’ambito delle malattie infiammatorie

del sistema nervoso, in particolare la sclerosi multipla di cui mi occupo da 30 anni, e di malattie neurodegenerative. Collaboriamo con una rete di ricerca

internazionale e le case farmaceutiche, testiamo terapie prodotte da altri e ne produciamo di nostre. In questo momento stiamo studiando l’uso di cellule

staminali neurali nella sclerosi multipla, o l’impianto di piccole protesi per facilitare la ricrescita di nervi sezionati.

E’ difficile fare ricerca in Italia? Oggi per fare ricerca in modo efficiente non basta più solo essere buoni medici e scienziati, ma è necessario saper

relazionarsi e trovare risorse: quelle pubbliche sono limitate, quindi bisogna essere in grado di integrare con altre sorgenti.

Ad esempio? Riceviamo un forte aiuto dalle associazioni. La più antica è l’Acesm, che ci supporta nel finanziamento per la ricerca nella sclerosi multipla,

attiva da più di 25 anni. L’ultima arrivata è la Fondazione Maria Teresa Parea Uva, che nasce grazie al dottor Alberto Uva, la cui madre è deceduta per

una grave malattia neurodegenerativa, così ha deciso di portare avanti queste ricerche, infatti è uno degli sponsor principali del nuovo centro Magics.

Un altro aiuto lo riceviamo da Boscolo Hotel, la prestigiosa catena alberghiera, che ci sostiene devolvendo un euro per ogni persona che entra in una qualsiasi

delle loro 3.000 camere in Europa.

E buoni ricercatori ci sono? Abbiamo creato apposta un dottorato di neurologia sperimentale come fucina di nuovi ricercatori: in questo momento ci sono

in formazione 35 dottori di ricerca, provenienti da tutto il mondo. Sono 3 anni di formazione nei laboratori di ricerca, un anno lo devono passare all’estero

per venire a contatto con altre realtà della ricerca.

Lei come ha iniziato? Ho fatto i primi passi di accostamento alla neurologia nell’Ospedale di Merate, in provincia di Lecco, dove sono stato un paio d’anni

come studente; poi mi sono spostato al Policlinico di Milano, dove mi sono laureato nel 1973 e nel 1974 sono arrivato al San Raffaele. L’intero istituto

aveva 210 letti, 30 dei quali in neurologia. Nessuno immaginava che sarebbe diventato il primo in Italia e in Europa. Molti mi dissero che ero matto perchè

lasciavo l’ospedale più prestigioso, il Policlinico, per andare alla periferia della città . In realtà fu una vera fortuna incontrare don Verzè, un uomo

geniale, capace di precedere gli sviluppi della medicina, sempre avanti agli altri. Crebbi insieme all’istituto.

Grandi soddisfazioni, quindi. Sì, certo. Mi sono occupato del principale farmaco per la sclerosi multipla e sono stato il primo a sostenere che la terapia

deve iniziare subito senza aspettare che la malattia si manifestasse, è essenziale il trattamento precoce: battere il nemico quando non è ancora forte.

Sono stato anche presidente della Società Europea di Neurologia, il massimo privilegio per un neurologo, e sono fino al 2012 presidente eletto della Società

Italiana di Neurologia. Ma qualsiasi successo della mia carriera dipende anche dalla meravigliosa equipe di persone che ho messo insieme, fortemente motivate

e innamorate della loro quotidianità . E devo ringraziare i miei genitori per avermi dotato di una resistenza fisica alla fatica che mi ha consentito di

navigare in acque non sempre facili.

Ma ha sempre voluto fare il medico? Non so, ma ricordo molto bene un episodio di quando avevo 5 anni. Mia sorella maggiore aveva la polmonite e aspettavamo

il medico del paese. Io ero stato incaricato di stare alla finestra per avvistare il dottore che aveva trovato delle dosi di pennicillina, eravamo poco

dopo la guerra. Lui arrivò come una specie di cavaliere e lo vidi con una specie di aurea di magia. Non so quanto questo abbia influenzato la mia scelta,

ma se lo ricordo così bene qualcosa deve aver fatto. Poi negli anni di studio nacque un grande interesse per il cervello, fu amore a prima vista che non

mi ha ancora abbandonato.

Lei è nato e vive a Carvico? Sono molto legato al mio paese: stare a Carvico mi rilassa molto, anche se il tragitto ha un suo peso. Oggi è attenuato dalle

quattro corsie della Milano-Bergamo. Il trasbordo, poi, mi serve al mattino per preparare e pianificare la giornata, e alla sera per digerire tutte le

preoccupazioni accumulate.

Hobby o sport? Ho sempre amato molto lo sport, ma la professione mi assorbe molto. Poi ho sempre avuto un vizio, sono molto competitivo, nel senso decubertiano,

credo che la competizione sia il sale della vita, utile alla vita personale e alla società .

La sua professione è un grosso impegno. Uno sforzo fisico per la contemporaneità tra attività clinica e di ricerca, che però mi ha consentito di realizzare

l’idea di medicina traslazionale, di cui si parla tanto oggi: dall’osservazione dei malati cogliere i loro bisogni e le loro esigenze, per trovare in laboratorio

gli strumenti per migliorare la vita del malato. E’ fondamentale la figura del medico-ricercatore. Le nuove sfide della medicina richiedono competenze

tecnologiche sempre più avanzate.

E voi siete all’avanguardia. Il nostro istituto riesce a portare al malato i farmaci molto tempo prima che escano sul mercato. Abbiamo competenza e preparazione.

Serve una sana competizione tra ospedali, nel senso migliore del termine, necessaria per la qualità . Bisogna passare da un’assistenza pietistica a un’alta

competenza tecnica: non ci interessa dare solo una pacca sulla spalla per dare coraggio, ma curare.

La specializzazione è importante? Oggi il progresso della medicina è così rapido che è impensabile che un medico di base possa essere portatore di tutte

le conoscenze: la medicina è molto specialistica, ma non si deve correre il rischio che questo porti a perdere una visione di insieme, per questo il lavoro

di equipe diventa fondamentale.

