apr 27 2011

Queste belle storie di eroi quotidiani!

Tag: Esperienze,Sportpatrizia @ 10:27 am

Queste storie sono davvero fantastiche e fanno riflettere sul fatto che per certe persone, chiamiamole pure speciali, le difficoltà della vita, sembrano quasi non esistere. Per meglio dire, riescono a battere ogni giorno dei veri e propri record per riuscire a superarle! Leggete e fateci sapere!

L’Eco di Bergamo del 24-04-2011

«Il mio record è la vita. Altro che Olimpiadi»

BERGAMO. Se non citasse il marito tre frasi sì e una no, diresti che l’amore della sua vita è quel bel labrador dorato che sonnecchia là in soggiorno.
Certo, al suo cane guida Whisky, Maria Teresa Bettineschi deve tanto. Ogni giorno la accompagna dalla casa di Borgo Santa Caterina al lavoro, alla Motorizzazione
civile, e ritorno. Poi a fare la spesa e agli allenamenti. È la sua guida, sono i suoi occhi.
«Ora ho Whisky, prima c’era Kira, un pastore tedesco. Ma soprattutto ho lo sport». Un aneddoto su tutti può essere la chiave di questa bella storia.
«Quando mi stavo preparando per Barcellona siamo andati in una tv locale e lì ho incontrato il mio ex professore di educazione fisica – spiega Maria Teresa,
44 anni, professione centralinista alla Motorizzazione e sposata con Giulio Gusmeroli, pure atleta iridato –. “Com’è che ora vai alle Olimpiadi, se alle
medie non correvi nemmeno a spararti?” mi disse».
Invece era lì pronta a partire per la sua grande avventura: sarebbe arrivata quarta negli 800 metri. Era il 1992, il suo allenatore e atleta guida era
Mario Poletti. Pensare che proprio il suo mister ricorda come lei, i primi tempi, si facesse accompagnare per mano.
«I problemi spariscono»
Facile capire come quelle Olimpiadi furono un’avventura, non la più grande. La vera sfida, per Maria Teresa, è stata l’autonomia. «Senz’altro lo sport
mi ha aiutata prima di tutto nella vita – spiega seduta nella sua cucina –, anzitutto a socializzare. Io venivo da un paesino di montagna, Dezzo di Scalve,
poi a vent’anni sono scesa a Bergamo e ho preso casa da sola. Diciamo che lo sport mi ha tenuto fuori da tante paturnie».
Contatti umani, ma anche una marcia in più per muoversi nella giungla della città. «In effetti anche i tanti esercizi di equilibrio fatti per l’atletica
mi sono serviti molto. Per esempio, io prendo tutti i giorni il pullman: alcuni hanno due, altri tre gradini. Se sei allenata, reagisci meglio di fronte
a queste variabili». Dettaglio non indifferente, per lei che a causa di una grave malformazione alla retina è diventata cieca. Nei suoi ricordi, i colori
e le parole scritte sul vocabolario di francese. Poi il buio, ma anche l’amore di suo marito, ipovedente, gli amici e lo sport.
«Ho conosciuto Giulio al Saletti di Nembro, era il 1988. Ci allenavamo 4-5 giorni la settimana, anche al campo delle Valli oppure al Lazzaretto, per gli
allunghi. Ci siamo sposati il 1° settembre del ’90, al mio paese». Lui ha da poco lasciato il suo lavoro di massofisioterapista al Policlinico di Ponte
San Pietro, è in pensione.
Un po’ di risultati
«Ha partecipato a quattro Olimpiadi» dice orgogliosa la moglie, che da parte sua ha all’attivo due Europei, a Caen in Normandia nel ’91 (prima degli 800
e seconda nei 400) e nel ’93 a Dublino, da dove si portò a casa due bronzi, nelle stesse specialità. Poi c’è il quarto posto a Barcellona e, dal 1988 al
’94, i campionati italiani, ma lì «non era neanche difficile arrivare tra i primi» ammette. Sempre alla voce risultati, Maria Teresa preferisce parlare
del marito: «Faceva mezzofondo e maratona e, dal ’92, tandem». New York 1984, Seoul 1988, poi Barcellona (’92) e Atlanta (’96): ecco il full di Giulio
Gusmeroli, quattro Paralimpiadi con piazzamenti sempre tra i primi sette.
Oggi li vedi nella loro casa e capisci che i problemi non sono loro a farseli. La spiegazione? «Siamo fortunati perché abbiamo tanti amici, tante persone
brave che ci hanno aiutato». (M. Tode.)


apr 26 2011

Gli anti infiammatori alle origini della sordità degli uomini?

