feb 02 2011

Grazie, Paolini !!

Tag: Esperienzedaniela @ 4:23 pm

Press-IN anno III / n. 263

Superando.it del 28-01-2011

(di Franco Bomprezzi*)

La parola scandita di Marco Paolini entra nel cuore e nel cervello, toglie il respiro. Lui stesso esprime sofferenza, fatica fisica e morale, in un monologo come “Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute”, dedicato allo sterminio delle persone con disabilità durante il nazismo, che è stato visto in TV da più di 1 milione e 700.000 spettatori e che ci si augura venga replicato nelle scuole, nei teatri e magari anche al cinema, tra una commedia e l’altra

Ho avuto la fortuna di assistere, nel piccolo Teatro Cucina dell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano, alla prima rappresentazione di Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute di Marco Paolini, trasmesso poi in diretta televisiva su La7 anche la sera successiva del 26 gennaio. Più che una fortuna, direi un dono. In poco più di due ore di recitazione monologante, Paolini ha trasfigurato e reso comprensibile nella sua immensa e dolorosa profondità una storia che pure credevo di conoscere bene, quella del Progetto T4, sigla dietro la quale si cela il più incredibile e rimosso sterminio mai effettuato di persone con disabilità, ad opera del nazismo, negli anni che precedettero la guerra.
Farò tesoro di queste emozioni quando il 28 gennaio condurrò una conversazione sullo sterminio dei disabili, alle porte di Milano, nello Spazio Mil di Sesto San Giovanni, che inaugurerà un evento fortemente voluto dalla LEDHA, la Lega per la Difesa dei Diritti delle Persone con Disabilità [se ne legga nel nostro sito cliccando qui, N.d.R.].

È straordinario come quest’anno, finalmente, si stia squarciando il muro del silenzio attorno a questo crimine. Ne abbiamo scritto, attingendo ai non molti documenti resi noti nel corso degli anni. Ne hanno parlato le associazioni. Ma incredibilmente tutto è rimasto sempre ovattato, sotto traccia, rimosso, quasi con fastidio.
Marco Paolini si presenta come sa fare lui, da solo, in una scena disadorna, alle sue spalle due pareti piene di tute e di miseri vestiti, ricordo dei morti negli ospedali scelti dai medici del nazismo per portare a termine il progetto industriale di “eutanasia”. Paolini usa fogli di appunti sparsi su un vecchio tavolo, mentre una donna, in piedi, scandisce in tedesco i documenti storici. Sulle tute bianche, appese alla parete, scorrono le immagini dei luoghi e delle persone scomparse. L’attore racconta, crea legami tra i fatti e le epoche, effettua connessioni inquietanti che scuotono un pubblico attento e silenzioso.
«Le idee hanno bisogno di tempo per realizzarsi». Già. Il tempo. La rilettura del Mein Kampf di Adolf Hitler, che esalta il pensiero sulla razza, che si va facendo strada negli Stati Uniti. Già, non in Germania. Al suo Paese ci penserà lui, con calma e con metodo, negli anni a venire. La belle époque, ancora prima, il terreno culturale nel quale fermenta, nel pensiero scientifico, la convinzione che si possa migliorare il destino genetico delle persone, per il bene dell’umanità.

E poi la crisi del ‘29, la depressione economica. Si cominciano a pesare economicamente i sacrifici nelle famiglie. Si insinua l’idea che 3 marchi e mezzo, il costo giornaliero di una persona che non lavora, ricada sulle spalle di tutti. E dunque è importante, e possibile, risparmiare, tagliando “vite inutili e improduttive”.
Un vortice di numeri, di cifre, di progetti. Un cantiere aziendale, con il quartier generale in Tiergarten Strasse a Berlino, al numero 4. Ecco nascere Aktion T4. Saranno almeno 70.000 i morti, prima per iniezione letale, poi per gas, nella prima fase del programma di eutanasia del nazismo. Ma diventeranno 300.000 al termine della guerra. Malati psichiatrici, persone deformi, gli “scarti di una società” che punta alla razza pura. Ricordare, spiegare, raccontare.
La parola scandita di Paolini entra nel cuore e nel cervello, toglie il respiro. Lui stesso esprime sofferenza, fatica fisica e morale, in un monologo che spero sia stato visto da milioni di spettatori [1.709.000 spettatori, secondo l'Auditel, N.d.R.] e che venga replicato nelle scuole, nei teatri, magari anche al cinema, tra una commedia e l’altra.

Il fatto è che senza il coraggio civile di Marco Paolini, cui si unisce la collaborazione professionale televisiva di Gad Lerner – quello del “postribolo” [così come il presidente del Consiglio ha recentemente definito in diretta la trasmissione di La7 "L'infedele", N.d.R.] – non avremmo oggi uno strumento così potente e universale di meditazione e di memoria collettiva. Grazie, Paolini.

*Testo apparso anche in «FrancaMente», il blog senza barriere di Vita.blog, con il medesimo titolo e qui ripreso con alcuni adattamenti.


feb 01 2011

Quel genio di Fulvio Frisone!

Tag: Esperienze, toppatrizia @ 12:17 pm

Una mattina, mentre ero a casa con l’influenza e facevo il classico zapping alla Tv, mi è capitato di vedere un’intervista a una persona straordinaria e sono subito andata ad informarmi meglio e credo che meriti davvero leggere notizie di questo genere che tengono alta la bandiera di chi ogni giorno lotta duramente per avere un posto in questa società fatta di pregiudizi.

Pubblico ora alcune notizie generali su questo “eroe” nonché genio pensate…della fisica nucleare! Potete approfondire sul sito http://www.fondazionefrisone.it/fulvio.aspx

Fulvio Frisone, nato a Catania nel 1966, spastico distonico per un tragico errore nel momento del parto, nonostante la sua disabilità è considerato uno

dei più brillanti fisici nucleari italiani.

La sua vita potrebbe essere paragonata a quella di Stephen Hawkins, genio della fisica teorica e premio Nobel da decenni paralizzato e costretto su una

sedia a rotelle. Ma se Hawkins è diventato disabile dopo, Fulvio ha dovuto fare fin dalla nascita tutta la strada in salita, aiutato da due meravigliosi

genitori.

La madre, Lucia, detta “mamma ciclone”, lo ha stimolato, riuscendo a farlo parlare, poi ha imposto il diritto allo studio del suo bambino vincendo una

lunga battaglia contro le scuole di Siracusa. Il padre Carmelo ha poi inventato un casco con un’asta che consente a Fulvio di sfruttare – per scrivere

e disegnare attraverso il pc – gli unici movimenti coordinati del suo corpo: quelli della testa.

Anche grazie a quel casco Frisone si è laureato nel 1989 in fisica nucleare con una tesi su “Le reazioni di fusione D-D in palladio deuterato”. Ormai da

più di dieci anni, svolge attività di ricerca nel dipartimento di Fisica e astronomia dell’Università di Catania continuandosi a occupare di fusione fredda,

la fonte di energia pulita che potrebbe rivoluzionare, in meglio, il nostro modo di vivere. I suoi studi sull’argomento gli hanno procurato una vasta fama

a livello internazionale. E’ stato invitato a parlare di fusione fredda in Russia, Cina, Usa e negli Emirati arabi uniti.

Ha ricevuto numerosi premi in tutto il mondo, tra cui il Toyp per la ricerca scientifica.

Recentemente, Frisone ha dedicato i suoi studi ai fattori inquinanti che possono determinare dei buchi neri nell’atmosfera e alla possibilità di produrre

energia nucleare pulita escludendo le scorie radioattive. Nel 2001 i giornali hanno dato un ampio risalto alla notizia che Frisone aveva rifiutato un posto

di ricercatore nell’Università americana dell’Illinois, preferendo rimanere in Sicilia. Nel 2005 la Regione siciliana ha istituito, intitolandola a Fulvio

Frisone, una Fondazione con il fine di favorire il più ampio diritto alla formazione scientifica e culturale, nonché l’attività di ricerca nel settore

della fisica nucleare.

