Non è fantascienza, ma realtà e il protagonista di questa nuova avventura alla scoperta di un mondo ancora tanto sconosciuto, è proprio un italiano, tra i massimi esperti al mondo del cervello umano.
Questo articolo è stato preso dal Giornale di Merate del 26-07-2010
Uno dei massimi esperti nella cura del cervello ci racconta le sue ricerche
CARVICO. Il cervello è la sua passione, e tanto ha fatto e sta facendo per conoscerlo meglio e curarlo in modo adeguato. Il professor Giancarlo Comi ,
nato a Carvico (Bg) 62 anni fa, è primario di Neurologia al San Raffaele di Milano e ha partecipato a rendere l’istituto fondato da don Luigi Maria Verzè
uno tra i migliori al mondo. Ultimo tassello, in ordine temporale, di questa avventura è l’inaugurazione, avvenuta mercoledì 14 luglio, del Magics Center.
Ce ne vuole parlare? Magics, che sta per magnetic intracerebral stimulation, è un nuovo sistema in grado di produrre delle stimolazioni delle cellule profonde
del cervello. Così facendo siamo in grado di modificare la funzione di determinate aree, producendo benefici, ad esempio migliorando il recupero in persone
con paralisi conseguenti a ictus oppure migliorare la vita di pazienti che soffrono di Parkinson.
Ma come funziona? Rinforza il meccanismo di comunicazione tra le cellule. Tutto questo sta aprendo una prospettiva del tutto nuova nella cura di alcune
malattie neurologiche che potranno essere trattate non più solo con farmaci, ma anche con stimoli fisici. Quando noi diamo una medicina questa ha effetti
su tutto il cervello, anche in zone dove non servirebbe, ma associando la stimolazione fisica a quella chimica possiamo avere una maggiore efficacia, possiamo
usare dosi minori di farmaco con maggiore effetto sulla zona desiderata.
Nella pratica in cosa consiste questa metodologia? Un casco con al suo interno una serie di spire che producono degli stimoli in profondità sul tessuto
cerebrale.
Entriamo nella fantascienza. Ma siamo solo all’inizio di questa storia. Il nostro è il secondo centro al mondo e il primo in Europa. Esclusivamente di
ricerca, metteremo a punto indagini necessarie per verificare l’efficacia di questa stimolazione.
Questo nuovo centro è all’interno dell’Inspe. Sì, dell’Istituto di Neurologia Sperimentale del San Raffaele, che ho fondato nel 2004, dove lavorano un
centinaio di ricercatori, tra medici, tecnici, biologi, fisici. Tra i suoi scopi c’è la messa a punto di nuove terapie nell’ambito delle malattie infiammatorie
del sistema nervoso, in particolare la sclerosi multipla di cui mi occupo da 30 anni, e di malattie neurodegenerative. Collaboriamo con una rete di ricerca
internazionale e le case farmaceutiche, testiamo terapie prodotte da altri e ne produciamo di nostre. In questo momento stiamo studiando l’uso di cellule
staminali neurali nella sclerosi multipla, o l’impianto di piccole protesi per facilitare la ricrescita di nervi sezionati.
E’ difficile fare ricerca in Italia? Oggi per fare ricerca in modo efficiente non basta più solo essere buoni medici e scienziati, ma è necessario saper
relazionarsi e trovare risorse: quelle pubbliche sono limitate, quindi bisogna essere in grado di integrare con altre sorgenti.
Ad esempio? Riceviamo un forte aiuto dalle associazioni. La più antica è l’Acesm, che ci supporta nel finanziamento per la ricerca nella sclerosi multipla,
attiva da più di 25 anni. L’ultima arrivata è la Fondazione Maria Teresa Parea Uva, che nasce grazie al dottor Alberto Uva, la cui madre è deceduta per
una grave malattia neurodegenerativa, così ha deciso di portare avanti queste ricerche, infatti è uno degli sponsor principali del nuovo centro Magics.
Un altro aiuto lo riceviamo da Boscolo Hotel, la prestigiosa catena alberghiera, che ci sostiene devolvendo un euro per ogni persona che entra in una qualsiasi
delle loro 3.000 camere in Europa.
E buoni ricercatori ci sono? Abbiamo creato apposta un dottorato di neurologia sperimentale come fucina di nuovi ricercatori: in questo momento ci sono
in formazione 35 dottori di ricerca, provenienti da tutto il mondo. Sono 3 anni di formazione nei laboratori di ricerca, un anno lo devono passare all’estero
per venire a contatto con altre realtà della ricerca.
Lei come ha iniziato? Ho fatto i primi passi di accostamento alla neurologia nell’Ospedale di Merate, in provincia di Lecco, dove sono stato un paio d’anni
come studente; poi mi sono spostato al Policlinico di Milano, dove mi sono laureato nel 1973 e nel 1974 sono arrivato al San Raffaele. L’intero istituto
aveva 210 letti, 30 dei quali in neurologia. Nessuno immaginava che sarebbe diventato il primo in Italia e in Europa. Molti mi dissero che ero matto perchè
lasciavo l’ospedale più prestigioso, il Policlinico, per andare alla periferia della città . In realtà fu una vera fortuna incontrare don Verzè, un uomo
geniale, capace di precedere gli sviluppi della medicina, sempre avanti agli altri. Crebbi insieme all’istituto.
Grandi soddisfazioni, quindi. Sì, certo. Mi sono occupato del principale farmaco per la sclerosi multipla e sono stato il primo a sostenere che la terapia
deve iniziare subito senza aspettare che la malattia si manifestasse, è essenziale il trattamento precoce: battere il nemico quando non è ancora forte.