é certamente interessante uno studio condotto da ricercatori americani, più precisamente dell’Haward university di Boston (USA).
Infatti secondo quanto è stato pubblicato su “American journal of medicine”, molti anti dolorifici da banco, contribuirebbero all’insorgere di problemi all’udito negli uomini in particolar modo di una età inferiore ai 50 anni.
Tra le sostanze più nocive secondo l’equipe che ha realizzato questo studio, vi è l’ibuprofene.
Ve ne sono però anche altre, ed ognuna di esse, ha una differente percentuale di possibile incidenza su una eventuale origine di disturbi uditivi.
Se vuoi approfondire questa notizia, e quindi avere una disamina più chiara di quali sostanze agevolano l’evolversi di problematiche uditive, vai su:
http://www.assoligureipoudenti.it/news.php?action=fullnews&id=35
La Assoligureipoudenti, che vi abbiamo fatto conoscere anche tramite una intervista a
Lilliana Cardone che dirige l’associazione, è certamente una realtà affermata in Liguria nell’ambito delle disabilità uditive.
Tra gli obiettivi che si pone, vi è anche quello di informarvi sulle news che arrivano da tutto il mondo anche di carattere scientifico sulla sordità.


apr 05 2011

Da non credere…Roba da matti!

Tag: News dall'Italiapatrizia @ 10:31 am

Non ho potuto fare a meno di pubblicare questo articolo e non mi vergogno a dire che a leggere queste notizie, vorrei tanto non vivere in questo paese.
E poi si fa la caccia ai falsi invalidi…che si capisce bene perché esistano.
E poi si modifica la legge sull’invalidità, perché i veri invalidi pesano troppo per le casse dello Stato.

La Repubblica del 04-04-2011

Pazzi, ciechi, invalidi così i medici salvano i boss

In un libro l’uso strumentale delle patologie I criminali istruiti per simulare ogni tipo di malattia. È la denuncia dei buchi di un sistema sanitario
e penitenziario a rischio: il boss Cimmino, passato per matto, incassa dallo Stato una pensione di invalidità civile

di Conchita Sannino

Un tic della spalla, il dondolìo dell’andatura, le parole che prendono una bizzarra direzione. I maestri della simulazione psichiatrica cominciano spesso
con questi dettagli. Come i coach degli attori, possono trasformare un capocosca, un narcotrafficante o un pluriomicida in un paziente “bisognoso di cure
speciali”. Medici, ma arruolati dalla parte sbagliata, che li preparano a ingannare un giudice. Li allenano a non mangiare, a inventarsi le “voci” nella
testa, a vivere le giornate in cella come farebbe un depresso o un potenziale suicida. Fino a somministrare, a quei detenuti camaleonti, i farmaci utili
perché si compia la recita della patologia: il male che li renderà incompatibili con il carcere.

Può costare 2mila, 5mila o al massimo 50mila euro assicurarsi la complicità di uno psichiatra. Spiccioli, per le finanze illecite. La loro ambiguità era
rimasta ai margini della narrazione criminale, epica o austera che fosse. Un libro pieno di fatti si incarica di illuminarne le azioni. Racconta dei traditori
di Ippocrate (minoranza silenziosa) che hanno favorito le evasioni e le scorribande di camorra, mafia o Banda della Magliana. Eppure “I medici della camorra”
di Corrado De Rosa (Castelvecchi editore, 288 pagg., 16 euro), medico e scrittore 36enne, non è solo un’inchiesta-testimonianza, ma un racconto italiano
che illumina i volti dei borghesi per eccellenza, tra i collusi.

E denuncia i buchi di un sistema sanitario e penitenziario tendenzialmente a rischio.
Un bisturi che affonda. Nel volume – arricchito dagli interventi dei magistrati Raffaele Cantone e Franco Roberti, e dai commenti dello psichiatra Mario
Maj e dello psicoterapeuta Girolamo Lo Verso – si sottolinea come l’uso strumentale della malattia colpisca in due direzioni opposte. Sia a favore dei
boss che hanno fretta di lasciare le celle, sia contro gli “odiati” pentiti.

