lug 29 2010

Quando lo sport abbatte ogni barriera

Tag: Interviste, Sportpatrizia @ 12:09 pm

Leggendo questo articolo,ho subito associato la forza e la determinazione di questo ragazzo, a quella del nostro amico Mirko!

Infatti, come avrete gia avuto modo di leggere sul nostro blog, Mirko è un grande sportivo e un gran lottatore per la difesa dei diritti delle persone con difficoltà. È sempre in prima linea, non solo quando è in una gara di okey in carrozzina, ma anche quando deve rivendicare un suo sacrosanto diritto di poter tranquillamente muoversi in strada, senza dover incontrare ostacoli di ogni genere, fisici e mentali!

Sono le persone come William e Mirko, che danno un esempio fantastico di come lo sport e il coinvolgimento in molteplici interessi, aiutino a combattere l’emarginazione e la solitudine che molto spesso travolgono le persone disabili.

SuperAbile.it del 29-07-2010

William Russo, il sergente di ferro della scherma azzurra

Punta di diamante della nazionale di scherma in carrozzina, William Russo si racconta: lo sport, la scherma in carrozzina, le vacanze mancate, la disciplina

ferrea, lo studio, la vita privata. E la spada, il solo immenso amore che non l’ha tradito, regalandogli medaglie di caratura mondiale

ROMA. Ha 33 anni, William Russo, siciliano di Palermo, colori scuri, sguardo intenso e fiero tipico della sua terra. E tanta vita alle spalle, pur con

un’età anagrafica ancora relativamente bassa. Ha una tetra paresi spastica sin dalla nascita, causata da un danno cerebrale che provoca disfunzioni, nel

suo caso, del linguaggio e della mobilità degli arti. Una condizione, questa, che però non ha posto limiti ai suoi tanti obiettivi, sportivi e personali.

Agli osservatori più attenti delle cronache paralimpiche, il suo nome non sarà sconosciuto: perché William, talento della scherma in carrozzina, ha vinto

tanto, in quasi tutte le competizioni internazionali che l’hanno visto scendere in pedana ed ancorarsi alla carrozzina. Uno sport statico per definizione,

la scherma paralimpica, ma, nel suo caso, la carrozzina è un trampolino per tuffare lontane le braccia, velocissime e precise, e fare stoccate vincenti.

Ultimo atto, due giorni fa, l’oro alla Coppa del Mondo di Varsavia nella spada, la sua preferita (“solo perché è la prima arma che ho praticato”, dice)

condito da un bronzo nel fioretto, “con cui tiro da meno tempo però”, che fa salire alle stelle la sua soddisfazione.

Nella vita di William lavoro e studio occupano una parte importante. Dopo le superiori si è iscritto alla Facoltà di Chimica: “Mi mancano 8 materie, ed

è fatta”, poi lavora in una azienda di telecomunicazioni. L’amore? “Hmm…è meglio cambiare capitolo”, dice, perché è stato sposato ed ora è separato,

e molto c’entra `un’amante’ ingombrante, la scherma appunto.

E’ una passione travolgente, un amore dichiarato che riempie la sua vita, e che ora che è estate, e tutti pensano al meritato riposo, non consente altre

vacanze, “già la trasferta di Varsavia lo è stata. E le ferie vanno conservate per i prossimi Mondiali di Parigi, a novembre, ed eventuali raduni che li

precederanno. Quindi, niente vacanze”.

Tutta disciplina, William Russo, quella che, andando a ritroso nel suo palmares, ha fruttato 6 ori in coppa del mondo, tutti nella spada, più un argento

mondiale, due europei. Quel che conta, però, non è la somma, è la volontà caparbia che sta dietro.

Come si diventa campioni di scherma a Palermo (è tesserato con la Pol. Voglia di Vivere, ndr), in un sud che spesso è accusato di offrire poco agli sportivi

disabili?

“Nel mio caso, Palermo mi ha offerto tanto. Sin dalla scuola, dove ho cominciato a fare sport. Prima ho praticato l’atletica leggera e il tennistavolo,

poi, 7 anni fa, l’incontro con la scherma in carrozzina, al CASP (Centro Avviamento allo Sport Paralimpico) della mia città. Mi sono seduto, ho provato

e ho voluto continuare”.