Ha figli? Due femmine. La prima, Alessandra , che è sposata e vive a Paderno d’Adda (Lc) è laureata in Economia e si occupa di controllo di gestione. La

seconda, Michela , si è innamorata della ricerca e studia biotecnologie a Milano. Non ha fatto il medico e ne sono molto contento: ognuno deve trovare

la sua strada personale, e fare bene solo con le sue forze.

Ha lasciato molta libertà alle sue figlie? Diciamo che se la sono presa loro. Hanno una madre molto brava, mia moglie Annalisa : devo a lei la loro crescita.

E’ nonno o vorrebbe diventarlo? Non lo sono, ma mi sento senza età , non ho avuto neanche il tempo di pensarci, quando accadrà ci farò i conti.

Cosa pensa della possibilità di vivere fino a 120 anni prospettata da don Verzè? Non c’è dubbio che gli sviluppi poderosi in ambito medico hanno allungato

la durata della vita, ma bisogna stare molto attenti perchè la vita è qualificata dalla capacità di fruirne. Non vorremmo mai, cosa che purtroppo già succede,

che un cervello invecchiasse dentro un corpo sempre più giovane. Lo stesso don Verzè è l’esempio di come la mente possa rimanere lucida a 90 anni. Ma l’allungarsi

della vita ha portato a un aumento delle malattie neurologiche. Va bene prolungare la vita fino a 120 anni ma con un cervello capace per una buona qualità

della vita.

E qui entra in gioco la sua ricerca. Una delle più grandi scoperte è che il cervello non è un organo perenne e immutabile, ma è una massa in evoluzione

continua, non siamo mai gli stessi, cambiamo noi e il nostro cervello, cambia non solo il software ma anche l’hardware, l’esperienza e il mondo plasmano

il cervello anche fisicamente. Questa è la meraviglia più grande del creato, così la vita è meno noiosa, perchè siamo sorpresi da noi stessi. E il casco

può modificare in meglio il cervello. Certo, si aprono scenari con implicazioni etiche: è impossibile modificare senza rischi, ma nulla è buono o cattivo

di suo, ma dipende da come viene usato.

E al San Raffaele si dibatte anche di etica? Il San Raffaele svolge una attività culturale molto importante. Il suo fine è mettere insieme punti di vista

ed esperienze diverse per capire meglio cos’è l’uomo, con un approccio non solo intellettuale-filosofico ma anche neuro-scientifico: non è immaginabile

discettare di filosofia senza conoscere la macchina che produce il pensiero. .


lug 27 2010

La voglia di viaggiare, abbatte ogni barriera!

Tag: Esperienze, Turismo accessibilepatrizia @ 10:57 am

Redattore Sociale del 26-07-2010

Viaggiatori disabili irriducibili: nessun luogo è proibito

Sempre più turisti si spostano verso paesi lontani e chi ha provato assicura: in questo modo impari a risolvere i problemi e, una volta a casa, affronti

meglio la vita quotidiana

ROMA. Etiopia, Giordania, Thailandia, Namibia. L’alba nel deserto, il bagno nel Mar Rosso, il fascino antico di Petra e le meraviglie di Gerusalemme: “Tolgono

il fiato a tutti: a chi cammina, come a chi non può camminare. Non c’è nessuna differenza”. Parola di Stefania, che con la sua sedia a ruote raggiunge

le mete più lontane, incurante delle difficoltà, dei disagi, delle barriere di ogni tipo. E sono tanti, molti più di quanti non si creda, i viaggiatori

disabili che sfidano la frontiera dell’Europa e si avventurano in tutti i continenti. C’è chi organizza il proprio viaggio da solo, chi preferisce affidarsi

a un tour operator, chi ancora si rivolge ad agenzie specializzate, che in questi anni stanno fiorendo sempre di più: Diversamente Africa, Tutti turisti

in Thailandia, No barrier, Strabordo, Viaggiare diverso sono solo alcune delle realtà nate negli ultimi anni per organizzare viaggi su misura per persone

con disabilità. Tra le mete dei turisti disabili, non ci sono d unque soltanto i super-accessibili Paesi scandinavi o gli Stati Uniti, anche loro ben attrezzati.

Attira molto Cuba, che pure non se la cava male, in tema di accessibilità. Molto più complicato il viaggio in Europa dell’Est, in Africa o in Giordania,

dove spesso la sedia a ruote è un oggetto misterioso e anche un po’ spaventoso.

“Con due amiche, ho fatto un giro nella Valle dell’Omo”, racconta Anna Grazia Giulianelli, che è appena rientrata dal suo terzo viaggio in Etiopia. “È

un territorio nel Sud del Paese in cui vivono alcuni popoli: etnie antichissime, che non conoscono neanche la ruota. Figuriamoci la sedia a ruote! Per

la prima volta in vita mia, ho visto bambini scappare in lacrime in braccio alle mamme, terrorizzati da questa strana creatura bianca che si muove su un

mezzo così strambo. Anche gli adulti erano molto incuriositi, persino per i miei guanti, che uso per non rovinarmi le mani sempre a contatto con le ruote:

evidentemente erano una novità assoluta per loro. È stata un’esperienza incredibile: inizialmente avevo timore a scattare fotografie, mi sembrava di trattarli

come fenomeni. Ma poi ho scoperto con sollievo che il vero fenomeno ero io”.