Pezzi di agghiacciante storia criminale ricostruiti nel dettaglio. Dal caso Raffaele Cutolo, lucidissimo “pazzo” dell’iconografia di camorra, alla terribile
fine di Aldo Semerari, il criminologo al quale il padrino Umberto Ammaturo tagliò personalmente la testa in mezzo alle bestie di un macello perché lo specialista
aveva osato favorire, con un giudizio truccato, un affiliato del clan avversario. Dai fratelli Francesco e Walter Schiavone, padrini storici dei casalesi
entrambi affetti da un’anoressia “che è diventata una sorta di epidemia in quella zona”, fino al blitz del 2001 della Procura antimafia di Napoli sull’allora
servizio di neuropsichiatria del carcere di Poggioreale. Per non dire del clamoroso caso del superkiller Peppe ‘o cecato (il cieco), quel Giuseppe Setola
oggi sotto processo come stragista dei casalesi che, grazie ad una diagnosi di maculopatìa, era riuscito a lasciare il carcere per un centro oculistico
di Pavia. Evaso da quelle corsie, Setola torna a C! asal di Principe nella primavera del 2008 e con il suo gruppo dà inizio ad un autentico bagno di sangue.
Diciotto morti in pochi mesi, innocenti: uccisi a colpi di mitra dal sicario considerato cieco, senza che ancora nessuno abbia presentato un conto ai medici
che gli aprirono la cella. Negli stessi giorni, ecco indagati gli specialisti che avrebbero fatto arrivare, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, “compresse
a preparazione galenica anfetaminosimili”. Per ridurre l’appetito.

Il primo pentito a raccontare di una struttura di psichiatri a disposizione è Gaetano Guida, boss a Secondigliano: “Nel caso in cui la perizia veniva disposta
dal magistrato, il mio medico, che mi faceva fare lo psicopatico, si informava di chi fosse il perito e lo convinceva a confermare la sua falsa diagnosi.
E per questa attività riceveva ogni volta 10 o 15 milioni”. Erano gli anni Ottanta. Stessa epoca dei tanti capicosca battezzati con i sinonimi dei disturbi
mentali. ‘O pazzo, è soprannome non solo di Cutolo, ma dei boss Michele Zaza, Vincenzo Mazzarella, Michele Senese, Alfonso Perrone, volto di Gomorra a
Modena.

L’indagine attraversa trent’anni di complicità eccellenti. Sempre per costruire la via di fuga alla giustizia: la testa malata, appunto. De Rosa conosce,
d’altra parte, la precarietà degli psichiatri allergici ai compromessi, la maggioranza. E l’affresco che le sue storie compongono non vuole produrre un’invettiva
generica e giustizialista. Casomai, porre qualche domanda.

Nella galleria dei paradossi, ad esempio, brilla il caso di Luigi Cimmino, boss napoletano che doveva essere bersaglio dell’agguato in cui morì, invece,
una madre innocente, Silvia Ruotolo. Cimmino oggi è passato per matto e incassa dallo Stato una pensione di invalidità civile. È il killer della Napoli
bene, Rosario Privato, a raccontare: “Cimmino si è sempre finto pazzo, andava in escandescenza, ci raccontava che entrava in questura e gridava: “Ma ora
io che ci faccio qui?”". Riflette De Rosa: “Com’è possibile assegnare una pensione di invalidità a una persona condannata a 8 anni in via definitiva per
associazione mafiosa e che rimane in carcere per anni? Eppure la pratica 755/2009 della municipalità riconosce a Cimmino perfino gli arretrati dal 2007″.
La dedica de “I medici di camorra” amplifica il valore di un’inchiesta che dovrebbe turbare più a lungo la società civile. È un pensiero rivolto agli altri:
“A chi soffre realmente di un disturbo mentale”.


apr 04 2011

Un affascinante viaggio tra i nostri sensi

Tag: Ausili per disabili e ricerca scientificapatrizia @ 2:58 pm

Davvero affascinante tutto ciò che riguarda i nostri sensi e il loro comportamento e adattamento nelle situazioni più differenti e ancor più incredibile è che spesso tutto accade indipendentemente dalla nostra consapevolezza. Il nostro cervello è un mondo ancora tutto da scoprire, che dispone di risorse inimmaginabili e sa attingere a fonti ancora inesplorate, le soluzioni più idonee per mantenere un giusto equilibrio tra mente e corpo.