Sono stato anche presidente della Società Europea di Neurologia, il massimo privilegio per un neurologo, e sono fino al 2012 presidente eletto della Società
Italiana di Neurologia. Ma qualsiasi successo della mia carriera dipende anche dalla meravigliosa equipe di persone che ho messo insieme, fortemente motivate
e innamorate della loro quotidianità . E devo ringraziare i miei genitori per avermi dotato di una resistenza fisica alla fatica che mi ha consentito di
navigare in acque non sempre facili.
Ma ha sempre voluto fare il medico? Non so, ma ricordo molto bene un episodio di quando avevo 5 anni. Mia sorella maggiore aveva la polmonite e aspettavamo
il medico del paese. Io ero stato incaricato di stare alla finestra per avvistare il dottore che aveva trovato delle dosi di pennicillina, eravamo poco
dopo la guerra. Lui arrivò come una specie di cavaliere e lo vidi con una specie di aurea di magia. Non so quanto questo abbia influenzato la mia scelta,
ma se lo ricordo così bene qualcosa deve aver fatto. Poi negli anni di studio nacque un grande interesse per il cervello, fu amore a prima vista che non
mi ha ancora abbandonato.
Lei è nato e vive a Carvico? Sono molto legato al mio paese: stare a Carvico mi rilassa molto, anche se il tragitto ha un suo peso. Oggi è attenuato dalle
quattro corsie della Milano-Bergamo. Il trasbordo, poi, mi serve al mattino per preparare e pianificare la giornata, e alla sera per digerire tutte le
preoccupazioni accumulate.
Hobby o sport? Ho sempre amato molto lo sport, ma la professione mi assorbe molto. Poi ho sempre avuto un vizio, sono molto competitivo, nel senso decubertiano,
credo che la competizione sia il sale della vita, utile alla vita personale e alla società .
La sua professione è un grosso impegno. Uno sforzo fisico per la contemporaneità tra attività clinica e di ricerca, che però mi ha consentito di realizzare
l’idea di medicina traslazionale, di cui si parla tanto oggi: dall’osservazione dei malati cogliere i loro bisogni e le loro esigenze, per trovare in laboratorio
gli strumenti per migliorare la vita del malato. E’ fondamentale la figura del medico-ricercatore. Le nuove sfide della medicina richiedono competenze
tecnologiche sempre più avanzate.
E voi siete all’avanguardia. Il nostro istituto riesce a portare al malato i farmaci molto tempo prima che escano sul mercato. Abbiamo competenza e preparazione.
Serve una sana competizione tra ospedali, nel senso migliore del termine, necessaria per la qualità . Bisogna passare da un’assistenza pietistica a un’alta
competenza tecnica: non ci interessa dare solo una pacca sulla spalla per dare coraggio, ma curare.
La specializzazione è importante? Oggi il progresso della medicina è così rapido che è impensabile che un medico di base possa essere portatore di tutte
le conoscenze: la medicina è molto specialistica, ma non si deve correre il rischio che questo porti a perdere una visione di insieme, per questo il lavoro
di equipe diventa fondamentale.
Ha figli? Due femmine. La prima, Alessandra , che è sposata e vive a Paderno d’Adda (Lc) è laureata in Economia e si occupa di controllo di gestione. La
seconda, Michela , si è innamorata della ricerca e studia biotecnologie a Milano. Non ha fatto il medico e ne sono molto contento: ognuno deve trovare
la sua strada personale, e fare bene solo con le sue forze.
Ha lasciato molta libertà alle sue figlie? Diciamo che se la sono presa loro. Hanno una madre molto brava, mia moglie Annalisa : devo a lei la loro crescita.
E’ nonno o vorrebbe diventarlo? Non lo sono, ma mi sento senza età , non ho avuto neanche il tempo di pensarci, quando accadrà ci farò i conti.
Cosa pensa della possibilità di vivere fino a 120 anni prospettata da don Verzè? Non c’è dubbio che gli sviluppi poderosi in ambito medico hanno allungato
la durata della vita, ma bisogna stare molto attenti perchè la vita è qualificata dalla capacità di fruirne. Non vorremmo mai, cosa che purtroppo già succede,
che un cervello invecchiasse dentro un corpo sempre più giovane. Lo stesso don Verzè è l’esempio di come la mente possa rimanere lucida a 90 anni. Ma l’allungarsi
della vita ha portato a un aumento delle malattie neurologiche. Va bene prolungare la vita fino a 120 anni ma con un cervello capace per una buona qualità
della vita.
E qui entra in gioco la sua ricerca. Una delle più grandi scoperte è che il cervello non è un organo perenne e immutabile, ma è una massa in evoluzione
continua, non siamo mai gli stessi, cambiamo noi e il nostro cervello, cambia non solo il software ma anche l’hardware, l’esperienza e il mondo plasmano
il cervello anche fisicamente. Questa è la meraviglia più grande del creato, così la vita è meno noiosa, perchè siamo sorpresi da noi stessi. E il casco
può modificare in meglio il cervello. Certo, si aprono scenari con implicazioni etiche: è impossibile modificare senza rischi, ma nulla è buono o cattivo
di suo, ma dipende da come viene usato.
E al San Raffaele si dibatte anche di etica? Il San Raffaele svolge una attività culturale molto importante. Il suo fine è mettere insieme punti di vista
ed esperienze diverse per capire meglio cos’è l’uomo, con un approccio non solo intellettuale-filosofico ma anche neuro-scientifico: non è immaginabile
discettare di filosofia senza conoscere la macchina che produce il pensiero. .