Anna Grazia è una viaggiatrice appassionata. “Amavo viaggiare prima dell’incidente che, 23 anni fa, mi ha costretta alla sedia a ruote. Non ho voluto rinunciarci

dopo: anzi, ora viaggio ancora più di prima. Un paio di viaggi l’anno riesco a concedermeli”. Anna Grazia è tra quelli che i viaggi preferiscono organizzarseli

da soli: “Prima dell’incidente viaggiavo sempre in camper, con mio marito e le mie due figlie. Ma dopo, attrezzarlo per le mie esigenze sarebbe stato troppo

costoso. Così ho cominciato con qualche viaggio organizzato da amici e ho scoperto che persino un safari è più semplice di quello che sembra: ti aiutano

a sistemarti sulla jeep e, una volta su, non devi più muoverti. I compagni di viaggio sono fondamentali: non vorrei e non potrei viaggiare da sola e per

fortuna sono tutti viaggiatori. Di solito parto con degli amici, organizziamo prima il possibile, cerchiamo gli alberghi accessibili. Ma l’imprevisto è

sempre dietro l’angolo e la gestione del rischio è u na delle capacità che proprio grazie al viaggio impari a perfezionare”. Trovare un bagno accessibile

in Etiopia, per esempio, è veramente difficile: “Questi viaggi però ti insegnano a trovare soluzioni. E soprattutto impari come farti aiutare. Mi dispiace

se i miei compagni si spaccano la schiena per portarmi ovunque, a volte rinuncio a escursioni troppo impegnative oppure adotto strategie di sopravvivenza:

se una scalinata è troppo ripida la si fa di sedere!. Così, viaggiando, ho imparato a gestire meglio anche la mia quotidianità”.

E dell’arte di arrangiarsi è maestra Stefania Cipolletta, biologa, disabile, viaggiatrice per passione e ora anche per dedizione: quella dedizione che

l’ha spinta, due anni e mezzo fa, a fondare a Fabriano (Ancona) l’associazione “Strabordo, straordinari a bordo di un sogno”, insieme alle sue amiche Paola

Benvenuti, logopedista, e Valeria Poeta, fisioterapista. “Dopo aver verificato in prima persona quanto fosse complicato viaggiare con una sedia a ruote,

insieme a Paola e Valeria abbiamo dato vita a questa associazione, che ha lo scopo di far viaggiare insieme persone disabili e persone non disabili, in

un clima di conoscenza reciproca, condivisione e collaborazione”, spiega. Il metodo dell’associazione è, per così dire, empirico: “Facciamo noi il primo

viaggio esplorativo, per testare l’accessibilità dei luoghi che andremo a proporre. Quindi cerchiamo di capire cosa potrebbe essere utile per ridurre le

difficoltà: in alcuni viaggi, è capitato di portarsi dei maniglioni da att accare nei bagni in caso di bisogno, oppure delle tende da utilizzare per avere

un minimo di privacy in assenza di un bagno accessibile durante gli spostamenti. A volte questi piccoli accorgimenti bastano per risolvere grandi problemi”.

Una volta messa a punto la logisitca del viaggio, si costituisce il gruppo: una formazione mista, composta da quattro o cinque persone disabili e almeno

il doppio di persone non disabili: “Inizialmente c’è sempre molta difficoltà: spesso la disabilità è un mondo sconosciuto per chi partecipa ai nostri viaggi.

Anche per la gente del luogo, spesso la nostra disabilità è una novità assoluta. Ma si ingegnano sempre per venire incontro ai nostri bisogni: ricordo

che in Namibia, una sera, eravamo un po’ preoccupati perché la jeep che avremmo dovuto utilizzare il giorno successivo era molto alta per noi. La mattina

era dotata di uno scivolo fatto di mattoni e gomma: lo avevano costruito i nostri accompagnatori locali durante la notte!”. Certo, le difficoltà non mancano

quando si viaggia: “Quel che più ci preoccupa è il trasferimento delle nostre carrozzine nella stiva dell’aereo: capita spesso di trovarle rotte e questo

inconveniente può rovinarci tutto il viaggio. Per questo pa rtiamo sempre con tutto l’occorrente per ripararle”. In tema di accessibilità, però, tutto

il mondo è paese: anche in Europa, dove ci sono più risorse e dove l’accessibilità dovrebbe essere ormai un dato acquisito, “si trovano situazioni oscene

e, soprattutto, non si riesce a capire che un ambienta accessibile non diventa più scomodo per chi sta in piedi. Come ci ha insegnato il bagno nel Mar

Morto, un’esperienza incredibile per tutti noi, disabili e non: abbiamo scoperto insieme un nuovo modo di galleggiare. E galleggiavamo tutti!”.

Chiara Ludovisi, in collaborazione del Coin


lug 22 2010

Una speranza per combattere la Retinite Pigmentosa

Tag: Ausili per disabili e ricerca scientificapatrizia @ 11:55 am

Pensate che di questo argomento si è appena accennato al convegno mondiale che si è svolto a Stresa lo scorso giugno, proprio sulle degenerazioni retiniche. Si è parlato di una fase ancora molto sperimentale e invece oggi….la notizia è stata ufficializzata e dalla fase sperimentale ancora incerta, si è passati a risultati concreti su cavie animali!

Non per essere troppo ottimisti, ma la ricerca sta davvero facendo passi da gigante, proprio come ha detto un relatore al convegno, che i risultati ottenuti oggi, erano assolutamente impensabili fino a pochi anni fa.

Questa notizia è stata presa da LiberoNews del 21-07-2010 e potete leggere l’articolo al link http://pressin.comune.venezia.it/leggi.php?idarticolo=23020

Retinite pigmentosa, c’è speranza per combatterla

Un gruppo di ricercatori, dell’Università dell’Oklahoma, ha ottenuto risultati incoraggianti, sperimentando un nuovo metodo terapeutico

USA. Intervenire sulle malattie ereditarie, correggendo gli errori del codice genetico è per la scienza una scommessa ancora aperta. In caso di retinite

pigmentosa però, la speranza di una buona puntata arriva dall´Università dell´Oklahoma dove un gruppo di ricercatori ha appena ottenuto dei risultati incoraggianti,

sperimentando un metodo terapeutico che potrebbe arrestare la malattia prima che il malato perda la vista.

Secondo lo studio, pubblicato sulle pagine del Journal of the Federation of American Societies for Experimental Biology (FASEB), gli scienziati dell´Università

dell´Oklahoma, in collaborazione con gli atenei di Cleveland e di Buffalo, sono riusciti ad intervenire sul codice genetico dei topi da laboratorio afflitti

da retinite pigmentosa, riuscendo a modificare e a bloccare il processo degenerativo della malattia grazie all´utilizzo di particolari “capsule” per la

somministrazione delle cure.