Il Sole 24 Ore del 03-04-2011

I cinque supersensi che non sapete di avere

Eraclito, detto l’Oscuro, in realtà sapeva produrre pensieri a dir poco adamantini. Per esempio: «Se tutte le cose andassero in fumo, le nostre narici
imparerebbero a distinguerle l’una dall’altra». Chiaro, no? Se ne volete una dimostrazione puntuale, estesa a tutti i sensi, la troverete nel lungo viaggio
che il neuroscienziato Lawrence Rosenblum ci propone in Lo straordinario potere dei nostri sensi. La cui tesi di fondo non dovrebbe sorprenderci più di
tanto, almeno da quando Giacomo Rizzolatti ha dimostrato la plasticità, anche in età adulta, del nostro cervello: tesi che spiega perché i nostri sensi
cooperano in continuazione, si influenzano a vicenda, compensano reciprocamente le loro eventuali deficienze, come se fossero costantemente al servizio
di un sesto senso, quello che ci permette sempre e comunque – nella vita di ogni giorno o in situazioni estreme – di orientarci nel mondo. Udendo o annusando
forme, toccando parole, assaggiando! odori.
Rosenblum lo ha provato in prima persona. Immaginatelo carponi, con dei grossi guantoni da lavoro e perfettamente bendato, procedere per il prato all’inglese
di fronte al suo dipartimento mentre cerca di seguire, guidato solo dall’olfatto, un lungo nastro che odora di menta. L’esperimento, eseguito di fronte
allo sguardo stupefatto dei colleghi del campus, è perfettamente riuscito. Rosenblum ora sa di avere un vero olfatto “da cani”. Per quanto le narici umane
siano capaci di una sola annusata al secondo, contro le sei di un qualsiasi Fido, il cervello di sapiens sapiens è in grado di sopperire a questa manchevolezza
per raggiungere il suo obiettivo.
«Le più recenti ricerche di psicologia percettiva e scienza del cervello hanno svelato che i sensi colgono informazioni sulla realtà che in passato si
riteneva fossero a disposizione solo di altre specie animali. Gli esseri umani possono usare l’udito come i pipistrelli, l’olfatto come i cani e il tatto
come gli insetti, e lo fanno costantemente». Dobbiamo dunque fidarci dei nostri sensi. A loro dobbiamo una grossa percentuale di ciò che conosciamo, anche
se non ne siamo coscienti. La spiccata sensibilità sensoriale di chi è affetto da un handicap è allo studio da decenni, ma solo di recente la neuroscienza,
con l’ausilio degli strumenti di neuroimaging, ha messo a fuoco il “perché” di questi poteri apparentemente straordinari. È qui che troviamo il fenomeno
della “plasticità neurale”, che consiste nella facoltà delle varie aree sensoriali del cervello di cambiare la propria funzione se è presente un deficit
di qualche tipo: se ad esempio un soggetto è affetto da! cecità cronica, allora il suo cervello visivo “presta” il suo potenziale all’area della tattilità
(corteccia somatosensitiva) ed è così che un non vedente dalla nascita, o anche divenuto cieco da poche settimane, finisce col possedere una sensibilità
tattile di gran lunga maggiore rispetto a un vedente, e ciò grazie a questa compensazione sensoriale. «Il cervello può cambiare la propria struttura e
organizzazione in base all’esperienza. Il suo livello di neuroplasticità è una sorpresa elettrizzante per una scienza che a lungo ha dato per scontato
che, una volta matura, la struttura del cervello cambiasse poco».
La grande novità, però, consiste nel fatto che anche chi non è affetto da un deficit che compromette uno dei cinque sensi, possiede straordinari poteri
percettivi di cui non è consapevole. Il nostro cervello, infatti, se sottoposto a determinate condizioni – per esempio la cecità indotta sperimentalmente
con l’ausilio di una maschera da portare cinque giorni – che determinano un deficit parziale e temporaneo, reagisce immediatamente invocando l’ausilio
delle altre aree sensoriali e potenziando il nostro tatto o il nostro udito, o gli altri sensi.
Pensare ai cinque sensi come a strumenti separati l’uno dall’altro è un grave pregiudizio intellettualistico. Rosenblum spiega, e lo fa in uno stile leggero,
chiaro, divertente, come per il nostro cervello la percezione sia sempre multisensoriale. Le storie che racconta sono straordinarie. Si prenda il caso
di Brian Brushway, cieco dalla nascita e campione di mountain byke. Per orientarsi Brushway si affida all’ecolocalizzazione. Il ciclista emette con la
bocca forti segnali acustici a intermittenza, prodotti facendo schioccare la lingua ogni due secondi. Il riflesso prodotto dal suono che rimbalza sugli
oggetti – gli ostacoli sul tragitto – viene percepito dall’udito infallibile di Brushway, che riesce anche a stabilire la qualità degli oggetti stessi
– alberi, radici sul terreno, costruzioni – e addirittura a distinguerne i materiali sulla base della qualità della risonanza emessa. Esattamente come