Una storia esemplare, quella di Fulvio Frisone, su cui sono stati scritti diversi libri e da cui è stato tratto un film: “Il figlio della luna”, girato

nel 2006 dalla Rai.


gen 27 2011

Zanza, che fa dell’handicap un’insolita materia comica

Tag: Esperienze, Intervistedaniela @ 1:19 pm

«Sul palcoscenico – è stato scritto – David “Zanza” Anzalone racconta gli equivoci quotidiani su handicap e normalità senza far leva su facili moralismi o astuzie perbeniste. Anzi, la sua arma è un concentrato di sagacia, di osservazione e riflessione, di capovolgimenti e inattesi colpi sull’ottusità con cui ci accontentiamo di pensare la “normalità”». Ed è proprio così: a teatro, su internet, in un libro e recentemente anche in televisione, proprio in uno dei programmi più seguiti dell’anno (“Vieni via con me”), Anzalone è una valanga travolgente, che rompe gli schemi con la sua grande ironia e autoironia
«La normalità non esiste, esiste solo una moltitudine di diversità»: questo è il motto di David Anzalone, nato a Senigallia (Ancona) nel 1976, in arte Zanza, “professione: handicappato, segni particolari: nessuno”. Forse oggi si riesce a ridere dell’handicap grazie a persone come David, ma il bagaglio storico e culturale pesa come un macigno: basti ricordare quando la gente pensava che la disabilità fosse contagiosa…

David Anzalone in scena
Zanza vive l’handicap in prima persona e non lo considera solo un limite; porta in scena uno spettacolo teatrale, ha scritto un libro, è andato in TV («anche per trovare più gnocca», dice lui). Sin da bambino Anzalone ha compreso che il modo migliore per integrarsi, per non far “guardare storto” era quello di prendere con ironia la vita e far ridere chi tendeva a emarginarlo. Ha iniziato così il suo percorso nel teatro, uno strumento anche di lotta, cassa di risonanza per la voce degli esclusi, non solo disabili. Con sottile ironia ha poi fatto il resto, dando vita nel 2005 a Targato H, spettacolo comico prodotto da CAPA Produzioni. La “H” dell’handicap di una tetraparesi spastica dalla nascita, che per tanti è una difficoltà insormontabile, è diventata la forza di Zanza, che in Italia sta spazzando i pregiudizi su handicap e normalità attraverso teatro, televisione, internet, editoria cartacea. E sia a teatro che in televisione, su internet o tra le pagine di un libro, Zanza è una valanga travolgente, rompe gli schemi perché fa dell’handicap un’insolita materia comica.
«Sul palcoscenico David Anzalone racconta gli equivoci quotidiani su handicap e normalità senza far leva su facili moralismi o astuzie perbeniste. Anzi, la sua arma è un concentrato di sagacia, di osservazione e riflessione, di capovolgimenti e inattesi colpi sull’ottusità con cui ci accontentiamo di pensare la “normalità”». Questo è quanto possiamo leggere in tante recensioni che lo riguardano. Dal teatro alla carta stampata, poi, il passo è stato breve. Lo spiritoso Handicappato e carogna, edito per la collezione Biblioteca Umoristica Mondadori (BUM) e scritto a quattro mani con Alessandro Castriota, racconta aneddoti personali e quotidiani pregiudizi, con quella stessa irresistibile ironia e autoironia che si ritrova sul palcoscenico.
In TV, in prima serata, ha esordito con A noi il lavoro non lo danno così facilmente perché… perché… diciamoci la verità… noi… non abbiamo voglia di fare un cazzo! Ed è stato subito boom di ascolti, un successo strepitoso, che ha reso Zanza un personaggio famoso, fino alla recente apparizione in Vieni via con me, di Fabio Fazio e Roberto Saviano, uno dei programmi RAI più seguiti dell’attuale stagione televisiva [se ne legga in questo stesso sito anche cliccando qui, N.d.R.].

Zanza, una battuta al volo?
«Ve ne faccio una tripla: io sono buono, la mafia non esiste, Berlusconi s’è fatto da solo!».

Come hai capito che facendo ridere avresti abbattuto le barriere mentali?
«”PROFESSIONE: HANDICAPPATO. SEGNI PARTICOLARI: NESSUNO”. Questo è quello che mi hanno scritto sulla carta d’identità… Veramente! Come fai a non fare il comico?
Il rapporto fra il mio corpo e la società è ciò che mi ha sempre affascinato. Capii che il mio corpo handicappato, se allenato, poteva diventare un mezzo di comunicazione esplosivo. L’ho allenato e con lui racconto storie che cercano di mettere a nudo me stesso e perciò anche gli altri».

Ci parli del Progetto Targato H? La disabilità, nei tuoi spettacoli, è il tema principale?
«Nel monologo comico Targato H, scritto assieme al mio regista Alessandro Castriota e che stiamo portando in teatro, cerco di smascherare le ipocrisie, dettate dal pregiudizio, che la società manifesta nei confronti degli handicappati. Ci siamo accorti, poi, che l’handicap era diventato solo un pretesto, un mezzo e non un fine, per parlare a tutto tondo della paura dei “diversi”. Partendo dal tentativo di distruggere il tabù che “l’handicap è una tragedia sulla quale non si può ridere ma si deve averne pietà”, cerchiamo di ridicolizzare la paura e il buonismo allo scopo di fare incontrare le umanità in modo crudo, ma autentico. Certo, queste tematiche si tirano dietro anche alcune critiche, ma, ve lo assicuro, la maggior parte delle persone che incontriamo a teatro non vedeva l’ora di sentirsele raccontare così».

Stai girando l’Italia con i tuoi spettacoli? In quale teatro ti piacerebbe esibirti?
«Alla Scala… col tutù!…».

La gente è ancora così tanto “sorda”, piena di pregiudizi, in una parola, c’è ancora tanta discriminazione o qualcosa sta cambiando?
«La discriminazione in Italia si sta allargando a macchia d’olio e non solo alla categoria degli handicappati… La paura è stata fomentata da ogni parte e, appena qualcosa differisce dai canoni dettati dalla TV, scatta questo meccanismo e il diverso diventa un nemico. Ma credo nel riscatto!».

Con tutta questa notorietà, sei ormai un divo. Almeno “rimorchi”?
«Certo! Ho voluto darmi al teatro proprio per rimorchiare… Sono uno che ce l’ha fatta!».

La faccia del barista quando chiedi la cannuccia?
«Eh, come faccio? Questa è un’intervista scritta, mica un video!».

Il libro Handicappato e carogna, come dire disabili “bastardi dentro” un po’ come tutti. Ce ne parli?
«Il titolo del nostro libro Handicappato e carogna, scritto sempre assieme ad Alessandro Castriota, ha proprio questa spiegazione: essendo nato col forcipe, handicappato mi ci hanno fatto… Di essere carogna l’ho scelto! Quindi, compratelo!
Nel libro, come a teatro, amiamo chiamare le cose con il loro nome e detestiamo gli eufemismi che spesso nascondono ipocrisia. Questo addolcire la pillola copre il pregiudizio e, soprattutto, alimenta la paura del diverso: la paura può essere legittima, ma va superata con l’incontro reale fra le persone, senza eufemismi che fanno da air-bag. E poi, se i cosiddetti normali sono quelli che leggiamo oggi giorno nei quotidiani: il politico che fa i festini hard, il senatore mafioso, il calciatore cocainomane… io non solo non sono normale, ma non ci tengo neanche ad esserlo!».

Ma cos’hai contro i “paraplegici Superman”? Cos’è questa polemica verso le persone in carrozzina?
«Ma no, dai, è solo un’iperbole comica per cercare di smontare un’altra ipocrisia e cioè che gli handicappati sono tutti uguali… Detesto l’omologazione in tutte le sue forme!».

Un po’ come dire che ogni persona, disabile e non, è una persona a se, con i suoi limiti, ma soprattutto con le sue potenzialità. (Dorotea Maria Guida)

***
*Intervista realizzata per conto dell’Associazione Prodigio di Trento (con il titolo Ridere dell’handicap con David Anzalone), qui ripresa, con alcuni riadattamenti, per gentile concessione.


gen 18 2011

Perchè no! un disability manager disabile?

Tag: Esperienzepatrizia @ 10:45 am

Questa nuova figura professionale che da un po’ di tempo sta trovando spazio nelle realtà amministrative, segna l’inizio di un lungo cammino, che ha come meta, rendere sempre più accessibili le nostre città alle persone con disabilità.

A me viene spontaneo pensare che tutto ciò potrebbe essere uno sbocco professionale per le persone direttamente coinvolte nelle diverse problematiche , ovvero proprio i disabili che con la loro esperienza quotidiana, riuscirebbero senz’altro ad individuare con maggior facilità, i punti su cui intervenire e ai quali dare la priorità.