“Le terapie – spiega il capo delle ricerche Muna Naash – sono state iniettate direttamente nell´occhio delle cavie e trasportate velocemente, in soli 15

minuti, grazie a delle capsule curative che raggiungono e agiscono direttamente sui fotorecettori della retina, ossia sulle cellule sensibili alla luce

(circa 131 milioni) situate nella parte inferiore dell´occhio, riparandole e prevenendo totalmente la degenerazione dei coni, le cellule responsabili della

visione dei colori”.

Una tecnica molto sofisticata, basata sull´utilizzo del DNA ricombinante, ossia nell´introduzione di geni selezionati in un corpo ospite, capaci di conferire

nuove caratteristiche alle cellule riceventi, chiamate appunto ricombinanti. Grazie all´ingegneria genetica, infatti, i ricercatori americani sono riusciti

ad alterare la sequenza del gene originale e di produrne uno più adatto alla risposta di un problema specifico, in questo caso alla prevedibile degenerazione

visiva a cui condanna la retinite pigmentosa. La terapia, al momento, è stata sperimentata soltanto sugli animali ma i ricercatori americani non escludono

che questa nuova tecnica possa dare dei risultati validi e senza complicazioni anche nella sperimentazione umana. Sensibile alla luce come una pellicola

fotografica, la retina è l´organo che ci permette di catturare le immagini nello spazio e di ritrasmetterle ricomposte, attraverso il nervo ottico, nel

cervello.

Tra le degenerazioni visive che ne danneggiano il funzionamento, la retinite pigmentosa è ancora tra le cause principali di cecità nel mondo e solo in

Italia affligge circa 30mila persone. Nel nostro paese poi, dove non mancano i matrimoni tra i consanguinei, l´incidenza di questa patologia ereditaria

risulta ancora più elevata: al punto da farla annoverare, dal 1985, tra le malattie sociali della penisola. La patologia, di cui esistono numerose varianti

cliniche per parametri morfologici e funzionali – sono circa 800 quelle individuate fino a questo momento – è spesso associata ad altre anomalie di carattere

sistemico come alla Sindrome di Usher, caratterizzata dai danni congeniti del sistema uditivo, neurosensoriale e disturbo della parola e alla Sindrome

di Lawrence-Moon-Bardet-Biedl, associata ad obesità, ritardo mentale e ipogonadismo.

“I dati dello studio americano – commenta il dottor Fulvio Carraro, direttore dell´Unità operativa di Oftalmologia di Empoli – sono molto incoraggianti

per farci sperare, in futuro, di poter prevenire la cecità in molti casi di retinite pigmentosa. Per questa malattia, al momento, siamo solo in grado di

contrastare le complicanze ma non di bloccarne gli effetti”.


lug 20 2010

CELLE LIGURE PER UNA VACANZA SENZA BARRIERE

Tag: Genova e dintorni, Turismo accessibilelucio @ 1:11 pm

CELLE LIGURE PER UNA VACANZA SENZA BARRIERE

Comune di Celle Ligure, ci fornisce info per un turismo fruibile.

Amici di Liguriaccessibile, visto che siamo in tempo di vacanze, vogliamo darvi suggerimenti per vivere al meglio l’estate nella nostra regione.
Infatti questa volta, abbiamo contattato per voi il comune di Celle Ligure, che ci fornisce info, su come vivere al meglio l’estate nella bella località della provincia di Savona.
Il comune di Celle ci da informazioni sugli hotel accessibili, della località del ponnente ligure, sulle spiagge che sono attrezzate con servizi per disabili, ci da altre notizie in generale su cosa offre Celle Ligure per tutti.
Tra le news che ci da il comune, vi sono indicazioni sugli eventi che si svolgono a Celle e dove, sui parcheggi riservati ecc.
Tutto ciò, in modo da consentire, una panoramica adeguata su cosa vuol dire poter passare una estate a celle.
Ecco a voi tutte le info di cui abbiamo fatto cenno, fornite per voi dal comune di Celle.

HOTEL ***
GIOIELLO Via Lagorio 24 (Loc. Piani), Tel. 019 990201 Fax 019 993890
www.hotelgioiello.it
albergogioiello@yahoo.it
PICCOLO HOTEL Via Lagorio 25 (Piani), Tel. 019 990015 Fax 019 7190024
www.piccolo-hotel.it
info@piccolo-hotel.it
RIVIERA Via Colla 15, Tel. 019 990541 Fax 019 993411
www.hotelrivieracelle.it
info@hotelrivieracelle.it

HOTEL **
GIARDINO Via V. Veneto 3, Tel. 019 990143 Fax 019 9999791
www.hotel-giardino.it
info@hotel-giardino.it

HOTEL *
IMPERO Via Ciambrini 5, Tel. 019 990097 Fax 019 9999991
www.albergoimpero.it
info@albergoimpero.it
(solo pernottamento)

RESIDENCE
** QUISISANA Via Torino 1 (Loc. Piani), Tel. 019 993058 Fax 019 994272
www.resi
dencequisisana.it
info@residencequisisana.it

Per quanto riguarda le spiagge ecco l’elenco degli stabilimenti balneari, da ovest ad est:

Via Aurelia di Ponente:
Bagni Torre Tel. 328/6299964
www.capotorrebeach.org
capotorrebeach@gmail.com

Lungomare Colombo
Bagni Comunali San Bastian
Bagni Ligure Tel. 019 993153
www.bagniligure.it
Bagni Lina Tel. 019 993190
www.bagnilina.it
Bagni Torino Tel. 019 991702
Bagni Genova Tel. 019 990834
bagnigenova@yahoo.it
Bagni Angelo Tel. 338 5412156
bagnimilano@libero.it
Bagni Milano, Tel. 019 994090
bagnimilano@libero.it
Bagni Ellida Tel. 330 488527
Bagni Vittoria Tel. 019 993968
Bagni Olimpia Tel. 019 990103
Bagni LucIani Tel. 019 993965
Bagni Italia Tel. 019 994200
Bagni Stella del Sud Tel. 019 993600
www.bagnistelladelsud.it
info@bagnistelladelsud.it