i pipistrelli, che «confrontano le differenze di durata, energia,! frequenza tra suono emesso e suono di ritorno, e sono così in grado di individuare l’ubicazione
e le caratteristiche degli oggetti (falene, alberi, fili del telefono)».
E che dire di Michael, campione degli Houston heat, squadra di baseball per non vedenti, che si affida all’udito per dare la battuta? Ascoltando il ticchettio
emesso dalla palla mentre si trova in aria, non solo riesce a individuarne la collocazione precisa, ma anche il senso rotatorio, informazione fondamentale
per sapere come rimbalzerà una volta che avrà toccato il suolo.
L’abilità di Michael è di saper “ascoltare il futuro”. Un’abilità in cui tutti noi eccelliamo. Per esempio, quando attraversiamo la strada, spesso distratti
o mentre parliamo al cellulare, sebbene ci sembri di affidarci alla sola vista per l’individuazione di un’auto che sta per avvicinarsi pericolosamente
a noi, in realtà utilizziamo le informazioni uditive che, in questa circostanza, ci sono anche più utili. Quando sentiamo una fonte sonora avvicinarsi,
si attivano le aree cerebrali associate al rilevamento del moto, al riconoscimento dello spazio e alla reazione motoria. L’evoluzione ha messo a punto
un sistema cerebrale di “avvicinamento uditivo”, che ci avverte in anticipo circa la posizione oggettiva dell’auto che si approssima, per consentirci di
evitarla in tempo. «È come se il sistema di avvertimento dell’avvicinamento uditivo ingannasse le aree del cervello preposte alla reazione in modo che
agiscano prima del necessario, assicurando in tal modo la sicurezza»! .
La percezione olfattiva è strettamente legata a quella visiva. A 54 sommelier francesi è stato somministrato due volte lo stesso vino bianco, ma la seconda
volta con l’aggiunta di un colorante rosso inodore e insapore. I professionisti del vino sono caduti nella trappola e hanno creduto di individuare i tipici
sentori di mirtillo e pepe del rosso.
Per condurre la sua ricerca, Rosenblum si è impegnato in prima persona a tutto campo. Ha invitato alcuni amici a cena in un ristorante gestito da ciechi
e allestito in un locale completamente buio. L’assenza di luce ha fatto sì che, se da un lato ha potuto riconoscere al tatto con maggiore precisione la
forma dei cibi, dall’altro l’impossibilità di contemplarne i colori glieli ha resi abbastanza insapori. Anche l’occhio vuole la sua parte. E anche l’udito
contribuisce al piacere del mangiare: un esperimento premiato con l’IgNobel, è stato eseguito facendo provare a un gruppo di soggetti 60 patatine Pringles
identiche tra loro, ma facendo loro ascoltare il rumore prodotto dalla croccantezza della patata con delle cuffie. Tutti hanno considerato più fresche
e gustose le patatine cui era stato associato un rumore più nitido e potente. «Le indagini neurofisiologiche sui primati mostrano che gli stessi gruppi
cellulari si attivano sia alla vista che al gustare un alimento. L! a vista attiva l’ipotalamo, un’area che controlla l’appetito e i correlati del mangiare».
Nel libro viene anche raccontata l’esperienza di John Bramblitt che, divenuto cieco all’età di trent’anni, ha deciso di fare il pittore dopo aver avuto
il privilegio di toccare i dipinti originali di Van Gohg e Cézanne. Ora esegue le sue pitture con una vernice cosiddetta “gonfia”, che permette di riconoscere
le forme dipinte con le dita, ed è in grado di distinguere anche i colori, testando la densità delle misture dei pigminenti. E che dire di Rick Joy, esperto
di un tipo di labiolettura tattile chiamata Tadoma, che si esegue toccando il viso dell’interlocutore, in modo da leggere le sue parole, ma anche i suoi
sentimenti? Rosenblum, raccontandoci le esperienze di due artisti, Marylin Michaels imitatrice professionista e Dave Thorsen prestigiatore, dedica un omaggio
speciale alla scoperta dei neuroni specchio e al fenomeno dell’empatia. La nostra capacità innata di imitare involontariamente le espressioni del viso
degli altri, per predisporli bene verso di noi, è defin! ita ironicamente una forma naturale di “adulazione”.
Alla vista è da sempre attribuita la facoltà di definire la bellezza. La bellezza dei visi, basata sulla simmetricità, ha lo scopo evolutivo di individuare
nel partner uno stato di buona salute genetica. «Da tempo la ricerca ha mostrato che gli adulti con un bel viso sono più popolari a parità di altre qualità,
hanno un maggior numero di relazioni ed esperienze sessuali, hanno più successo sul lavoro (con salari più alti) e minori probabilità di essere dichiarati
colpevoli nei processi penali». Spiace dirlo ma, a quanto pare, la bellezza non è negli occhi di chi guarda.