Fino al 2005, quando Fabio Giovannini, Responsabile Tecnico degli azzurri, lo nota e lo porta con sé in Nazionale. Da allora, comincia un’avventura ai

piani alti della scherma, dal futuro già scritto

“Devo dire che ho un grande maestro che mi segue, a Palermo, Massimo La Rosa, e anche Fabio ha notato grandi miglioramenti e progressi, da cinque anni

a questa parte. Credo sia soddisfatto, e ogni volta si raccomanda di continuare ad allenarmi, sempre”.

Quanto impegno richiede, prepararsi ad una Coppa del Mondo?

“Di norma sono in palestra tre volte a settimana. A ridosso dell’evento, però, mi alleno tutta la settimana”.

La tua scaramanzia, se ce l’hai, e come festeggi dopo i tuoi successi?

“Ho un guanto che è il mio amuleto. Sempre lo stesso, da sette anni. Un po’ usurato, ma guai a chi me lo tocca. Poi fumo una sigaretta a pochi minuti dalla

discesa in pedana. Dopo aver vinto, si beve qualcosa, ma nulla di speciale, perché il giorno dopo ci sono altre gare e bisogna stare in sesto”.

Un messaggio a tutti i ragazzi disabili

“Fate sport, aiuta tanto. A socializzare, ad uscire da casa, soprattutto. A trovare un sacco di amici. A viaggiare, conoscere il mondo e aprire la mente”.

Un augurio che fai a te stesso? Magari partecipare a Londra 2012, sarebbe la tua prima volta…

“Neanche per sogno, non ci penso a Londra. Adesso penso solo ai Mondiali di Parigi e a far bene. Poi si vedrà”.

Cauto, modesto, rigoroso. Non sbaglia una risposta, William sergente di ferro, che procede a ritmo di marcia verso il prossimo successo sportivo. Anche

se qualche sbaglio è capitato anche a lui, che dice: “Di sicuro, la prossima donna dovrà amare la scherma”, quanto lui. E comunque è presto: in amore,

per William, ancora per un po’ è tempo di stare in guardia. (A cura del Cip)


lug 27 2010

Un viaggio alla scoperta del nostro cervello

Tag: Intervistepatrizia @ 11:12 am

Non è fantascienza, ma realtà e il protagonista di questa nuova avventura alla scoperta di un mondo ancora tanto sconosciuto, è proprio un italiano, tra i massimi esperti al mondo del cervello umano.

Questo articolo è stato preso dal Giornale di Merate del 26-07-2010

Uno dei massimi esperti nella cura del cervello ci racconta le sue ricerche

CARVICO. Il cervello è la sua passione, e tanto ha fatto e sta facendo per conoscerlo meglio e curarlo in modo adeguato. Il professor Giancarlo Comi ,

nato a Carvico (Bg) 62 anni fa, è primario di Neurologia al San Raffaele di Milano e ha partecipato a rendere l’istituto fondato da don Luigi Maria Verzè

uno tra i migliori al mondo. Ultimo tassello, in ordine temporale, di questa avventura è l’inaugurazione, avvenuta mercoledì 14 luglio, del Magics Center.

Ce ne vuole parlare? Magics, che sta per magnetic intracerebral stimulation, è un nuovo sistema in grado di produrre delle stimolazioni delle cellule profonde

del cervello. Così facendo siamo in grado di modificare la funzione di determinate aree, producendo benefici, ad esempio migliorando il recupero in persone

con paralisi conseguenti a ictus oppure migliorare la vita di pazienti che soffrono di Parkinson.

Ma come funziona? Rinforza il meccanismo di comunicazione tra le cellule. Tutto questo sta aprendo una prospettiva del tutto nuova nella cura di alcune

malattie neurologiche che potranno essere trattate non più solo con farmaci, ma anche con stimoli fisici. Quando noi diamo una medicina questa ha effetti

su tutto il cervello, anche in zone dove non servirebbe, ma associando la stimolazione fisica a quella chimica possiamo avere una maggiore efficacia, possiamo

usare dosi minori di farmaco con maggiore effetto sulla zona desiderata.

Nella pratica in cosa consiste questa metodologia? Un casco con al suo interno una serie di spire che producono degli stimoli in profondità sul tessuto

cerebrale.