Lungomare Crocetta
Bagni Pappacianna Tel. 346 8261322
www.pappacianna.it
info@pappacianna.it
Bagni Augustus Tel. 019 994285
www.hotellorenzo.com
Bagni Lido Tel. 019 990934
www.cellelido.it
info@cellelido.it
Bagni Comunali BUFFOU
Bagni Sole Tel. 019 991582
www.bagnisole.com

Tutti gli stabilimenti balneari sono accessibili (alcuni con accessibilità condizionata): Vi consigliamo, comunque, di contattare le singole strutture per
verificarne i servizi.

Per quanto riguarda le manifestazioni, tutti gli eventi organizzati dal Comune sono ad ingresso libero ed in linea di massima si svolgono nel Centro storico
di Celle, che è zona a traffico limitato (chiusura alle 16 nei giorni feriali e alle 10 nei giorni festivi): le auto con contrassegno disabili possono
comunque sostare anche nelle ore di chiusura del centro. Per maggiori informazioni: Polizia municipale, 019/993333.

PROVINCIA DI SAVONA
Settore Sviluppo Economico
Ufficio I.A.T. di Celle Ligure
(Palazzo Comunale) Via Boagno
17015 Celle Ligure (SV)
Tel. 019-990021
Fax 019-9999798
Web:
turismo.provincia.savona.it

E-mail:
celleligure@inforiviera.it


lug 19 2010

Francesca e la scelta del buio

Tag: Esperienze, Intervistedaniela @ 4:43 pm

 LA FORZA E IL CORAGGIO DI QUESTA DONNA, NELL’AFFRONTARE  LE SFIDE CHE LA VITA LE HA MESSO DI FRONTE CON OSTINAZIONE  E TANTO, TANTO AMORE.

«L’importante era chiarire tutto prima di sposarsi»

CAGLIARI. Una delle ultime immagini prima del buio assoluto è la gigantesca nube di polvere che l’11 settembre del 2001 avvolgeva le Torri Gemelle a New York. «Stavo incollata alla tivù, muta». Il colore era già grigio, le figure difficili da mettere a fuoco, sfumate fino a perdere sembianze e forma. Ma ancora riusciva a vedere.
Poi, qualche giorno più tardi, una lama di luce – tenue e debolissima – s’è accesa sui suoi due bambini che la guardavano sorridendo e il marito (Roberto) che invece non ce la faceva a fare l’indifferente.
Francesca Marosi non ricorda esattamente il giorno e l’ora in cui è diventata cieca. Dettaglio in fondo irrilevante: aveva previsto, programmato tutto. Sapeva che sarebbe finita così. Anzi, ha voluto che finisse così.
La scelta di Francesca risale a molto tempo prima: davanti a una miopia progressiva, incalzante come un bolero di Ravel, gli oculisti di mezza Europa le avevano ordinato di scongiurare le gravidanze. Troppo rischioso, avere figli significava correre verso la cecità. «E invece io un figlio volevo. Dunque, qual era il problema?» Nel soggiorno della sua casa cagliaritana, nel quartiere di San Benedetto, Francesca racconta d’aver incrociato medici a commiserazione inclusa nella parcella, altri pronti a una solidale pacca sulle spalle, altri ancora vagamente depressi di fronte al futuro di una paziente che non si poteva salvare. «Dopotutto, bastava capire che perdere la vista è come elaborare un lutto».
Nel suo caso c’è molto di più. Cinquantatré anni, maestra di scuola materna per più di venti, ha avuto problemi agli occhi fin da bambina. «Con Roberto abbiamo chiarito tutto prima di sposarci: ai figli non avremmo rinunciato». Il maggiore ha quasi diciott’anni, la sorella tredici. Nel frattempo la mamma ha ripreso gli studi, si è laureata in Lettere con una tesi su Grazia Deledda, ha proseguito a cantare in un coro polifonico. Non ha mai smesso di cucinare, andare al cinema, assistere alla lirica. Ogni tanto le viene da ridere quando in famiglia viene accusata d’essere distratta. «Si dimenticano: non sono distratta. Sono cieca».
L’idea di andare in guerra le è venuta probabilmente una notte durante un concerto jazz al molo Ichnusa. Dal palco una celebre cantante di colore stuzzica la platea: c’è qualcuno che vuole duettare con me? Francesca, che già friggeva, non se l’è fatto ripetere. Ha trasferito al marito la bimba che teneva in braccio e, accompagnata da un’amica, s’è fatta avanti. Si commuove ancora a ricordare. «Era una meraviglia, una felicità immensa. Mentre cantavo mi sono sentita nera anch’io».
Ha un PC che definisce «il mio inseparabile cagnolino». Grazie a quel cagnolino e a una tecnologia tedesca d’avanguardia è riuscita a trasformare in “voce” le pagine dei libri.
Il personaggio è travolgente. Non ha l’euforia triste dell’handicappato che vuole sembrare felice per forza. Francesca nasconde una forza segreta che la cecità ha semplicemente fatto lievitare fino al paradiso. «Sono una donna fortunata».

Difficoltà coi figli?
«Quand’erano piccoli. Man mano che la vista se ne andava, leggere fiabe per farli addormentare non era semplicissimo. Un po’ era l’abbiocco della stanchezza, un po’ le parole che mi sfuggivano. Quindi un giorno ho aperto l’argomento».

In che modo?
«I bambini erano molto piccoli, ho deciso di andarci per gradi».

Ripensamenti, mai?
«Neppure per un istante. Senza i miei figli sarei stata un’ipovedente infelice».