Ovviamente l’esperienza è fondamentale, ma non basta. Sono infatti utilissimi questi master di approfondimento, per poter completare la propria conoscenza sulle diverse tematiche che devono essere affrontate a partire da quelle burocratiche.

Il Corriere della Sera del 17-01-2011

DISABILITY MANAGER Un professionista per interventi “su misura”

Matilde Leonardi, responsabile del master alla Cattolica: «Organizza e coordina la rete dei servizi sul territorio»

MILANO – «Accessibilità non significa soltanto eliminare qualche gradino» e il disability manager «non è una figura sorpassata ma serve a mettere in rete

le diverse figure professionali coinvolte con la disabilità, anche quelle che pensano di non esserlo». Così Matilde Leonardi, responsabile scientifica

del corso di perfezionamento in disability manager presso l’Università Cattolica di Milano, replica a Giuseppe Trieste, presidente di Fiaba (Fondo italiano

abbattimento barriere architettoniche), che nei giorni scorsi aveva criticato il master considerandolo superato, perché «già presenta nella stessa denominazione

il limite di essere pensato per il solo mondo della disabilità».

AMBIENTE CHE FACILITA – «Purtroppo non possiamo negare che esistono ancora pregiudizi; il disability manager serve quindi ad abbattere anche le barriere

culturali – afferma Leonardi -. Il suo lavoro si basa sul modello ICF – Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute,

proposto già nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. È centrato sulla persona e i suoi bisogni, mirando a creare un contesto ambientale favorevole».

La nuova figura professionale è prevista anche dal “Libro bianco su accessibilità e mobilità urbana”, curato dal tavolo tecnico istituito tra Comune di

Parma e Ministero del Lavoro. «Al tavolo, peraltro, ha partecipato anche Fiaba», sottolinea la responsabile del master.

COMPETENZE TRASVERSALI – Ma qual è il ruolo del disability manager? «Ha il compito di favorire l’integrazione della persona disabile nella società: partendo

dalle esigenze di ciascuno cerca di trovare la soluzione “su misura” – spiega Leonardi -. Si propone di superare i confini tra i servizi, valorizzando

e coordinando le singole professionalità che già operano nel territorio». Accessibilità intesa in senso ampio, quindi. Non significa soltanto potersi muovere

autonomamente in città, entrare in un edificio o usufruire dei trasporti, ma anche poter accedere senza ostacoli burocratici ai servizi sociosanitari o

inserirsi nel mondo del lavoro e a scuola o, ancora, avere uguali possibilità di fare sport o attività ricreative.

DOCENTI IN RETE – Per formare le nuove figure professionali l’anno scorso è partito un master pilota alla Cattolica di Milano. E quest’anno si replica

con la seconda edizione. «Non si tratta di un corso di laurea – chiarisce Leonardi -, ma di un master di perfezionamento che ha lo scopo di fornire a professionisti

- quali per esempio medici, architetti, ingegneri, amministratori comunali – strumenti e conoscenze per poter agire al meglio nel contesto in cui lavorano.

Grazie anche a un network di competenze trasversali in rete tra loro e coi docenti».

Maria Giovanna Faiella


gen 18 2011

“Un pugno allo stomaco” per non dimenticare

Tag: Esperienzepatrizia @ 10:13 am

Il Giornale.it del 13-01-2011

Marco Paolini rievoca la strage nazista dei disabili

Marco Paolini rievoca la strage nazista dei disabili

di Ferruccio Gattuso

Ausmerzen. La lingua tedesca ha la capacità di rendere duri anche i significati più dolci, e al contempo di mascherare dietro una spigolosità asettica

quelli più terrificanti. Alle spalle dell’espressione «ausmerzen» (sradicare, estirpare) si entra nel secondo caso: la lunga ombra dell’Olocausto si distende,

protetta da un suono monotono, quasi burocratico. Ecco perché così – evocando la sempre citata formula della «banalità del male» di Hannah Arendt – l’attore

Marco Paolini ha voluto intitolare il suo racconto («per favore, non chiamiamolo spettacolo», chiede lui) atteso, sotto forma di programma, il 26 gennaio

su La7. Alla vigilia della Giornata della Memoria, La7 affida a Paolini e a Gad Lerner la narrazione e il commento di Ausmerzen – Vite indegne di essere

vissute, serata speciale in diretta (e senza interruzioni pubblicitarie) dedicata alle teorie dell’eugenetica applicate dal regime nazista nei confronti

dei disabili e dei malati di mente. I nazisti, pri ma e durante la Seconda guerra mondiale, tra il 1934 e il 1945, teorizzarono ed eseguirono la sterilizzazione

e la successiva eliminazione di massa di queste categorie di esseri umani. Set del programma («che non ha aspirazioni di share, ma solo di qualità, e spesso

su La7 si sono avuti entrambi», spiega Lerner) sarà l’ex ospedale psichiatrico milanese Paolo Pini: sarà da qui che prenderà forma una collaborazione tra

teatro civile e giornalismo. Paolini esporrà un racconto, spiega, «frutto di due anni di ricerche, di incontri con testimoni e specialisti, una narrazione

cruda e razionale. Faccio da cronista e non intendo indulgere in nessun rito della memoria», mentre Lerner farà seguire un dibattito «al modo delle mie

vecchie trasmissioni Milano, Italia e Profondo Nord. Per capirci, non banalizzerò con un talk-show a poltroncine il lavoro di Paolini. Girerò armato di

microfono tra un pubblico selezionato di un centinaio di ospiti. Perché la riflessione partirà dagli an ni trenta, ma arriverà, da qui la scelta del Paolo

Pini, alle realtà degli ex degenti dei manicomi e degli psichiatri che vi hanno operato. Ma anche a una riflessione su quelle società che, di fronte a

una crisi come fu quella del ’29, si chiedono se sia giusto o meno tagliare i rami secchi, gli elementi superflui. Quando il direttore di rete Lillo Tombolini

mi ha proposto il programma ho accettato subito, perché considero la collaborazione con Paolini un traguardo». Infine, dal giornalista di origini ebraiche

citato vergognosamente in una «lista di proscrizione» (insieme ad altri personaggi come il comico Gioele Dix e l’attore Luca Barbareschi) nel sito neonazista

americano «Stormfront», fondato dall’ex leader del Ku Klux Klan Don Black, poche parole: «Non chiederò certo una scorta. Gente di questo tipo dimostra

l’attualità del tema trattato. A volte anche gli imbecilli servono».


gen 18 2011

Io l’handicap e la città per tutti

Tag: Esperienzepatrizia @ 9:59 am

Io, l’handicap e la città per tutti

Riflessioni agrodolci di un corista Rai di Torino, ora in pensione, costretto a girare in carrozzina: la battaglia, sua e di molti altri, contro le barriere

architettoniche e culturali.

30/12/2010

Paolo Osiride Ferrero

Mi chiamo Paolo Osiride Ferrero. Sono nato nel 1938. Di professione ho fatto il cantante lirico: oggi sono in pensione. Da sempre mi misuro con l’handicap

che la poliomielite mi ha portato in dono quando avevo appena cinque mesi di vita. Abituato sin da piccolo a lottare e a non compiangermi, posso dire di

aver avuto fin qui una vita “normale”, di sicuro ricca di soddisfazioni: non mi sono lasciato chiudere in un ghetto dal dover girare in carrozzina. Da

più di un decennio, ormai, ho l’onore di presiedere la Consulta per le persone in difficoltà di Torino.

In queste ultime ore del 2010, alla luce di alcuni eventi che hanno caratterizzato la settimana di Natale riportando al centro dell’attenzione i problemi

dei disabili, mi preme ragionare sul filo logico che accomuna episodi tra loro solo apparentemente diversi. Il cuore delle mie riflessioni potrebbe avere

per titolo “la città per tutti”. Una città per tutti: sogno o utopia? Certamente non è una realtà, neppure nella mia Torino, per altro così all’avanguardia

quanto a servizi e opportunità per le persone con disabilità; tantomeno lo è, in generale, in Piemonte e in Italia.

