nov 29 2011

Ti tengo d’occhio” la battaglia di Vincenzo Rubano sta per entrare nel vivo!

Tag: News dall'Italialucio @ 1:18 pm

L’istituto Costa di Lecce, la dove Vincenzo rubano ragazzo non vedente che ha ideato il progetto “Ti tengo d’occhio” frequenta i suoi studi, ci fornisce novità sul medesimo.
Ricordiamo che questa iniziativa voluta da questo ragazzo cieco, mira a realizzare una lista di siti e programmi non accessibili.
Anche tu puoi dare un contributo!
Come?
Leggi quanto segue e lo capirai!

“Segnaliamo che a breve sarà pienamente operativo il nuovissimo sito denominato “Ti tengo d’occhio”
http://www.titengodocchio.it/ (per ora c’è una pagina di accoglienza) attraverso il quale Vincenzo Rubano, un nostro studente non vedente, intende dare battaglia a tutti quei siti web e quei programmi per pc che risultano poco o per nulla accessibili a chi ha problemi di vista.
Nel frattempo, Vincenzo ha già attivato una pagina su Facebook ed un profilo su Twitter attraverso i quali è possibile interagire, segnalare e comunicare.
A chi fosse interessato all’argomento, pertanto, consigliamo di raggiungere al più presto i link sotto indicati e unire così la propria voce al coro.
Facebook:
http://www.facebook.com/titengodocchio
Twitter:
http://www.twitter.com/titengodocchio
Ricordiamo che è possibile inoltre comunicare direttamente con Vincenzo scrivendo alla mail:
info@titengodocchio.it”


nov 10 2011

Ma quanto “non vede” un non vedente?

Tag: Esperienzepatrizia @ 1:13 pm

Cari amici del blog, pubblichiamo questo articolo per portare a conoscenza uno dei tanti inconvenienti (e limitiamoci a definirli così), che purtroppo accadono a molte persone che già sono disagiate a causa di una malattia e in più devono sopportare altri disagi ancor più gravosi della malattia stessa.
Il fatto positivo di tutta questa vicenda, è che il Signor Silvano si è messo gentilmente a disposizione per supportare soprattutto moralmente, tutte quelle persone che vivono o hanno vissuto la sua stessa esperienza.

«Una storia fra il grottesco e l’incredibile, fra il cinico e la farsa, che denuncia ignoranza e invoca dignità»: la definisce così, Silvano Pasquini,
persona non vedente che percepisce l’indennità di accompagnamento e che ha dovuto vivere sulla propria pelle – senza purtroppo essere nemmeno l’unico -
la realtà di un Paese «non più disposto a fare i conti con i “bisogni veri”», come gli stesso sottolinea e che, «strumentalizzando l’attuale contingenza,
in barba alle principali e prioritarie finalità costituzionali, ritiene più facile e opportuno tagliare indiscriminatamente sui più deboli, “facendo di
tutta l’erba un fascio” e alla faccia di chi soffre, oltretutto, l’ingiusta accusa di essere considerato un “peso morto” per la nostra società». Seguiamone
l’”odissea” tra prenotazioni, visite e passaggi davanti alle Commissioni dell’INPS, una “via crucis” di tempo e soldi sprecati, per capire quanto un non
vedente può “non vedere”…