di Armando Massarenti

***
il libro: “Lo straordinario potere dei nostri sensi”
di Lawrence Rosenblum
Bollati Boringhieri
pagg. 462 | € 20,00

Davvero affascinante tutto ciò che riguarda i nostri sensi e il loro comportamento e adattamento nelle situazioni più differenti e ancor più incredibile è che spesso tutto accade indipendentemente dalla nostra consapevolezza. Il nostro cervello è un mondo ancora tutto da scoprire, che dispone di risorse inimmaginabili e sa attingere a fonti ancora inesplorate, le soluzioni più idonee per mantenere un giusto equilibrio tra mente e corpo.

Il Sole 24 Ore del 03-04-2011

I cinque supersensi che non sapete di avere

Eraclito, detto l’Oscuro, in realtà sapeva produrre pensieri a dir poco adamantini. Per esempio: «Se tutte le cose andassero in fumo, le nostre narici
imparerebbero a distinguerle l’una dall’altra». Chiaro, no? Se ne volete una dimostrazione puntuale, estesa a tutti i sensi, la troverete nel lungo viaggio
che il neuroscienziato Lawrence Rosenblum ci propone in Lo straordinario potere dei nostri sensi. La cui tesi di fondo non dovrebbe sorprenderci più di
tanto, almeno da quando Giacomo Rizzolatti ha dimostrato la plasticità, anche in età adulta, del nostro cervello: tesi che spiega perché i nostri sensi
cooperano in continuazione, si influenzano a vicenda, compensano reciprocamente le loro eventuali deficienze, come se fossero costantemente al servizio
di un sesto senso, quello che ci permette sempre e comunque – nella vita di ogni giorno o in situazioni estreme – di orientarci nel mondo. Udendo o annusando
forme, toccando parole, assaggiando! odori.
Rosenblum lo ha provato in prima persona. Immaginatelo carponi, con dei grossi guantoni da lavoro e perfettamente bendato, procedere per il prato all’inglese
di fronte al suo dipartimento mentre cerca di seguire, guidato solo dall’olfatto, un lungo nastro che odora di menta. L’esperimento, eseguito di fronte
allo sguardo stupefatto dei colleghi del campus, è perfettamente riuscito. Rosenblum ora sa di avere un vero olfatto “da cani”. Per quanto le narici umane
siano capaci di una sola annusata al secondo, contro le sei di un qualsiasi Fido, il cervello di sapiens sapiens è in grado di sopperire a questa manchevolezza
per raggiungere il suo obiettivo.
«Le più recenti ricerche di psicologia percettiva e scienza del cervello hanno svelato che i sensi colgono informazioni sulla realtà che in passato si
riteneva fossero a disposizione solo di altre specie animali. Gli esseri umani possono usare l’udito come i pipistrelli, l’olfatto come i cani e il tatto
come gli insetti, e lo fanno costantemente». Dobbiamo dunque fidarci dei nostri sensi. A loro dobbiamo una grossa percentuale di ciò che conosciamo, anche
se non ne siamo coscienti. La spiccata sensibilità sensoriale di chi è affetto da un handicap è allo studio da decenni, ma solo di recente la neuroscienza,
con l’ausilio degli strumenti di neuroimaging, ha messo a fuoco il “perché” di questi poteri apparentemente straordinari. È qui che troviamo il fenomeno
della “plasticità neurale”, che consiste nella facoltà delle varie aree sensoriali del cervello di cambiare la propria funzione se è presente un deficit
di qualche tipo: se ad esempio un soggetto è affetto da! cecità cronica, allora il suo cervello visivo “presta” il suo potenziale all’area della tattilità
(corteccia somatosensitiva) ed è così che un non vedente dalla nascita, o anche divenuto cieco da poche settimane, finisce col possedere una sensibilità