Come ci si abitua?
«Sognando a colori. Quand’è successo avevo 45 anni e una strada obbligata: fermarmi, anche fisicamente. Beh, non potevo e non volevo».

Allora?
«Reagire significa reinventarsi gli spazi, scoprire che devi rimparare a conoscere casa tua, non dare mai l’impressione di non capire da dove viene una voce. Si trattava di vivere una realtà nuova: questo ho spiegato ai miei figli».

E loro?
«Ve li farei sentire quando gridano da una stanza all’altra: mamma, dov’è il mio quaderno? E io: secondo cassetto. Non lo trovi? Guarda bene, sta sotto il dizionario» .

Ha schedato mentalmente vecchie immagini?
«Mi sono creata delle mappe. Lo facevo anche da bambina. Poi, certo che ho un album della memoria: l’esterno della chiesa di Santa Lucia il giorno della Prima Comunione d’uno dei ragazzi, l’attesa del fotografo che doveva immortalare il momento. Bello anche il lancio del riso che ha travolto me e Roberto il giorno del matrimonio».

Non ha smarrito qualche contorno?
«Mi sono concessa un unico lusso: dimenticare il giorno preciso, l’ora e il luogo in cui il buio ha preso il sopravvento lasciandomi sola».

Famiglia.
«Agli inizi parevo la cieca di Sorrento: sbandavo, sbattevo dappertutto. Dentro di me però sapevo che quel territorio, e non solo quel territorio, me lo sarei ripreso».

Emergenze?
«Come tutti. Una mattina, mentre preparavo la colazione, ho sentito puzza di bruciato. Era un guanto da forno che prendeva fuoco. Non potevo vederlo ma sapevo benissimo come agire in questi casi. Ho preso una coperta e l’ho lanciata sulla cucina: spavento molto, bricco del latte per terra, famiglia svegliata di soprassalto ma alla fine tutti felici e contenti».

La cecità può dare qualcosa?
«A me ha regalato moltissimo, non è retorica. Mi ha permesso di percorrere strade nuove, scoprire linguaggi sconosciuti. Man mano che mi avvicinavo verso la riva buia, ho imparato il braille, conquistato una sensibilità che mi fa navigare in mari che non avevo esplorato. Non solo: mi ha consegnato un piccolo scrigno dove butto dentro le negatività. Voglio dire con questo che ho maturato una sorta di sensore verso l’ignoranza, il brutto, l’infamia. Ho imparato a relativizzare».

Cioè?
«I continui ricoveri, gli interventi chirurgici e le infinite visite mediche mi hanno trasportato in un pianeta dove la sofferenza era ed è palpitante. Ed io non ero sicuramente quella che stava peggio. Anzi».

Anzi, cosa?
«Qualche amico mi ricorda che la cecità mi ha risparmiato il disagio di vedere certe brutture. Siccome però sento benissimo, non ci sono stati sconti sulla ferocia della burocrazia».

Cioè?
«Nella primissima fase, Roberto mi accompagnava negli uffici pubblici. Salutavano lui e non me. Gli dicevano le faccia mettere uno scarabocchio in questo foglio . Eppure io ero soltanto cieca, non ero anche sorda, muta e deficiente».

Gli altri.
«Si dividono in due categorie: le bestie che ti riempiono di finta pietà, quelli che dicono poverina e non c’è verso di convincerli che sei un essere umano proprio come loro. E quelli che ti rispettano davvero».

Vista a parte, cosa le ha tolto la cecità?
«Niente. Mi ha permesso di provare me stessa, mi ha aiutato a vedere un mondo che non avrei mai potuto immaginare».

Crolli.
«Vuol sapere se ho pianto? Spesso e molto. Il pianto è salvifico, quando senti che stai scivolando verso il basso ti aiuta a risalire».

Ha imparato a dare un “corpo” alle voci?
«Ci si specializza, si diventa ultrasensibili. Qualcuno si stupisce perché quando mi saluta lo chiamo per nome: ciao Ottavio, come stai? Segue domanda ovvia: come hai fatto a riconoscermi? Solita spiegazione: sono solo cieca, non anche sorda».

La voce dice più delle parole.
«Quasi sempre. Al cinema intuisco cosa sta accadendo sulla base di poche battute, quando vado all’Opera immagino anche i dettagli».

Non chiede, non domanda?
«Sì, ma cosette: il senso e lo sviluppo del dramma non mi sfuggono. Basta abituarsi a decifrare anche il più piccolo suono».

La forza di volontà non basta. Cos’altro serve?
«Ho un amico non vedente dalla nascita che gioca a pallone, fa sci di fondo. Insomma, si è attrezzato contro il suo handicap. Nel mio caso diventa più difficile perché vivi un lento passaggio in ombra che, giorno dopo giorno, ti sottrae qualcosa. Devo molto all’Unione italiana ciechi, alla straordinaria postazione informatica per studenti non vedenti: Paolo, Rosa e Maria Grazia, che svolgono un servizio d’eccellenza, mi hanno insegnato tutto, mi hanno regalato l’autonomia».

E poi?
«Se, come me, cantavi in un coro non devi smettere di farlo. Se leggevi devi trovare il sistema per continuare. E così via fino a riprenderti la vita per intero».

Non le manca nulla?
«Le passeggiate. Mi piaceva fare lunghe camminate da sola: serviva ad attenuare piccole tensioni, a farmi riflettere immersa nel silenzio della mia coscienza».

Si sente a credito verso il prossimo?
«No, però mi piacerebbe una società più preparata e civile, mi piacerebbe fare il funerale dell’assistenzialismo, ridurre la miriade di associazioni che qualche volta sono solo un’etichetta».

Che se ne faceva di una laurea?
«Mai sentito parlare di cassetto dei sogni? Il mio è ancora pieno, mica l’ho svuotato con la laurea. Non dimentico di essere privilegiata e fortunata: me ne ricordo ogni volta che penso a quelli che non possono muoversi, alla gente inchiodata su un letto o su una sedia a rotelle. Io posso fare un sacco di cose».