Sono una persona non vedente e percepisco regolare indennità di accompagnamento, a seguito di un glaucoma corneale bilaterale, riconosciuto fin dalla nascita,
confermato in un verbale emesso dalla preposta Commissione Medica di Lucca nel 1971 e ribadito da un ulteriore verbale di prima Istanza, rilasciato da
quella di Milano nel 1986.
Com’è di norma e giusto, l’INPS, erogatore dell’emolumento per conto dello Stato, ha inteso sottopormi al controllo delle condizioni visive, nonostante
la diagnosi estremamente chiara, presente nei verbali in suo possesso.
Il 20 settembre scorso, dunque, mi sono regolarmente presentato agli Uffici INPS di Milano, in Via Melchiorre Gioia, certo di fare una “passeggiata”, tanto
inutile quanto priva di sorprese. Ma arrivato lì, ironia della sorte, vengo accolto da due dottoresse che subito invece mi dimostrano il contrario, chiedendomi
la documentazione sull’ultima visita effettuata, che da cieco acclarato da tempo nel tempo, naturalmente non ho.
Successivamente, una delle due mi sfila gli occhiali (da sole), mi apre l’occhio destro, tenta di farmi guardare ciò che non vedo e si allontana. Dopo
una breve pausa, l’altra mi chiede se sono da solo, come se la cosa fosse strettamente riconducibile ai fini della valutazione clinica. Alla mia risposta
civilmente infastidita, con un po’ d’imbarazzo, si incomincia a dirmi che purtroppo, nonostante la cosa sia evidente, la documentazione non è sufficiente
a far loro emettere un verdetto definitivo sul mio stato di cecità e che, pertanto, avrei avuto un mese di tempo per acquisire quella attraverso cui non
avrei mai più avuto problemi in materia di revisione.
E così mi consegnano un foglio scritto a mano, che testualmente mi viene letto, con l’elenco dei referti da esibire: certificato di prima visita oculistica;
potenziali evocati visivi; misurazione del campo visivo.
Incredulo, ma anche ferito nell’intimo del mio orgoglio, regaisco in modo determinato, fino a far riflettere le mie interlocutrici sul fatto che – pur
con il dovuto rispetto per la professionalità di ognuno – nonostante la laurea non fossero in condizione di prendere atto di un caso tanto tangibile come
il mio, ma solo di apporre sigle e timbri su diagnostiche altrui. Reazione che, ovviamente, sarebbe stata ben diversa se – anziché ostinarsi a ritenere
legittima la necessità di quegli ulteriori controlli – le due commissarie incaricate mi avessero palesato invece la loro comprensione per una burocrazia
ai limiti dell’assurdo.

La prenotazione.
Con la voglia repressa di sbattere sul “tavolo dell’Inquisizione” la protesi che dal 1960 sostituisce il mio occhio sinistro e con la promessa fatta ad
alta voce che avrei fatto oggetto la vicenda della massima divulgazione anche mediatica, mi sono congedato, accompagnato dalla sconveniente ilarità delle
dottoresse e già sulla via del ritorno, ancora in taxi, ho fissato l’appuntamento con il medico per la necessaria prescrizione, regolarmente redatta il
giorno successivo, tra i commenti di incredulità e sbigottimento dello stesso medico.
A quel punto era il 21 settembre e si trattava di provvedere alla prenotazione delle visite che – essendo commissionate dallo Stato – avrebbero dovuto
essere effettuate solo in strutture pubbliche o convenzionate. In sintesi:
- il Servizio Sanità di Prenotazione della Regione Lombardia mi fa sapere in prima battuta che non può prendere prenotazioni per tre accertamenti alla
volta e mi rinvia ad alcune singole strutture;
- acquisiti i numeri diretti di cinque o sei di queste, mi metto all’opera, rispettando l’orario riservato da ciascuna di esse alle prenotazioni, ma sempre
invano;
- un amico che lavora all’INPS mi consiglia di telefonare all’Ospedale Sacco, dove, a suo dire, sarebbero stati disponibili e solerti. Chiamo e mi si dice
che una delle tre visite da loro non si effettua e che la prima avrei potuto averla per il 14 novembre, la seconda non prima del 18 gennaio 2012.
Si arriva quindi al 27 settembre, con il più assoluto nulla di fatto e, preoccupato per il trascorrere del tempo, mi premuro di far presente all’INPS,
via fax, le difficoltà incontrate, nonostante il mio impegno. Alcuni giorni dopo, però, vengo raggiunto da una telefonata in cui mi si ricorda che io sono
solo uno dei trecentomila in questa situazione – come se la cosa dovesse consolarmi -, che a Milano vi è una quantità innumerevole di strutture cui rivolgersi
e che, pertanto, la mia era solo una posizione di «catastrofico, vittimistico atteggiamento».
Torno allora al Servizio Sanità di Prenotazione della Regione e questa volta con maggiore fortuna. L’impiegata, infatti, alla quale spiego la situazione,
si prodiga al meglio per trovare la miglior soluzione possibile e in breve tempo mi prospetta una visita al Policlinico per il 10 ottobre, che ovviamente
confermo.
Per le altre visite, però, prova con la Clinica Città Studi (meglio e più tristemente conosciuta anche come Clinica Santa Rita) e le si blocca il sistema
informatico.
Allora provo io con la stessa Clinica e trovo due posti, per il 14 e il 20 ottobre, giorno in cui, neanche a farlo apposta, sarebbe scaduto il periodo
assegnatomi per la consegna dei referti richiesti.