tattile di gran lunga maggiore rispetto a un vedente, e ciò grazie a questa compensazione sensoriale. «Il cervello può cambiare la propria struttura e
organizzazione in base all’esperienza. Il suo livello di neuroplasticità è una sorpresa elettrizzante per una scienza che a lungo ha dato per scontato
che, una volta matura, la struttura del cervello cambiasse poco».
La grande novità, però, consiste nel fatto che anche chi non è affetto da un deficit che compromette uno dei cinque sensi, possiede straordinari poteri
percettivi di cui non è consapevole. Il nostro cervello, infatti, se sottoposto a determinate condizioni – per esempio la cecità indotta sperimentalmente
con l’ausilio di una maschera da portare cinque giorni – che determinano un deficit parziale e temporaneo, reagisce immediatamente invocando l’ausilio
delle altre aree sensoriali e potenziando il nostro tatto o il nostro udito, o gli altri sensi.
Pensare ai cinque sensi come a strumenti separati l’uno dall’altro è un grave pregiudizio intellettualistico. Rosenblum spiega, e lo fa in uno stile leggero,
chiaro, divertente, come per il nostro cervello la percezione sia sempre multisensoriale. Le storie che racconta sono straordinarie. Si prenda il caso
di Brian Brushway, cieco dalla nascita e campione di mountain byke. Per orientarsi Brushway si affida all’ecolocalizzazione. Il ciclista emette con la
bocca forti segnali acustici a intermittenza, prodotti facendo schioccare la lingua ogni due secondi. Il riflesso prodotto dal suono che rimbalza sugli
oggetti – gli ostacoli sul tragitto – viene percepito dall’udito infallibile di Brushway, che riesce anche a stabilire la qualità degli oggetti stessi
– alberi, radici sul terreno, costruzioni – e addirittura a distinguerne i materiali sulla base della qualità della risonanza emessa. Esattamente come
i pipistrelli, che «confrontano le differenze di durata, energia,! frequenza tra suono emesso e suono di ritorno, e sono così in grado di individuare l’ubicazione
e le caratteristiche degli oggetti (falene, alberi, fili del telefono)».
E che dire di Michael, campione degli Houston heat, squadra di baseball per non vedenti, che si affida all’udito per dare la battuta? Ascoltando il ticchettio
emesso dalla palla mentre si trova in aria, non solo riesce a individuarne la collocazione precisa, ma anche il senso rotatorio, informazione fondamentale
per sapere come rimbalzerà una volta che avrà toccato il suolo.
L’abilità di Michael è di saper “ascoltare il futuro”. Un’abilità in cui tutti noi eccelliamo. Per esempio, quando attraversiamo la strada, spesso distratti
o mentre parliamo al cellulare, sebbene ci sembri di affidarci alla sola vista per l’individuazione di un’auto che sta per avvicinarsi pericolosamente
a noi, in realtà utilizziamo le informazioni uditive che, in questa circostanza, ci sono anche più utili. Quando sentiamo una fonte sonora avvicinarsi,
si attivano le aree cerebrali associate al rilevamento del moto, al riconoscimento dello spazio e alla reazione motoria. L’evoluzione ha messo a punto
un sistema cerebrale di “avvicinamento uditivo”, che ci avverte in anticipo circa la posizione oggettiva dell’auto che si approssima, per consentirci di
evitarla in tempo. «È come se il sistema di avvertimento dell’avvicinamento uditivo ingannasse le aree del cervello preposte alla reazione in modo che
agiscano prima del necessario, assicurando in tal modo la sicurezza»! .
La percezione olfattiva è strettamente legata a quella visiva. A 54 sommelier francesi è stato somministrato due volte lo stesso vino bianco, ma la seconda