Per esempio?
«Fare la fila come tutti gli altri senza che si accorgano che sono cieca. Posso ballare, fare teatro, seguire mio marito e i miei figli. In più, avverto un ruolo che prima, cioè al tempo della luce, non avevo considerato: mi sento paladina di quelli che sono più sfortunati di me».

Quindi?
«Quindi, tanto per non arrugginirmi e perdere il ritmo, mi riscrivo all’università».

di Giorgio Pisano (pisano@unionesarda.it)


lug 06 2010

Il sole invecchia gli occhi

Tag: Ausili per disabili e ricerca scientificapatrizia @ 10:56 am

Il sole invecchia gli occhi

D’estate si è molto preoccupati della salute della pelle e di come proteggerla adeguatamente. La stessa giusta attenzione, però, non viene dedicata alla

salute degli occhi, che sotto il sole vengono trascurati e invecchiano. Con il rischio, nelle situazioni più gravi, di episodi di cataratta anche tra i

più giovani. Questi i temi posti al centro dell’attenzione dalla Commissione difesa vista, che nel suo annuale vademecum, ha ribadito l’importanza di proteggere

gli occhi dai rischi di stagione. L’occhio è un organo essenziale e sensibile, avvertono gli esperti. Va quindi protetto dai raggi Uv: raggi invisibili

che penetrano l’atmosfera e sono responsabili delle bruciature. Non a caso la nocivit? ? dei raggi Uv è uno dei temi principali di sensibilizzazione dell’opinione

pubblica da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Per evitare di avere problemi quali occhio secco, cheratiti, congiuntiviti, fino anche

alla cataratta e al carcinoma, è bene indossare occhiali da sole di qualità, certificati in base alle direttive CE. Una cosa che non tutti fanno, a giudicare

dai numeri. Il 48% dei connazionali, infatti, secondo un sondaggio dell’Istituto Piepoli su un campione di 1.019 persone indossa raramente, o addirittura

mai o quasi mai, gli occhiali protettivi. Una percentuale sulla quale Vittorio Tabacchi, presidente della Commissione difesa vista, mette in guardia sottolineando

come «bisogna sensibilizzare di più questa fetta di popolazione». «La filosofia secondo cui prevenire i danni è decisamente meglio che curarli – aggiunge

Gianni Mariutti, dell’Istituto superiore di sanità (Iss) – per i danni agli occhi da esposizione ai raggi Uv è più che mai vera . I risvolti negativi legati

a una sconsiderata esposizione ai raggi Uv del sole, secondo l’Iss, sono numerosi e già da tempo appurati da autorità scientifiche e da istituzioni sanitarie

di tutto il mondo. Non solo effetti a breve termine come eritema e scottature, ma anche cataratta e retinopatie».

Cataratta anche tra i giovani.

E proprio su questi risvolti punta il dito Pietro Ducoli, ricercatore dell’Irccs Fondazione G.B. Bietti onlus. «Sono in aumento – spiega Ducoli – i casi

di cataratta e maculopatia. Tra i vari fattori c’è certamente l’aumento dell’età media: sono disturbi che si presentano, infatti, dopo i 55 anni. Ma sono

disturbi indirettamente riconducibili all’esposizione ai raggi solari: ad ammalarsi di più, ad esempio, sono pescatori, maestri di sci, gente insomma che

lavora all’aria aperta. Sono aumentate anche le congiuntiviti irritative tra i bambini e i casi di cataratta giovanile. Ne vedo uno ogni settimana, precisa

l’esperto. Le cause possono essere tante: inquinamento, radiazioni, buco dell’ozono e lampade solari”. «Il numero di persone affette da cataratta – continua

Gianni Mariutti – è in aumento in tutto il mondo. Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’assunzione di alcuni farmaci come antibiotici, antidepressivi

e ipogligemizzanti, in combinazione con i raggi Uv può provocare reazioni fitochimiche che peggiorano i danni alle strutture oculari», aggiunge. «In particolare

- precisa – è stato riscontrato che la tetraciclina, un diffuso antibiotico, in combinazione con i raggi Uv solari favorirebbe l’insorgenza della cataratta.

Fare uso di occhiali da vista o da sole dotati di lenti che filtrino i raggi Uv è perciò una buona azione di prevenzione, soprattutto dei danni a lungo

termine la cui rilevanza è tanto maggiore quanto più aumenta l’aspettativa di vita delle persone», evidenzia lo specialista. «Le persone – conclude Vittorio

Tabacchi, presidente della Commissione difesa vista – sono ancora poco sensibili alla salute degli occhi e ai prodotti di qualità. Il 7 luglio sarà la

Giornata nazionale anti-contraffazione, che riguarderà tutti i settori e non solo quello dell’ottica».

di Marco Malagutti

Questo articolo è stato tratto da Dica33 del 02-07-2010


lug 06 2010

La dieta che previene la cataratta

Tag: Ausili per disabili e ricerca scientificapatrizia @ 10:52 am

Avevamo gia parlato di questo argomento, ma ritengo che sia molto importante ricordare sempre che noi siamo anche quello che mangiamo e questo è emerso anche all’ultimo convegno internazionale di Stresa sulle degenerazioni retiniche.

Il Corriere della Sera del 04-07-2010

Questa è la dieta che protegge dalla cataratta

Più frutta e verdura, meno grassi e sale.

Una dieta sana, ricca di minerali e vitamine antiossidanti, può contribuire a tenere lontana la cataratta. Lo rivela una ricerca dell’University of Wisconsin,

pubblicata sulla rivista Archives of Ophthalmology. Nello studio americano sono state analizzate le abitudini alimentari di più di 1.800 donne di età compresa

tra i 55 e gli 86 anni, delle quali il 29 per cento presentava la cataratta in almeno un occhio e il 16 per cento era già stato sottoposto a un intervento

di sostituzione del cristallino opacizzato in un occhio. Incrociando le informazioni sul regime nutrizionale con quelle sulla malattia oculare, i ricercatori

hanno appurato che le donne che avevano mantenuto nel tempo una dieta più si vicina ai consueti consigli per una sana alimentazione (molta frutta e verdura,

pochi grassi e sale) avevano avuto un rischio minore di andare incontro all’opacizzazione del cristallino.