Le visite.
Il 10 ottobre, dunque, mi reco al Policlinico per effettuare i potenziali evocati visivi – che non conoscevo per metodica e contenuto – sperando di trovare
un oculista tanto bravo e comprensivo che potesse dar fine a questa inutile “via Crucis”, apponendo la sua firma anche sugli altri due documenti rimanenti.
Ma non tutto così è semplice: la dottoressa, infatti, è una neurologa, non abilitata, pertanto, a diagnosticare su una materia non di sua competenza. In
compenso, però, mi sento dire che “potenzialmente” io potrei vedere, perché in grado di dirigere il mio sguardo verso destra e verso sinistra… Senza
parole…
Il 14 ottobre, poi, alla Santa Rita, si pone il problema di come misurare il campo visivo. Dapprima mi si dice che anzitutto occorre una visita oculistica
e che, visto che l’avrei effettuata il giorno 20, quella del campo visivo me l’avrebbero accordata nella stessa mattinata. Per impegni assunti in precedenza,
ho dovuto però rifiutare, dopodiché l’addetto al macchinario – che non sono in grado di dire se fosse proprio un oculista – chiamati i “debiti rinforzi”,
mi ha posto con il mento su un appoggio, davanti al quale mi ha spiegato che vi erano delle luci particolari e mi ha fornito di un apposito pulsante da
azionare ad ogni cambiamento luminoso che, inutile a dirsi, non ho potuto azionare proprio mai, con il più ovvio imbarazzo da parte mia e da parte sua…
E si arriva finalmente alla visita oculistica, effettuata come da programma il 20 ottobre e che da “prima visita” si è trasformata in ultima, ma che è
stata anche la più seria, la più facile e la più veloce, in quanto il dottore di turno, dopo avermi doverosamente guardato con la sua lampada, ha poi redatto
il certificato, estrapolandolo pari pari dal verbale oculistico che avevo con me per ogni evenienza.

La consegna.
“Raggiante” per il compito finalmente giunto in porto, e per di più nei tempi previsti, riprendo la via dell’INPS per consegnare la refertazione richiesta.
Stavolta, ad accogliermi, c’è una signora molto garbata e disponibile che per trovare la mia cartella impiega dieci minuti buoni, perché – mi dice – «non
esiste un’archiviazione alfabetica riservata alla documentazione dell’utenza».
Trovata finalmente la pratica, consegno il tutto, senza però riavere in cambio tutto ciò che generalmente è nella prassi e avrei pertanto voluto. Ho chiesto
quindi di protocollare il materiale consegnato e mi è stato detto che quello non è un Ufficio Protocollo e che pertanto non si rilascia nulla; ho esibito
i ticket relativi alle visite che, effettuate per conto dello Stato, ritenevo a carico di quest’ultimo. Anche qui, invece, la risposta è un “no”, tanto
comprensivo quanto secco e inappellabile. Ho fatto anche presente che a un mio amico l’INPS ha disposto la visita, stabilendone luogo e orario e senza
alcun aggravio economico. Risposta: «Al suo amico, evidentemente, non sono stati richiesti i potenziali evocati visivi». Dal che si deduce che se è vero
“che non tutti i mali vengono per nuocere”, lo è altrettanto “che non tutte le disgrazie sono figlie dell’identica fortuna”.
Nel congedarmi, anche a lei ho fatto presente che avrei denunciato il tutto al maggior numero di mezzi d’informazione possibile e, a differenza di quanto
successo un mese prima, ho colto un soddisfatto assenso di massima che, pur privo di commenti particolari, aveva il sapore di un invito a procedere tutt’altro
che personale.