volta con l’aggiunta di un colorante rosso inodore e insapore. I professionisti del vino sono caduti nella trappola e hanno creduto di individuare i tipici
sentori di mirtillo e pepe del rosso.
Per condurre la sua ricerca, Rosenblum si è impegnato in prima persona a tutto campo. Ha invitato alcuni amici a cena in un ristorante gestito da ciechi
e allestito in un locale completamente buio. L’assenza di luce ha fatto sì che, se da un lato ha potuto riconoscere al tatto con maggiore precisione la
forma dei cibi, dall’altro l’impossibilità di contemplarne i colori glieli ha resi abbastanza insapori. Anche l’occhio vuole la sua parte. E anche l’udito
contribuisce al piacere del mangiare: un esperimento premiato con l’IgNobel, è stato eseguito facendo provare a un gruppo di soggetti 60 patatine Pringles
identiche tra loro, ma facendo loro ascoltare il rumore prodotto dalla croccantezza della patata con delle cuffie. Tutti hanno considerato più fresche
e gustose le patatine cui era stato associato un rumore più nitido e potente. «Le indagini neurofisiologiche sui primati mostrano che gli stessi gruppi
cellulari si attivano sia alla vista che al gustare un alimento. L! a vista attiva l’ipotalamo, un’area che controlla l’appetito e i correlati del mangiare».
Nel libro viene anche raccontata l’esperienza di John Bramblitt che, divenuto cieco all’età di trent’anni, ha deciso di fare il pittore dopo aver avuto
il privilegio di toccare i dipinti originali di Van Gohg e Cézanne. Ora esegue le sue pitture con una vernice cosiddetta “gonfia”, che permette di riconoscere
le forme dipinte con le dita, ed è in grado di distinguere anche i colori, testando la densità delle misture dei pigminenti. E che dire di Rick Joy, esperto
di un tipo di labiolettura tattile chiamata Tadoma, che si esegue toccando il viso dell’interlocutore, in modo da leggere le sue parole, ma anche i suoi
sentimenti? Rosenblum, raccontandoci le esperienze di due artisti, Marylin Michaels imitatrice professionista e Dave Thorsen prestigiatore, dedica un omaggio
speciale alla scoperta dei neuroni specchio e al fenomeno dell’empatia. La nostra capacità innata di imitare involontariamente le espressioni del viso
degli altri, per predisporli bene verso di noi, è defin! ita ironicamente una forma naturale di “adulazione”.
Alla vista è da sempre attribuita la facoltà di definire la bellezza. La bellezza dei visi, basata sulla simmetricità, ha lo scopo evolutivo di individuare
nel partner uno stato di buona salute genetica. «Da tempo la ricerca ha mostrato che gli adulti con un bel viso sono più popolari a parità di altre qualità,
hanno un maggior numero di relazioni ed esperienze sessuali, hanno più successo sul lavoro (con salari più alti) e minori probabilità di essere dichiarati
colpevoli nei processi penali». Spiace dirlo ma, a quanto pare, la bellezza non è negli occhi di chi guarda.

di Armando Massarenti

***
il libro: “Lo straordinario potere dei nostri sensi”
di Lawrence Rosenblum
Bollati Boringhieri
pagg. 462 | € 20,00


apr 01 2011

Inps ancora Controlli!

Tag: News dall'Italialucio @ 12:42 pm

Arrivano nuovi controlli che l’istituto nazionale di previdenza sociale (Inps), vuole effettuare nei confronti delle persone con disabilità.
Infatti con messaggio n 6763 dello scorso 16 marzo, la direzione generale dell’Inps, ha riferito alle sedi regionali i criteri per selezionare il nuovo campione di disabili da controllare nel 2011.
Se vuoi chiarimenti ed approfondimenti in merito, clicca quì:
http://www.handylex.org/gun/controlli_invalidi_verifiche_INPS_2011.shtml