Ma che cos’è “una città per tutti”? E’ un luogo in cui chiunque può utilizzare i mezzi pubblici per spostarsi senza dover prenotare almeno due giorni prima

un mezzo dedicato. E’ un luogo dove chiunque può entrare in un negozio o in un esercizio pubblico ed essere servito su banconi o su tavoli adeguati alla

sua altezza. E’ un luogo dove prendere un treno non diventa un’impresa sovrumana. E’ un luogo dove ciascuno possa orientarsi agevolmente, aiutato da sistemi

tecnologicamente all’avanguardia, ma ancor di più dalla cortesia consapevole delle altre persone. E’ un luogo dove una persona con disabilità può andare

a fare la spesa senza che diano il resto al suo accompagnatore. E’ un luogo dove essere “diverso” non è una colpa, ma una risorsa per tutta la società.

Per questo, nell’organizzare eventi legati alla Giornata internazionale delle persone disabili (il 3 dicembre), come fa di consueto dal 1997, la Consulta

di Torino ha voluto investire sul futuro. Quest’anno siamo andati nelle scuole, promuovendo iniziative ludiche, culturali, educative, ma anche un po’ provocatorie,

come un’inedita partita di basket in carrozzina tra la squadra dell’HB Basket e una formazione composta da amministratori pubblici e operatori del sociale.

Nei giovani riponiamo le nostre speranze, sulla loro educazione è importante investire per non abbassare la guardia, perché sono le minute barriere di

tutti i giorni, architettoniche e culturali, a rendere più difficile la nostra vita di persone con disabilità: soprattutto perché – se ignorate, tollerate

o trascurate – tali barriere proliferano.

Dal 1997 a oggi sono stati tanti i traguardi raggiunti: molte barriere architettoniche sono state abbattute grazie al cambiamento di sensibilità ottenuto

nella cittadinanza e negli amministratori; anche alcune barriere culturali sono state eliminate. Gli uffici pubblici sono in buona parte accessibili e

anche gli addetti hanno maggiore capacità comunicativa nei confronti delle persone con difficoltà. Stimolati dalle ostensioni della Sindone del 2000 e

del 2010 abbiamo promosso un’azione che ha portato alla rimozione delle barriere in quasi tutte le parrocchie della diocesi e in 30 tra chiese storiche

e snatuari, su 37 in tutto,. I negozi sono rimasti il mio maggior cruccio: molti, a Torino almeno, sono ancora dotati di scalini. E purtroppo esiste ancora

il problema dei trasporti: quando una persona con disabilità potrà spostarsi come un cittadino qualunque e non come un “bagaglio” sarà il segno che la

città e la società sono davvero “per tutti”.

Questo articolo è stato preso da Famiglia Cristiana del 13-01-2011


dic 15 2010

La società delle illusioni ottiche

Tag: Esperienze, toppatrizia @ 12:13 pm

Io ho trovato questo articolo davvero bello nella sua realtà che mi ritrovo a vivere  quotidianamente. Mi ha colpito anche la particolare sensibilità del giornalista nel cogliere aspetti e problematiche della vita dei disabili visivi, che si trovano catapultati in una società dove la visione è la condizione fondamentale per sopravvivere.

Superando.it del 14-12-2010

La società delle illusioni ottiche (di Franco Bomprezzi*)

Probabilmente sono proprio le persone non vedenti a subire oggi, in questa civiltà dell’immagine e dell’estetica, i danni più subdoli e feroci. Tutto sta

diventando “video”, in una sorta di “congiura elettronica” da parte di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”. E così la sensazione è che

le persone non vedenti siano state costrette a costruirsi un mondo quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri…

Il 13 dicembre, Santa Lucia, viene definito come “il giorno più corto dell’anno”, anche se non è vero, è solo il giorno in cui il sole tramonta prima.

È un momento in cui fa buio presto, si accendono i lampioni e le luminarie natalizie, appese ormai ovunque, quasi a voler trasmettere un’allegria e una

sensazione di normalità, di festa, e di regali che da troppo tempo ci sfugge, sepolta sotto le preoccupazioni di conti correnti risicati e in bilico fra

il nero e il rosso.

Parlo sempre di colori, di luce, di volti, di espressioni. E so che spesso mi leggono persone che non vedono. Che hanno visto per qualche anno, e poi basta.

Oppure che non hanno mai visto nulla. Solo il buio. E le immagini della mente. Non ho mai riflettuto abbastanza sulla cecità, pur avendo incontrato – in

tutti questi anni di impegno per i diritti delle persone con disabilità – molte persone cieche.

Mi permetto di fare qualche riflessione, del tutto soggettiva e parziale, proprio in occasione del giorno di Santa Lucia, protettrice dei ciechi. Penso

di averne diritto, di non dovermi censurare solo perché “non mi riguarda”. Altrimenti questa impossibilità di parlarne sarebbe del tutto corrispondente

alla classica frase che molti amici a rotelle pronunciano, o pensano: «Cosa volete capire voi, che non siete nella mia condizione?». Forse qualcosa possiamo

capire.

Ad esempio penso che oggi i non vedenti stiano subendo i danni più subdoli e feroci della nostra civiltà dell’immagine e dell’estetica. Tutto sta diventando

“video”. Dal cellulare touch screen, allo smart phone, dal televisore “full hd” al web di YouTube, dai maxischermi agli angoli delle piazze ai totem dei

centri commerciali, dai bancomat che si usano solo toccando lo schermo ai bagni elettronici dei treni, dagli ipad agli elettrodomestici con i comandi “a

sfioro”.

Una congiura elettronica, un contrappasso feroce di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”, ma ritiene che tutti siano “diversamente normali”.

I ciechi fanno le spese di questo tripudio tecnologico.

E poco importa sapere che sono stati capaci, i non vedenti, di lavorare anno dopo anno a smontare le barriere della comunicazione che di volta in volta

il “genio di turno” gli parava dinnanzi.

Ora tutti usano lo “screen reader”, hanno familiarità con il computer e con il telefono cellulare, con i registratori digitali, con la webradio. Ma ho

la sensazione – posso sbagliarmi – che siano stati costretti a costruirsi un modo virtuale quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri. Una minoranza

combattiva e tenace, provvista di autoironia e di grinta, ma sinceramente ammirevole per questa battaglia quotidiana rimasta culturalmente di nicchia.

Perché anche per i ciechi vale la regola che “solo i belli vanno in televisione”, solo gli eroi o i superdotati bucano l’anonimato. Bocelli ce l’ha fatta.

Ma sono tanti i ciechi che cantano benissimo, forse qualcuno meglio di lui.

Ci fermiamo ad “ammirare” i ciechi, non a parlare con loro da pari a pari. Rarissimo che questo succeda. Anche nello sport restiamo stupefatti delle imprese

degli sciatori, o degli atleti che corrono in pista. Cinque minuti di commozione, poi basta. Ci aspettiamo sempre che dicano parole eccezionali, che turbino

per un attimo il nostro benessere di “normalmente vedenti”.

Abbiamo preso per un gioco di società anche l’ultimo, intelligente tentativo di farci capire che cosa significa vivere senza luce. “Dialogo nel buio”,

le “cene al buio”, ora perfino gli “aperitivi al buio”. Occasioni per tuffarsi qualche ora in una dimensione pazzesca, sapendo però che ne usciremo presto,

e potremo perfino divertirci a descrivere che cosa abbiamo provato, le nostre paure, il panico, il disorientamento. Tanto poi passa, si torna alla luce.

Ma i nostri “amici” ciechi no.

Secondo me si divertono assai in questo gioco perfido. Sono loro a studiare le nostre reazioni, a confrontarle con le loro sicurezze. Credo che queste

esperienze li aiutino ad accrescere la propria autostima, anche se non sono sicuro che sperino in un cambiamento culturale e sociale davvero importante.

Ho notato, nei convegni, che quando prende la parola un cieco, tutti si azzittiscono improvvisamente. Lo si ascolta come se fosse Tiresia, come se dalle

sue parole si potesse trarre qualche grande profezia morale sul nostro futuro di umani. Proviamo rispetto, certo. Ma forse anche un profondo senso di colpa.

E soggezione, ammirazione, sia pure con il dovuto distacco.

Il fatto è che siamo consapevoli che esiste una generazione di ciechi attivi e responsabili, inseriti nel lavoro e nella società, capaci di muoversi autonomamente

nonostante le nostre città siano impossibili quasi per tutti. Lo sappiamo, ma non vogliamo davvero sapere come fanno. E se hanno bisogno di qualche nostro

consiglio, o aiuto, o intervento pratico.