Tristi conclusioni.
Alla fine della storia – velata di ironica tristezza e avvolta nella più squallida vergogna – che diffondo solo ora per poterla raccontare tutta e che
purtroppo, a quanto so, non è nemmeno unica nel suo genere – l’obiettivo che mi pongo non è tanto quello di avere giustizia, bensì quello di far riflettere,
se ancora ce ne fosse bisogno, e di far capire all’opinione pubblica “in quali mani siamo”, ovvero:
- a quale burocrazia si debba ricorrere per arrivare a una diagnosi tanto evidente come la mia;
- quanti soldi vengano spesi dal Cittadino e dallo Stato in modo assurdo per cose ancora più assurde;
- quanto tempo si faccia perdere alla classe medica per diagnosi che potrebbero essere redatte da chiunque in possesso di un minimo di competenza, soprattutto
quando questi sia chiamato a far parte di un’apposita, specifica Commissione;
- con quali “prodezze” burocratiche si possano prolungare i tempi di attesa in materia di sanità;
- l’assurdità di nominare Commissioni che al loro interno non prevedano gli esperti relativi alle patologie da sottoporre a controllo;
- a quali frustranti umiliazioni venga sottoposta una persona per poter usufruire dei propri diritti;
- quanta ignoranza, in materia di disabilità, sia ancora presente nella classe medica;
- quanti e quali traumi possano causare storie come queste in persone affette da deficit, ma non solo, prive di sostegno umano e di strumentazione culturale
sufficiente a sopportarne il peso logistico-organizzativo, psicologico e morale.

Oltre a raccontare la sua vicenda, Silvano Pasquini si mette anche a disposizione di tutti, per eventuali incontri o interviste. Il suo recapito è silvano.pasquini@fastwebnet.it

Articolo preso da Superando.it del 02-11-2011


nov 09 2011

In crociera con Silvia, ovvero manuale del crocerista con grave disabilità

Tag: Esperienze,Turismo accessibilelucio @ 10:02 am

Amiche e amici di Liguriaccessibile, abbiamo deciso di pubblicare per voi, un articolo che in questi giorni è apparso su:
http://www.superando.it/.
Tale post, ce lo ha segnalato Giorgio Genta, presidente di Abc Liguria (associazione bambini cerebrolesi), il quale è protagonista di questa straordinaria storia, oltre ad essere autore dell’articolo in esame.
In esso si racconta una crociera con Silvia, una donna con grave disabilità, ma che per questo non ha certo rinunciato alle belle sensazioni che si provano navigando e conoscendo posti meravigliosi.
Leggete questo articolo!
Scoprirete così, che certi limiti fisici,
non possono impedirci di vivere pienamente le nostre emozioni.

“In crociera con Silvia, ovvero Manuale del crocierista con grave disabilità
(di Giorgio Genta)
«Non vi tedieremo con svenevoli tramonti sul mare o castelli più o meno diroccati, ma cercheremo di mettere insieme tutte le notizie che possono interessare una “famiglia con disabilità” in crociera, quando naturalmente si concretizzano le tante circostanze favorevoli che possono consentire “un’avventura” del genere». E così, dal racconto di Giorgio Genta e della crociera nel Mediterraneo vissuta dalla sua famiglia, compresa Silvia, giovane donna con grave disabilità, traiamo tante informazioni quanto mai utili per chiunque intenda imbarcarsi. Oltre, naturalmente, ad alcune belle annotazioni di colore e umanità varia

I pessimisti direbbero che ci sono voluti cinque anni per dimenticare le peripezie della prima crociera, gli ottimisti che il ricordo di essa era così vivo e bello, che era come non essere mai sbarcati…
Più prosaica, invece, la realtà: in questi cinque anni da quella prima esperienza, non si era più concretizzata quella serie di circostanze che hanno permesso a Silvia – giovane donna con grave disabilità – e alla sua famiglia – la nostra – di andarsene a zonzo per i mari.
Ma quali sono queste circostanze?
1) salute sufficientemente buona di Silvia e dei suoi “schiavi”;
2) disponibilità di tempo libero da impegni lavorativi (per la sorella di Silvia);
3) disponibilità finanziaria adeguata;
4) disponibilità di due cabine adiacenti o vicine in offerta speciale ultrascontata;
5) disponibilità delle suddette cabine in una crociera con imbarco e sbarco a Savona (a trenta chilometri da casa di Silvia). Questo per ovvi motivi di tempo, parcheggio del veicolo e facilità d’imbarco (abbiamo “solo” due carrozzine e undici colli al seguito).

Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, dunque, a fine ottobre abbiamo trovato la giusta combinazione: da Savona a Civitavecchia, Napoli, Palma di Maiorca, Valencia, Marsiglia e ancora Savona. Sette giorni di mare. O meglio, sette notti di mare perché, secondo un’ormai consolidata tradizione, le navi da crociera navigano preferibilmente di notte, riservando il giorno alle visite a terra dei passeggeri.
In qualsiasi agenzia turistica o su internet troverete foto panoramiche e notizie locali di ogni porto toccato, quindi non vi tedieremo con svenevoli tramonti sul mare o castelli più o meno diroccati.
Veniamo invece alle notizie che interessano noi “famiglie con disabilità”.

Prenotazione
È necessario chiarire bene le proprie esigenze. Ad esempio avere informazioni esatte sulla dimensione delle porte delle cabine, per essere certi di potervi passare con la carrozzina. È possibile anche prenotare cabine specifiche per persone con disabilità, ma purtroppo queste cabine “dedicate” sono in numero assai ridotto, generalmente interne (senza oblò, finestra o balcone) e, ahimè, abbastanza squallide.

Costi
Difficile determinarli prima con esattezza. Il costo della crociera, come da contratto, non prevede in genere le bevande ai pasti, le escursioni a terra e altri optional. Talvolta non comprende una mancia “obbligatoria” per il personale (20%!). Bisogna quindi leggersi con pazienza e con una buona lente di ingrandimento il contratto.

Parcheggi a terra
Anche qui ci si deve informare bene e in primo luogo se esistono. In caso affermativo, se sono gratuiti o a pagamento, e quanto distano dal punto d’imbarco.

Procedura d’imbarco
Tradizionalmente vi è una corsia preferenziale (istituzionalizzata o consuetudinaria) per persone con ridotta mobilità. Esistono carrozzine pieghevoli offerte dalla Compagnia sia a terra che a bordo. Esiste anche personale d’aiuto, ma talvolta ci sono pure grosse difficoltà o divieti all’imbarco di carrozzine elettriche.

Accessibilità e fruibilità della nave
Le moderne navi da crociera somigliano sempre più, anche nell’estetica, a centri commerciali o a condomìni residenziali di buon livello. In genere non vi sono problemi di accessibilità. Una nave da 1.500-2.000 passeggeri ha cabine dislocate su almeno otto-dieci ponti, serviti da una ventina di ascensori (alcuni totalmente vetrati e con bella vista su spaziosi saloni arredati, tipo casinò di Las Vegas).
Praticamente è possibile girare tutta la nave in carrozzina – la parte destinata ai passeggeri, naturalmente -, con la sola esclusione, talvolta, del/dei ponti più elevati (pista da jogging ecc.).
Le cabine (suite escluse) sono tutte simili e assomigliano alle stanze dei Motel Accord. Oggi la tendenza è quella di dotare più cabine possibili di finestrature panoramiche o di balconi. Va controllato bene se la carrozzina “ci passa” tra letto, pareti e armadi, se passa dalla porta che dà sul balcone e se esistono scalini. Va controllata inoltre (quanti controlli!) la forma e la dimensione della cabina sulla piantina presente nel sito della Compagnia, accertandosi che ci si riferisca proprio a quella tipologia di cabina e a quella nave!

La Città delle Arti e delle Scienze di ValenciaColli al seguito
Si possono portare con sé due colli a mano a testa e anche chi è “senza testa”, come chi scrive, può portarseli lo stesso. Il resto va imbarcato con apposite etichette e ve lo troverete in cabina, salvo errori, molto meno frequenti che negli aeroporti.
Noi avevamo, secondo alcuni, nove valigie – oltre quelle “a mano” – secondo altri tredici e due carrozzine (su quest’ultime tutti d’accordo): non ci è stato mosso alcun rilievo. Vietato poi imbarcare liquidi e alimenti, almeno senza un’esplicita autorizzazione. Anche su questo, dunque, bisogna informarsi bene.

Vita di bordo
“C’è di tutto, come a Genova” (antico proverbio marinaro ligure), ma non è tutto oro quel che luccica. La vita a bordo è molto informale. Non si pensi però a quel celebre film della crociera ai Caraibi di Humphrey Bogart e Lauren Bacall… Le cose, infatti, sono un po’ cambiate. Persino il mitico vestito da sera per la cena di gala non è strettamente obbligatorio.
Si mangia sempre e sempre troppo, anche se le porzioni al tavolo rasentano l’esiguo. Più coreografia che sostanza. Le stesse cose, più o meno, le si trovano nei numerosi grill, self-service, pizzerie e punti di ristoro sparsi per la nave. Ma per sapere i costi di qualsiasi cosa non compresa nel “pacchetto” acquistato, basta moltiplicare il costo “di terra” per p greco…

Servizi sanitari
A bordo delle grandi navi da crociera troverete un medico e una farmacia. Portatevi però i farmaci specifici che usate! Vietato imbarcare bombole di ossigeno, che in genere sono in dotazione alla nave. Chi ne abbia necessità, naturalmente, è bene che si informi accuratamente.