«I nostri risultati indicano che una dieta sana è più strettamente collegata a una minore incidenza di cataratta di qualunque altro fattore di rischio

modificabile o protettivo hanno sottolineato gli autori . Questi dati confermano quindi, una volte di più, il ruolo protettivo di una corretta alimentazione.

Alcuni interventi sullo stile di vita possono dunque davvero contribuire a ridurre il fardello della cataratta e dell’intervento chirurgico necessario

per curarla».

«Lo sviluppo della cataratta non è solo collegato all’invecchiamento, ma anche allo stile di vita conferma Matteo Piovella, presidente della Società oftalmologica

italiana . Per esempio, è ormai evidente che il fumo può avere effetti dannosi sull’occhio, mentre, come ribadisce lo studio in questione, determinati

cibi possono avere ripercussioni positive sulla retina e sul cristallino. Tra i meccanismi coinvolti nello sviluppo della cataratta c’è il danno ossidativo

ed è proprio su questo fronte che probabilmente si gioca l’effetto protettivo, visto che cibi ricchi di vitamine e minerali contrastano il danno ossidativo.

Purtroppo, però, non è facile misurare con esattezza questo effetto. Di sicuro, però, possiamo dire che comportamenti virtuosi, come seguire un’alimentazione

equilibrata, fare attività fisica, non fumare, hanno ripercussioni positive sull’organismo nel suo complesso».

Il messaggio è chiaro: mangiare «bene» rappresenta una strategia efficace per proteggersi dallo sviluppo della cataratta, anche se quello che ci si può

assettare non è un’abolizione del rischio, ma, al massimo, un allontanamento del momento di insorgenza del problema.

«Se ai nostri occhi giova sicuramente una dieta con ragionevoli quantità di frutta e verdura e, di conseguenza, di sostanze antiossidanti, non ha senso,

invece, ricorrere all’uso di integratori di vitamine eminerali puntualizza Paolo Nucci, docente di Malattie dell’Apparato Visivo all’Università di Milano

. Una supplementazione senza controllo o senza un’effettiva indicazione rischia addirittura di avere ricadute negative sull’organismo».

Insomma, meglio imparare a nutrirsi correttamente piuttosto che cercare scorciatoie.

di Antonella Sparvoli

***

Non solo carote per conservare una vista giovane.

Quando si parla di alimenti e salute degli occhi vengono subito in mente le carote. Secondo le ricerche più recenti, però, prima ancora di queste, sono

gli spinaci a dover essere citati fra gli alimenti salva vista. Infatti, se è vero che le carote sono ricche di betacarotene, che nell’organismo viene

trasformato in vitamina A, indispensabile per il processo visivo, è però anche vero che l’ampia diffusione di questa vitamina negli alimenti rende improbabile

una sua carenza, almeno nel caso di persone sane con una dieta varia. Non si può invece dire lo stesso per la luteina e la zeaxantina, due carotenoidi

contenuti soprattutto in spinaci, cavolo riccio, cime di rapa, lattuga, broccoli, uova che nell’organismo si concentrano in modo particolare nella zona

centrale della retina, la macula lutea, sede della visione distinta, dove si ritiene che essi svolgano un’azione protettiva nei confronti della degenerazione

maculare senile, patologia che rappresenta la principale causa di cec ità, dopo i 65 anni nel mondo industrializzato. Ma anche altri fattori dietetici

sembrano influire sul rischio di questa malattia. In particolare, in un recente studio condotto negli USA e pubblicato da Ophthalmology, nel quale si sono

analizzati gli apporti dietetici di più di 4 mila uomini e donne fra i 55 e gli 80 anni di età, si è osservato che il consumo regolare di una combinazione

di nutrienti (soprattutto vitamine C ed E, zinco, luteina, zeaxantina e gli acidi grassi omega 3) e di una dieta a basso indice glicemico aveva un effetto

protettivo nei confronti della degenerazione maculare senile. Le diete a basso indice glicemico sono quelle nelle quali prevalgono, come fonti di carboidrati,

alimenti che comportano aumenti contenuti della glicemia, come legumi, avena e orzo, mentre è ridotto l’apporto di zuccheri e cereali raffinati. «Al momento,

comunque, precisa Vincenzo Parisi, responsabile dell’Unità operativa di Neurofisiologia della Visione e Neuroftal-mologia Fondaz ione G.B. Bietti-IRCCS,

Roma non disponiamo di evidenze scientifiche sufficienti per suggerire l’uso di integratori di tali nutrienti nella popolazione sana allo scopo di prevenire

la degenerazione maculare senile. Diverso è il discorso per coloro che già si trovano nello stato iniziale della malattia nei quali, invece, una integrazione

mirata con carotenoidi ed altri antiossidanti può essere utile». E quali sono, invece, i fattori dietetici che possono avere un ruolo negativo per la salute

dell’occhio? Oltre ad una dieta ad alto indice glicemico, un elevato consumo di acidi grassi trans è stato associato con un aumentato rischio di degenerazione

maculare. Anche l’obesità è considerata un fattorie di rischio per questa ed altre malattie oculari, comprese quelle legate al diabete di cui essa rappresenta

un fattore favorente. «Non dimentichiamo, poi, aggiunge Rosario Brancato, fondatore e direttore scientifico dell’European Journal of Ophthalmology, già

professore di Oftalmolo gia all’Università San Raffaele di Milano il rischio rappresentato da un eccesso di bevande alcoliche. Del resto, che l’alcol possa

influenzare le capacità visive è confermato dal fatto che, anche in quantità non esagerate, può già portare ad alterazioni della percezione dei colori.

L’abuso di bevande alcoliche può portare, ancor più se associato al fumo, ad una degenerazione progressiva del nervo ottico con danni permanenti alla vista».

Carla Favaro


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