Abbiamo paura del buio, fin da piccoli. Lo sappiamo bene, ma non vogliamo pensarci. Oggi più che mai questa paura si associa ad altre insicurezze. Il paradosso

è che questa società della comunicazione globale e interattiva si sta rivelando spesso un bluff, un’illusione ottica. Trionfano le immagini, non il pensiero.

E ciò che più mi affascina degli amici ciechi, in realtà, è quella loro capacità di pensare e di memorizzare, di catalogare nel buio della mente i ricordi,

gli odori, le sensazioni, i sentimenti, le idee.

Il buio può essere un grande amico della consapevolezza. Ma per me è una scelta. Per chi non vede è la realtà senza alternative.

Buon 13 dicembre, amici. Con gratitudine.

*Testo apparso anche in «FrancaMente», il blog senza barriere di Vita.blog, con il titolo Santa Lucia, auguri a chi non vede e qui ripreso con alcuni adattamenti.

Io ho trovato questo articolo davvero bello nella sua realtà che mi ritrovo a vivere  quotidianamente. Mi ha colpito anche la particolare sensibilità del giornalista nel cogliere aspetti e problematiche della vita dei disabili visivi, che si trovano catapultati in una società dove la visione è la regola fondamentale per sopravvivere.

Superando.it del 14-12-2010

La società delle illusioni ottiche (di Franco Bomprezzi*)

Probabilmente sono proprio le persone non vedenti a subire oggi, in questa civiltà dell’immagine e dell’estetica, i danni più subdoli e feroci. Tutto sta

diventando “video”, in una sorta di “congiura elettronica” da parte di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”. E così la sensazione è che

le persone non vedenti siano state costrette a costruirsi un mondo quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri…

Il 13 dicembre, Santa Lucia, viene definito come “il giorno più corto dell’anno”, anche se non è vero, è solo il giorno in cui il sole tramonta prima.

È un momento in cui fa buio presto, si accendono i lampioni e le luminarie natalizie, appese ormai ovunque, quasi a voler trasmettere un’allegria e una

sensazione di normalità, di festa, e di regali che da troppo tempo ci sfugge, sepolta sotto le preoccupazioni di conti correnti risicati e in bilico fra

il nero e il rosso.

Parlo sempre di colori, di luce, di volti, di espressioni. E so che spesso mi leggono persone che non vedono. Che hanno visto per qualche anno, e poi basta.

Oppure che non hanno mai visto nulla. Solo il buio. E le immagini della mente. Non ho mai riflettuto abbastanza sulla cecità, pur avendo incontrato – in

tutti questi anni di impegno per i diritti delle persone con disabilità – molte persone cieche.

Mi permetto di fare qualche riflessione, del tutto soggettiva e parziale, proprio in occasione del giorno di Santa Lucia, protettrice dei ciechi. Penso

di averne diritto, di non dovermi censurare solo perché “non mi riguarda”. Altrimenti questa impossibilità di parlarne sarebbe del tutto corrispondente

alla classica frase che molti amici a rotelle pronunciano, o pensano: «Cosa volete capire voi, che non siete nella mia condizione?». Forse qualcosa possiamo

capire.

Ad esempio penso che oggi i non vedenti stiano subendo i danni più subdoli e feroci della nostra civiltà dell’immagine e dell’estetica. Tutto sta diventando

“video”. Dal cellulare touch screen, allo smart phone, dal televisore “full hd” al web di YouTube, dai maxischermi agli angoli delle piazze ai totem dei

centri commerciali, dai bancomat che si usano solo toccando lo schermo ai bagni elettronici dei treni, dagli ipad agli elettrodomestici con i comandi “a

sfioro”.

Una congiura elettronica, un contrappasso feroce di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”, ma ritiene che tutti siano “diversamente normali”.

I ciechi fanno le spese di questo tripudio tecnologico.

E poco importa sapere che sono stati capaci, i non vedenti, di lavorare anno dopo anno a smontare le barriere della comunicazione che di volta in volta

il “genio di turno” gli parava dinnanzi.

Ora tutti usano lo “screen reader”, hanno familiarità con il computer e con il telefono cellulare, con i registratori digitali, con la webradio. Ma ho

la sensazione – posso sbagliarmi – che siano stati costretti a costruirsi un modo virtuale quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri. Una minoranza

combattiva e tenace, provvista di autoironia e di grinta, ma sinceramente ammirevole per questa battaglia quotidiana rimasta culturalmente di nicchia.

Perché anche per i ciechi vale la regola che “solo i belli vanno in televisione”, solo gli eroi o i superdotati bucano l’anonimato. Bocelli ce l’ha fatta.

Ma sono tanti i ciechi che cantano benissimo, forse qualcuno meglio di lui.

Ci fermiamo ad “ammirare” i ciechi, non a parlare con loro da pari a pari. Rarissimo che questo succeda. Anche nello sport restiamo stupefatti delle imprese

degli sciatori, o degli atleti che corrono in pista. Cinque minuti di commozione, poi basta. Ci aspettiamo sempre che dicano parole eccezionali, che turbino

per un attimo il nostro benessere di “normalmente vedenti”.

Abbiamo preso per un gioco di società anche l’ultimo, intelligente tentativo di farci capire che cosa significa vivere senza luce. “Dialogo nel buio”,

le “cene al buio”, ora perfino gli “aperitivi al buio”. Occasioni per tuffarsi qualche ora in una dimensione pazzesca, sapendo però che ne usciremo presto,

e potremo perfino divertirci a descrivere che cosa abbiamo provato, le nostre paure, il panico, il disorientamento. Tanto poi passa, si torna alla luce.

Ma i nostri “amici” ciechi no.

Secondo me si divertono assai in questo gioco perfido. Sono loro a studiare le nostre reazioni, a confrontarle con le loro sicurezze. Credo che queste

esperienze li aiutino ad accrescere la propria autostima, anche se non sono sicuro che sperino in un cambiamento culturale e sociale davvero importante.

Ho notato, nei convegni, che quando prende la parola un cieco, tutti si azzittiscono improvvisamente. Lo si ascolta come se fosse Tiresia, come se dalle

sue parole si potesse trarre qualche grande profezia morale sul nostro futuro di umani. Proviamo rispetto, certo. Ma forse anche un profondo senso di colpa.

E soggezione, ammirazione, sia pure con il dovuto distacco.

Il fatto è che siamo consapevoli che esiste una generazione di ciechi attivi e responsabili, inseriti nel lavoro e nella società, capaci di muoversi autonomamente

nonostante le nostre città siano impossibili quasi per tutti. Lo sappiamo, ma non vogliamo davvero sapere come fanno. E se hanno bisogno di qualche nostro

consiglio, o aiuto, o intervento pratico.

Abbiamo paura del buio, fin da piccoli. Lo sappiamo bene, ma non vogliamo pensarci. Oggi più che mai questa paura si associa ad altre insicurezze. Il paradosso

è che questa società della comunicazione globale e interattiva si sta rivelando spesso un bluff, un’illusione ottica. Trionfano le immagini, non il pensiero.

E ciò che più mi affascina degli amici ciechi, in realtà, è quella loro capacità di pensare e di memorizzare, di catalogare nel buio della mente i ricordi,

gli odori, le sensazioni, i sentimenti, le idee.

Il buio può essere un grande amico della consapevolezza. Ma per me è una scelta. Per chi non vede è la realtà senza alternative.

Buon 13 dicembre, amici. Con gratitudine.

*Testo apparso anche in «FrancaMente», il blog senza barriere di Vita.blog, con il titolo Santa Lucia, auguri a chi non vede e qui ripreso con alcuni adattamenti.

Superando.it del 14-12-2010

La società delle illusioni ottiche (di Franco Bomprezzi*)

Probabilmente sono proprio le persone non vedenti a subire oggi, in questa civiltà dell’immagine e dell’estetica, i danni più subdoli e feroci. Tutto sta

diventando “video”, in una sorta di “congiura elettronica” da parte di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”. E così la sensazione è che

le persone non vedenti siano state costrette a costruirsi un mondo quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri…

Il 13 dicembre, Santa Lucia, viene definito come “il giorno più corto dell’anno”, anche se non è vero, è solo il giorno in cui il sole tramonta prima.

È un momento in cui fa buio presto, si accendono i lampioni e le luminarie natalizie, appese ormai ovunque, quasi a voler trasmettere un’allegria e una

sensazione di normalità, di festa, e di regali che da troppo tempo ci sfugge, sepolta sotto le preoccupazioni di conti correnti risicati e in bilico fra

il nero e il rosso.