Escursioni a terra
Sono drammaticamente care, non accessibili e non fruibili. Almeno per quello che abbiamo verificato. Qui è bene non fidarsi delle informazioni che vengono date a bordo ed è consigliabile insistere molto per essere ben certi della fruibilità dei mezzi di trasporto (pullman, taxi e altro).
Talvolta le navi non attraccano in un porto (ad esempio nelle isole greche) e i passeggeri vengono trasbordati con le scialuppe di bordo. Bello, ma un po’ (tanto) avventuroso per chi non abbia autonomia motoria.

Mal di mare
Il mal di mare non esiste, anzi un lieve rollio concilia il sonno. Più che il mare – burrasche escluse – sulla nave si sentono vibrazioni meccaniche varie.

A questo punto, terminate le “istruzioni per l’uso”, ovvero il “manuale del perfetto crocierista con disabilità”, veniamo a Silvia e alla sua famiglia di “sherpa”.
Incredibilmente incappiamo in condizioni climatiche esageratamente perfette. Clima davvero tropicale, mare calmo o quasi. Naturalmente, essendo fine ottobre e con vent’anni (e trent’anni fa) di ricordi di maestrale urlante nelle orecchie, abbiamo le valigie piene di maglioni e giacche a vento, ma pochissime magliette e pantaloncini.
A Civitavecchia restiamo a bordo – la gita a Tarquinia viene annullata per mancanza di professori di archeologia a bordo, quelle a Roma non ci interessano perché Silvia ha già “razziato” recentemente tutte le boutique di Via Condotti – mentre a Napoli prendiamo uno di quegli autobus rossi a due piani, con quello superiore scoperto (ma non accessibile per noi), che esistono in tutte le località turistiche. Posto per carrozzina, cuffie con spiegazione in sei lingue, possibilità di scendere in diversi punti e prendere l’autobus successivo, in genere mezz’ora dopo. Costo: un terzo dell’escursione organizzata. Non troppa spazzatura in giro, almeno dove passiamo.

Un’immagine del porto di MarsigliaDa Napoli, attraverso le Bocche di Bonifacio e un giorno e mezzo di navigazione, giungiamo poi a Palma di Maiorca, molto bella, grattacieli a parte.
Meraviglia delle meraviglie: qui moltissimi taxi hanno la rampa posteriore per le carrozzine e i cassonetti della spazzatura hanno un’apertura specifica più in basso per le persone con disabilità! No, non avete capito! Non “buttano via” le persone con disabilità nei cassonetti, sono le persone in carrozzina che buttano la spazzatura come tutti gli altri, senza doversi fare aiutare!…

Ed eccoci a Valencia. Per i bei monumenti vedere su internet. Notevolissimo, invece, il corso del fiume deviato prima della città e trasformato – sempre in città – in un meraviglioso parco pubblico totalmente accessibile lungo diversi chilometri e largo 80-100 metri, che si snoda sotto i ponti medievali. In Spagna le alluvioni hanno insegnato parecchio. Da noi ancora assai poco.

A Marsiglia, invece, i trasporti dal terminal crociere al centro città – molti chilometri di distanza – sono un vero dramma. Liti furibonde, telefonate, personale di bordo impreparato e impreciso, pullman e taxi non accessibili: in tutta Marsiglia non esiste un taxi pubblico con pedana elevatrice!
Lo so, non ci crederete, ma l’informazione proviene dall’unica persona dell’Ufficio del Turismo che ci ha poi “salvato”, trovandoci un tassista disposto a caricare la carrozzina a braccia (la carrozzina dietro, Silvia con noi “dentro” al mezzo) su di un Mercedes Viano con lussuosissimi sedili in pelle nera.
Qui è davvero necessario tratteggiare questo mitico tassista marsigliese che parla francese con cadenza… “mafiosa”. Si scopre subito – in siciliano stretto e arcaico – che il guidatore del Viano extralusso è nato sì a Marsiglia, ma aveva un nonno palermitano e una nonna romana, che ha una moglie americana di professione giudice, che la figlia ha studiato a Berkeley, in California e che ha parenti vari in Australia e in Argentina. Dichiara 63 anni di età, ha fatto il pescatore (iniziando con il nonno) dai 15 ai 55 anni, ha lavorato per quarant’anni quindici ore al giorno tutti i giorni dell’anno, guadagnando abbastanza (assieme alla moglie) da metter da parte 2 milioni di lire dell’epoca al mese (avete letto bene!), comprando così un appartamento ogni due anni. Poi, “per riposarsi un po’”, si è comprato un taxi e lavora solo dieci ore al giorno, in attesa dei 65 anni. A tale età, dichiara, smetterà di lavorare e andrà a trovare tutti i parenti. In pratica girerà tutto il mondo. Insomma, ha messo da parte, oltre ai vari appartamenti, quanto basta per quindici anni di viaggi, Iddio permettendo.
Sapete come ha fatto? No, non è un capomafia! Volete conoscere «’u segretu»? «Grazie a ‘u Nonnu!», grazie cioè ai buoni consigli del nonno, che gli diceva sempre di lavorare duro da giovane e di metter via il più possibile, «ché da vecchio ti troverai bene». No, io non parlo siciliano stretto, ma grazie ai moltissimi romanzi di Camilleri e a qualche film del Padrino, capisco tutto. O quasi.
Dimenticavo! Questo incredibile umanissimo tassista, alla domanda se si sente francese, italiano, siciliano o cittadino del mondo, dichiara di amare Marsiglia perché gli ha sempre dato da lavorare e il pane per mangiare. Proprio come in Italia oggi…
Da Marsiglia a Savona non c’è storia. Fine della crociera”.
fonte:
http://www.superando.it/content/view/8143/117


nov 03 2011

A Pisa un cieco torna a vedere grazie all’impianto di una retina artificiale

Tag: Ausili per disabili e ricerca scientificapatrizia @ 12:33 pm

Un uomo reso cieco dalla retinite pigmentosa e’ tornato parzialmente a vedere grazie al primo impianto al mondo di protesi retinica. E’ quanto successo
all’ospedale di Pisa, dove e’ stata effettuata la prima operazione chirurgica di questo tipo portata a termine dopo la chiusura della fase di sperimentazione,
durata piu’ di 9 anni, che ha evidenziato un’ottima tollerabilita’ del dispositivo nell’occhio umano e promettenti risultati da un punto di vista funzionale.
Il dispositivo impiantato, denominato “Argus II” e messo a punto nei laboratori della Second Sight Medical Products in California, e’ in grado di ripristinare
una parziale capacita’ visiva in pazienti affetti da malattie degenerative della retina che causano una cecita’ quasi completa in entrambi gli occhi.
L’intervento, ad altissima complessita’, e’ stato effettuato da Stanislao Rizzo, direttore del reparto di Chirurgia oftalmica dell’Azienda ospedaliero-universitaria
pisana e dal suo staff. Si tratta del primo impianto di protesi retinica approvata per l’uso nella Comunita’ europea. L’operazione e’ durata meno di 4
ore e si e’ svolta senza complicazioni. Fra due settimane, il tempo necessario all’occhio per ristabilirsi completamente dalla chirurgia, il dispositivo
sara’ attivato e calibrato per la funzione visiva del paziente. Da quel momento anche la riabilitazione prendera’ il via permettendo al paziente di ottenere
i migliori risultati possibili in termini di visione funzionale. In pratica, questa nuova protesi retinica e’ costituita da minuscoli elettrodi collegati
alla retina del paziente, che captano dei punti del messaggio visivo, attraverso una telecamera molto piccola. Gli elettrodi dialogano con la retina
compromessa dell’occhio malato traducendo un modello primitivo di possibilita’ di vedere qualcosa, come oggetti che si spostano nell’ambiente, e poterli
riconoscere. “Sono molto soddisfatto – sottolinea Rizzo – che il nostro ospedale possa offrire in Italia il primo trattamento approvato disponibile per
le persone non vedenti affette da retinite pigmentosa. La medicina puo’ ora fare qualcosa per i non vedenti”.

Articolo preso da Agenzia AGI del 02-11-2011