Parlo sempre di colori, di luce, di volti, di espressioni. E so che spesso mi leggono persone che non vedono. Che hanno visto per qualche anno, e poi basta.

Oppure che non hanno mai visto nulla. Solo il buio. E le immagini della mente. Non ho mai riflettuto abbastanza sulla cecità, pur avendo incontrato – in

tutti questi anni di impegno per i diritti delle persone con disabilità – molte persone cieche.

Mi permetto di fare qualche riflessione, del tutto soggettiva e parziale, proprio in occasione del giorno di Santa Lucia, protettrice dei ciechi. Penso

di averne diritto, di non dovermi censurare solo perché “non mi riguarda”. Altrimenti questa impossibilità di parlarne sarebbe del tutto corrispondente

alla classica frase che molti amici a rotelle pronunciano, o pensano: «Cosa volete capire voi, che non siete nella mia condizione?». Forse qualcosa possiamo

capire.

Ad esempio penso che oggi i non vedenti stiano subendo i danni più subdoli e feroci della nostra civiltà dell’immagine e dell’estetica. Tutto sta diventando

“video”. Dal cellulare touch screen, allo smart phone, dal televisore “full hd” al web di YouTube, dai maxischermi agli angoli delle piazze ai totem dei

centri commerciali, dai bancomat che si usano solo toccando lo schermo ai bagni elettronici dei treni, dagli ipad agli elettrodomestici con i comandi “a

sfioro”.

Una congiura elettronica, un contrappasso feroce di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”, ma ritiene che tutti siano “diversamente normali”.

I ciechi fanno le spese di questo tripudio tecnologico.

E poco importa sapere che sono stati capaci, i non vedenti, di lavorare anno dopo anno a smontare le barriere della comunicazione che di volta in volta

il “genio di turno” gli parava dinnanzi.

Ora tutti usano lo “screen reader”, hanno familiarità con il computer e con il telefono cellulare, con i registratori digitali, con la webradio. Ma ho

la sensazione – posso sbagliarmi – che siano stati costretti a costruirsi un modo virtuale quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri. Una minoranza

combattiva e tenace, provvista di autoironia e di grinta, ma sinceramente ammirevole per questa battaglia quotidiana rimasta culturalmente di nicchia.

Perché anche per i ciechi vale la regola che “solo i belli vanno in televisione”, solo gli eroi o i superdotati bucano l’anonimato. Bocelli ce l’ha fatta.

Ma sono tanti i ciechi che cantano benissimo, forse qualcuno meglio di lui.

Ci fermiamo ad “ammirare” i ciechi, non a parlare con loro da pari a pari. Rarissimo che questo succeda. Anche nello sport restiamo stupefatti delle imprese

degli sciatori, o degli atleti che corrono in pista. Cinque minuti di commozione, poi basta. Ci aspettiamo sempre che dicano parole eccezionali, che turbino

per un attimo il nostro benessere di “normalmente vedenti”.

Abbiamo preso per un gioco di società anche l’ultimo, intelligente tentativo di farci capire che cosa significa vivere senza luce. “Dialogo nel buio”,

le “cene al buio”, ora perfino gli “aperitivi al buio”. Occasioni per tuffarsi qualche ora in una dimensione pazzesca, sapendo però che ne usciremo presto,

e potremo perfino divertirci a descrivere che cosa abbiamo provato, le nostre paure, il panico, il disorientamento. Tanto poi passa, si torna alla luce.

Ma i nostri “amici” ciechi no.

Secondo me si divertono assai in questo gioco perfido. Sono loro a studiare le nostre reazioni, a confrontarle con le loro sicurezze. Credo che queste

esperienze li aiutino ad accrescere la propria autostima, anche se non sono sicuro che sperino in un cambiamento culturale e sociale davvero importante.

Ho notato, nei convegni, che quando prende la parola un cieco, tutti si azzittiscono improvvisamente. Lo si ascolta come se fosse Tiresia, come se dalle

sue parole si potesse trarre qualche grande profezia morale sul nostro futuro di umani. Proviamo rispetto, certo. Ma forse anche un profondo senso di colpa.

E soggezione, ammirazione, sia pure con il dovuto distacco.

Il fatto è che siamo consapevoli che esiste una generazione di ciechi attivi e responsabili, inseriti nel lavoro e nella società, capaci di muoversi autonomamente

nonostante le nostre città siano impossibili quasi per tutti. Lo sappiamo, ma non vogliamo davvero sapere come fanno. E se hanno bisogno di qualche nostro

consiglio, o aiuto, o intervento pratico.

Abbiamo paura del buio, fin da piccoli. Lo sappiamo bene, ma non vogliamo pensarci. Oggi più che mai questa paura si associa ad altre insicurezze. Il paradosso

è che questa società della comunicazione globale e interattiva si sta rivelando spesso un bluff, un’illusione ottica. Trionfano le immagini, non il pensiero.

E ciò che più mi affascina degli amici ciechi, in realtà, è quella loro capacità di pensare e di memorizzare, di catalogare nel buio della mente i ricordi,

gli odori, le sensazioni, i sentimenti, le idee.

Il buio può essere un grande amico della consapevolezza. Ma per me è una scelta. Per chi non vede è la realtà senza alternative.

Buon 13 dicembre, amici. Con gratitudine.

*Testo apparso anche in «FrancaMente», il blog senza barriere di Vita.blog, con il titolo Santa Lucia, auguri a chi non vede e qui ripreso con alcuni adattamenti.


nov 24 2010

Andiam…Andiam…Andiamo a lavorar…

Tag: Esperienze, toppatrizia @ 11:58 am

Questo articolo tratta un argomento che a me sta particolarmente a cuore.

E’ fondamentale che si comprenda che una persona disabile si sente pienamente parte della società, quando può svolgere una sua attività che lo renda autonomo e lometta in relazione con altre persone.

Il lavoro per un disabile è il modo più efficace di vincere l’emarginazione e per uscire dalle quattro mura domestiche che sono spesso una prigione, che pur avendo le porte aperte, lo reclude.

E’ bellissima l’affermazione che fa la giornalista in questo articolo che una persona può diventare disabile quando svolge un’attività che non è giusta e adeguata alle sue capacità.

Quindi si può affermare che ognuno diventa abile quando si trova nel posto giusto a svolgere un lavoro giusto ed è questa la vera conquista per una società senza emarginazioni.

La Nuova Sardegna del 23-11-2010

«Disabili e lavoro, ecco un aiuto»

OLBIA. Ci sono 2000 disabili inseriti negli elenchi speciali. Parte dei quali costantemente interessati a trovare un lavoro. L´allarme sociale è forte,

ma si sta cercando di fare qualcosa.. Ed ecco i risultati. Almeno 100 disabili, nei primi dieci mesi di quest´anno, hanno trovato l´occupazione che fa

al caso loro. «Perché l´obiettivo principale – dicono dalla Provincia – è sempre quello di mettere la persona giusta al posto giusto: tutti siamo diversamente

abili se lavoriamo nel posto sbagliato».

C´è qualcuno che da due anni si impegna esclusivamente in questa direzione. Si tratta dell´ufficio di inserimento mirato della Provincia, coordinato dall´assessore

al Lavoro Gian Battista Conti e composto da quattro operatori (due esperti in aspetti giuridici e amministrativi, un esperto di mercato e una psicologa).

Proprio questo ufficio, ieri, ha organizzato all´Expo´ un incontro sul tema «La rete dei servizi territoriali per l´inserimento mirato dei disabili nel

lavoro». Duplice l´obiettivo: consolidare la stessa rete dei servizi stimolando ulteriori ingressi (ne fanno già parte oltre alla Provincia, la Asl, diverse

associazioni di volontariato e la Regione) e sensibilizzare il pubblico e il privato ad assumere dipendenti disabili. E non solo perché è previsto dalla

normativa (la ex legge 68 del 12 marzo 1999 sul diritto al lavoro dei disabili: dai 15 dipendenti in su, c´è l´obbligo di assumere un disabile). Chi ha

un numero inferiore di dipendenti (e in questo momento di crisi sono tante le aziende con poco personale) può comunque assumere un disabile. Una possibilità

che si associa a un´opportunità importante: quella di godere di una serie di incentivi.

«Il nostro motto è: non ci può essere inclusione sociale senza inserimento lavorativo – spiega l´assessore Gian Battista Conti -. Il lavoro è vita e la

società deve fare in modo che non ci sia emarginazione. Noi siamo disponibili a dare una mano alle aziende per favorire nuovi progetti di inserimento,

anche perché spesso, per i disabili, il lavoro è la miglior terapia che possa esistere. Da noi sia le imprese che i lavoratori trovano risposte e assistenza

e gli esperti dell´ufficio sono a disposizione per qualunque chiarimento. Le aziende private che fanno le convenzioni con la Provincia per l´avviamento

al lavoro dei disabili, ottengono poi i contributi dalla Regione. I settori in cui siamo riusciti a sistemare il maggior numero di lavoratori? Turistico

e aeroportuale».

Per tutta la giornata di ieri, all´Expo´, diversi esperti hanno affrontato l´argomento sotto ogni aspetto. Oltre all´assessore Gian Battista Conti, hanno

parlato: Claudio Messori, grande conoscitore dell´inserimento mirato; Antonio Floris, dirigente dell´area invalidi civili dell´Inps; Antonio Pala, presidente

della commissione invalidi civili di Olbia; Piera Tolu, funzionario della direzione provinciale del Lavoro di Sassari; Salvatore Frongia, responsabile

del dipartimento di psichiatria della Asl, che ha messo l´accento sul difficile inserimento nel mondo del lavoro dei disabili psichici. Attilio Pala, infine,

ha parlato dei contributi per i datori di lavoro.

di Stefania Puorro


ott 13 2010

“La mia seconda vita da cieca e sindaco”

Tag: Esperienze, Intervistepatrizia @ 12:14 pm

Questa è un’intervista a una persona davvero speciale che ha affrontato la sua disabilità come fosse una seconda nascita. Leggendola, trasmette tanta forza e positività ed è davvero una bella testimonianza di come anche nelle difficoltà più grandi, si possa reagire e ci si possa rialzare, dando un nuovo senso alle cose e alla vita.

La Stampa del 10-10-2010

“La mia seconda vita da cieca e sindaco”

NOVARA. Il sindaco di Novara è una signora molto distinta, elegante: si chiama Silvana Moscatelli, è del Pdl, ha 67 anni. Mi riceve nel suo ufficio in

Comune con una stretta di mano e un sorriso. Sembra un incontro come tanti, nella vita di un cronista: una delle solite interviste. Ma è un incontro straordinario

perché il sindaco di Novara è cieca. L´unico sindaco non vedente d´Italia: «Ce n´era uno anche in un paesino delle Puglie, ma tanti anni fa», racconta.

Per tutta la sua vita, fino alla scorsa primavera, la vista è stata perfetta. La malattia – un buio che nessun medico è ancora riuscito a spiegare – è

arrivata in aprile, proprio nei giorni in cui Silvana Moscatelli è diventata primo cittadino di Novara, prendendo il posto di Massimo Giordano (Lega),

eletto in consiglio regionale. Forse diventare sindaco era uno dei suoi sogni: il destino a volte sorprende per malvagità. Provo un certo imbarazzo nel

chiederle di raccontare la sua storia: ma il colloquio scivolerà via sereno. Anzi alla fine hai la sensazione di avere ricevuto una forza misteriosa, forse

anche più coraggio di vivere.

Signor sindaco, cominciamo con i soliti preliminari: la sua storia precedente in poche parole.

«Sono nata a Foligno, mio padre era un generale dell´esercito, sono a Novara da più di quarant´anni. Ho insegnato lettere alle superiori fino al 1993,

quando sono andata in pensione e mi sono dedicata alla politica. Sono vedova da dieci anni, ho una figlia – Ilaria – di 38 anni e una nipotina di 5».

Lei fino all´aprile scorso era assessore al bilancio e vice sindaco. Poi che cosa è successo?

«Dopo le amministrative il sindaco Giordano ha scelto di andare in Regione e abbiamo deciso di evitare nuove elezioni. Da vice, sarei diventata sindaco».

Lei stava bene, in quei giorni?

«Apparentemente benissimo. Il medico mi ordina degli esami di routine. Scoprono che un valore del sangue che si chiama CPK, e che dovrebbe essere al massimo

di 270, è di 63.000. Nessun essere umano ha mai avuto un valore così alto: il record, se possiamo usare questo termine, era di un giovane di La Spezia

che era arrivato a 43.000. Il medico dice che rischio un blocco renale, e quindi la vita. Mi ricoverano d´urgenza».

Ricorda quando è entrata in ospedale?

«Era un sabato. Mi dicono che la malattia si chiama rabdomiolisi, o qualcosa del genere. Mi attaccano alla flebo per fare il lavaggio dei reni».

La vista?

«Nessuno pensava alla vista. Avevo dieci decimi da entrambi gli occhi. Mai portato occhiali in vita mia, solo per leggere, ma era fisiologico data l´età.

Il lunedì comincio ad accorgermi che la vista sta regredendo. Ogni giorno che passava, vedevo sempre meno. Sono andata a casa dopo venticinque giorni e

qualcosa intravedevo, diciamo qualche ombra. Poi neppure quelle: più nulla».

Com´è potuto succedere?

«Non lo so. I medici dicono che è un mistero perché gli occhi sono tuttora sanissimi. Forse ho avuto un´infiammazione ai nervi ottici: a tutti e due, e

anche questo fatto sembra avere pochissimi precedenti».

Ha deciso di non rinunciare a fare il sindaco.

«E´ chiaro che in quei giorni attorno a me c´era molta agitazione politica. Tutti pensavano che io avrei rinunciato. Per dieci giorni sono stata ferma

e zitta, mi sono chiusa in me stessa per riflettere. Mi sono chiesta se ero in grado di affrontare un impegno del genere. Le dico una cosa: io ho percepito

subito che non sarei guarita. Ma ho pensato che la vita va interpretata secondo le modalità nuove che presenta, e che spesso non dipendono da noi. Ho pensato:

se rinuncio, la città viene commissariata e tutto il lavoro fatto non verrà portato a termine. Ho concluso che per Novara era meglio un sindaco non vedente

che un commissario».

Com´è la sua vita quotidiana, adesso?

«Entro in Comune alle 8 ed esco alle 19. A mezzogiorno mangio un panino al bar qui sotto. Vado a tutte le manifestazioni, ai dibattiti, alle inaugurazioni.

Ormai i novaresi sanno. Mi hanno mandato centinaia di mail e di lettere di stima e di solidarietà».

Nessuno ha eccepito? Nessuno ha detto che una città così grande – Novara ha 103.000 abitanti ed è un capoluogo di provincia! – non può avere un sindaco

non vedente?

«Mi dicono che qualcuno, e non solo dell´opposizione, ha contestato, ha detto che gli atti che firmo non possono essere legittimi. Ma la legge mi permette

di firmarli. La mia segretaria me li legge e io li firmo. Ho inventato un riquadro di cartone dentro il quale passo la biro e firmo».

Come fa ad avere cognizione di tutto? Sembra impossibile.

«Chi vede non può capirlo, ma la memoria e la concentrazione si affinano moltissimo. Anche la percezione delle presenze: a volte la mia nipotina mi dice

nonna, ma tu ci vedi!, perché riesco sempre a capire dov´è. Mi creda, è così. Il 27 settembre in consiglio comunale ho snocciolato a memoria tutti i dati

del bilancio, che gli altri vedevano sulle slides».

Davvero non spera più di guarire?

«La speranza c´è sempre, ma sento che anche i medici non ci credono più. Sono stata in Germania e mi hanno detto: signora, è meglio che faccia un corso

per non vedenti. La mia forza, mi permetta di dirglielo altrimenti non si capisce, è che è subentrata subito una specie di accettazione. Ho capito che

questa nuova situazione andava affrontata aggredendola e impostando una nuova vita».

Chi l´assiste?

«Tanti mi aiutano, naturalmente. Ma ho deciso di continuare a vivere da sola. In casa siamo io e il mio splendido cane, Pippo. Mi lavo, mi preparo la colazione

del mattino e mi vesto da sola. Scelgo gli abiti che indosso: li riconosco, e cerco sempre di essere elegante perché non rinuncio alla mia femminilità».

Pippo è un cane per ciechi?

«Ma no, è il cane che avevo già. Le racconto questo. Quando ho capito che avrei perso la vista, i miei primi pensieri sono stati: non vedrò crescere la

mia nipotina, e temo di perdere Pippo. E´ un cane che era stato abbandonato in un bosco e legato a un albero, avevo letto la sua storia proprio su La Stampa

e l´avevo preso. Ho avuto paura che si sarebbe sentito abbandonato una seconda volta. Le assicuro che anche lui ha percepito la novità, è diventato più

protettivo».

Signora, come fa a essere così serena?

«Tutti si stupiscono. L´altro giorno è venuto qui da me uno scrittore novarese per parlarmi di un suo progetto. Non si era accorto che sono cieca. A un

certo punto mi ha regalato un suo libro e ho dovuto dirglielo. E´ rimasto interdetto. Mi ha promesso che verrà qui a leggermelo. E quando se ne è andato

ha detto: vado via positivamente frastornato».

Lei che cosa – mi scusi ma non trovo un altro verbo – «vede»?

«Buio, nero. Solo buio e solo nero assoluto. Conservo una memoria delle cose che ho visto prima. E qualcosa riesco a immaginare anche delle cose nuove:

basta un rumore, un odore… Ad esempio quando ero in ospedale a Tubinga, un posto dove non ero mai stata, mia figlia mi accompagnava a passeggio in città

e percepivo, davo forma e figura a qualcosa: un giardino, una strada, una piazza. E´ così. Ma voglio continuare a vivere, non mi arrendo».

L´intervista è finita. Silvana Moscatelli si alza per salutarmi, le sue mani cercano riferimenti in un mondo diventato misterioso. Solo in questo momento

si avverte in lei qualcosa che sembra una debolezza. Ma forse è una forza.

di Michele Brambilla


ott 13 2010

CIAO SONO PETRIT QUESTA è LA MIA STORIA

Tag: Esperienze, topPetrit @ 10:06 am

 

Mi chiamo Petrit Prela,

sono un ipovedente albanese,

vivo in Italia da 12 anni.

Ora vi racconto un’po’ della mia storia.

Sono venuto in Italia da ragazzo, quindi gli studi li ho fatti tutti nel mio paese.

Le scuole elementari e medie, le ho frequentate presso l’istituto dei ciechi di Tirana.

Era l’unico centro per i non vedenti, di tutta l’Albania.

Per chi come me veniva da fuori c’era anche il dormitorio.

Questa in sintesi la mia giornata in istituto:

Ci si alzava alle 6 del mattino, si aggiustava il letto, si puliva la stanza,

dopo si faceva un pò di ginnastica, poi colazione, alle 7.30 ci univamo tutti davanti alla scuola e un insegnante a turno leggeva gli articoli più importanti del giornale.

Alle 8.00 iniziavano le lezioni, che generalmente terminavano intorno alle 13.30.

Dopo il pranzo ci riposavamo per circa un ora, poi si rientrava di nuovo in classe per studiare le materie del giorno successivo, c’erano 4 ore di studio, 3 per le materie generali e un ora per la materia personale “l’apprendimento di uno strumento musicale”.

Per ogni classe tra gli insegnanti, vi erano due coordinatori.

Uno per il mattino, che si occupava dell’andamento della classe, e uno al pomeriggio, sorvegliava gli studenti nello studio, e provvedeva ad alcuni bisogni speciali.

Di sera dopo cena si poteva vedere la tv, chi voleva poteva ascoltare la radio oppure c’era chi si faceva un giro nel giardino dell’istituto.

Si potevano fare anche alcuni giochi scacchi e domino ovvero i miei preferiti, ma si poteva giocare anche a pallone.

Di domenica chi come me restava in istituto perché come detto veniva da troppo lontano per ritornare a casa, era libero di uscire.

Però non si poteva andare da soli, o eravamo accompagnati da qualcuno dell’istituto, o da chi ci veniva a trovare come parenti, ed amici.

Io che venivo da lontano potevo rivedere la mia famiglia solo 2 volte all’anno, a natale e in estate.

La mia casa a Pukè una piccola cittadina al nord del paese a circa 200 km da Tirana.

In quel periodo c’erano pochi mezzi di trasporto  e le strade non buone, per questo non potevo spostarmi facilmente.

I bambini non vedenti entravano in questo istituto, all’età di 6 anni.

Il percorso scolastico che comprendeva scuole elementari e medie, era di 9 anni:

8 di scuola vera e propria, e l’ultimo per il corso di centralinisti.

Per scrivere e leggere si usava l’alfabeto braille.

noi usavamo le tavolette come strumento di scrittura, dato che di dattilo braille ovvero le macchine da scrivere, ve ne erano poche e si utilizzavano solo quando si dovevano scrivere testi piuttosto lunghi.

Il periodo che ho passato presso questo istituto è stato una grande esperienza per me.

Oltre ad aver finito gli studi con ottimi voti, ho imparato a stare lontano da i miei famigliari senza problemi quindi diventando autonomo in ogni gesto della vita quotidiana, ho capito cosa vuol dire vivere in comunità, riuscendo a farmi tante amicizie  ecc.

Con una parte di quegli amici che avevo in istituto, ho mantenuto i contatti continui.

Come dicevo prima l’esperienza in istituto, è stata una tappa fondamentale della mia vita, per imparare a vivere lontano da casa.

Devo ammettere ovviamente però, che i primi tempi sono stati molto difficili, perché era la prima volta che stavo lontano da i miei e di sera quando andavo a dormire non vedevo l’ora di riabbracciare di nuovo i miei genitori.

Con il passare del tempo mi sono abituato ed è diventata una cosa normale vivere lontano da i famigliari.

Dopo i 9 anni nell’istituto, si poteva decidere se diventare musicisti professionisti e quindi ad esempio andare a suonare nei matrimoni.  

Io invece, ho scelto di continuare gli studi, sempre però in ambito musicale.

Anche questa scuola, era a Tirana, e dunque ho continuato a vivere  lontano da casa, e come nell’istituto dei ciechi, in questo liceo vi era un dormitorio. La scuola superiore, non era solo per non vedenti, ma era aperta a tutti.

Quindi ho dovuto imparare a studiare e convivere, con persone che non avevano i miei problemi.

Confesso che all’inizio avevo qualche timore, di non riuscire a trovarmi bene con persone che avrebbero potuto non capire le mie difficoltà.

Invece ho potuto piacevolmente scoprire, che c’erano tanti amici, disposti a darmi una manoanche nello studio, con i quali sono nate amicizie importanti.

Proprio in quegli anni, la mia famiglia si è trasferita a Valona nel sud del paese.

Una città più vicina a Tirana, e per questo per me era più facile vederla con maggiore frequenza ovvero ogni fine settimana.

La scuola superiore in Albania, dura 4 anni.

Io ho finito gli studi, nel 94.

Poi sono rimasto nel mio paese per altri 4 anni, prima di decidere di trasferirmi in Italia visto che in Albania c’erano tante difficoltà per trovare un lavoro.

Quando sono venuto in Italia e ho visto come vivono qui i non vedenti, ho notato che tra il mio paese e quà, c’è molta differenza sulle opportunità per chi ha difficoltà visive.

In Italia ci sono molte possibilità di lavoro, tantissimi ausili per facilitare la vita di un non vedente, molte possibilità di studiare, aiuto dello stato e di regione.

Fino a 1990 in Albania è stato il regime comunista che aveva chiuso il paese dal resto del mondo, e così non era possibile sapere cosa succedeva fuori.

Solo dal 1990 in Albania, sono arrivati i primi ausili per i non vedenti.

Va detto però, che non tutti gli ausili, sono sviluppati come in Italia.

Infatti se ormai vi sono ad esempio molti bastoni bianchi,

al livello di strumenti informatici le sintesi vocali funzionano solo in lingue straniere come: italiano, inglese ecc. non ci sono ancora sintesi vocali in albanese, anche se proprio in questi giorni, ho ricevuto la notizia che si stanno muovendo i primi passi, per fare ciò.

Al momento l’unico ausilio utile per i non vedenti in Albania per l’uso del computer è la barra braille.

In Italia si è fatto davvero tanto per migliorare la vita dei non vedenti, invece in Albania c’è ancora molto da fare.

Questo è stato il motivo principale che mi ha convinto a lasciare l’Albania e a venire a vivere qui.

La speranza che le cose possano migliorare anche in Albania, e che tutte queste differenze citate sopra non ci siano più è grande, come è grande la  voglia di tornare a vivere nel mio paese.


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