Entriamo nella fantascienza. Ma siamo solo all’inizio di questa storia. Il nostro è il secondo centro al mondo e il primo in Europa. Esclusivamente di

ricerca, metteremo a punto indagini necessarie per verificare l’efficacia di questa stimolazione.

Questo nuovo centro è all’interno dell’Inspe. Sì, dell’Istituto di Neurologia Sperimentale del San Raffaele, che ho fondato nel 2004, dove lavorano un

centinaio di ricercatori, tra medici, tecnici, biologi, fisici. Tra i suoi scopi c’è la messa a punto di nuove terapie nell’ambito delle malattie infiammatorie

del sistema nervoso, in particolare la sclerosi multipla di cui mi occupo da 30 anni, e di malattie neurodegenerative. Collaboriamo con una rete di ricerca

internazionale e le case farmaceutiche, testiamo terapie prodotte da altri e ne produciamo di nostre. In questo momento stiamo studiando l’uso di cellule

staminali neurali nella sclerosi multipla, o l’impianto di piccole protesi per facilitare la ricrescita di nervi sezionati.

E’ difficile fare ricerca in Italia? Oggi per fare ricerca in modo efficiente non basta più solo essere buoni medici e scienziati, ma è necessario saper

relazionarsi e trovare risorse: quelle pubbliche sono limitate, quindi bisogna essere in grado di integrare con altre sorgenti.

Ad esempio? Riceviamo un forte aiuto dalle associazioni. La più antica è l’Acesm, che ci supporta nel finanziamento per la ricerca nella sclerosi multipla,

attiva da più di 25 anni. L’ultima arrivata è la Fondazione Maria Teresa Parea Uva, che nasce grazie al dottor Alberto Uva, la cui madre è deceduta per

una grave malattia neurodegenerativa, così ha deciso di portare avanti queste ricerche, infatti è uno degli sponsor principali del nuovo centro Magics.

Un altro aiuto lo riceviamo da Boscolo Hotel, la prestigiosa catena alberghiera, che ci sostiene devolvendo un euro per ogni persona che entra in una qualsiasi

delle loro 3.000 camere in Europa.

E buoni ricercatori ci sono? Abbiamo creato apposta un dottorato di neurologia sperimentale come fucina di nuovi ricercatori: in questo momento ci sono

in formazione 35 dottori di ricerca, provenienti da tutto il mondo. Sono 3 anni di formazione nei laboratori di ricerca, un anno lo devono passare all’estero

per venire a contatto con altre realtà della ricerca.

Lei come ha iniziato? Ho fatto i primi passi di accostamento alla neurologia nell’Ospedale di Merate, in provincia di Lecco, dove sono stato un paio d’anni

come studente; poi mi sono spostato al Policlinico di Milano, dove mi sono laureato nel 1973 e nel 1974 sono arrivato al San Raffaele. L’intero istituto

aveva 210 letti, 30 dei quali in neurologia. Nessuno immaginava che sarebbe diventato il primo in Italia e in Europa. Molti mi dissero che ero matto perchè

lasciavo l’ospedale più prestigioso, il Policlinico, per andare alla periferia della città . In realtà fu una vera fortuna incontrare don Verzè, un uomo

geniale, capace di precedere gli sviluppi della medicina, sempre avanti agli altri. Crebbi insieme all’istituto.

Grandi soddisfazioni, quindi. Sì, certo. Mi sono occupato del principale farmaco per la sclerosi multipla e sono stato il primo a sostenere che la terapia

deve iniziare subito senza aspettare che la malattia si manifestasse, è essenziale il trattamento precoce: battere il nemico quando non è ancora forte.

Sono stato anche presidente della Società Europea di Neurologia, il massimo privilegio per un neurologo, e sono fino al 2012 presidente eletto della Società

Italiana di Neurologia. Ma qualsiasi successo della mia carriera dipende anche dalla meravigliosa equipe di persone che ho messo insieme, fortemente motivate

e innamorate della loro quotidianità . E devo ringraziare i miei genitori per avermi dotato di una resistenza fisica alla fatica che mi ha consentito di

navigare in acque non sempre facili.

Ma ha sempre voluto fare il medico? Non so, ma ricordo molto bene un episodio di quando avevo 5 anni. Mia sorella maggiore aveva la polmonite e aspettavamo

il medico del paese. Io ero stato incaricato di stare alla finestra per avvistare il dottore che aveva trovato delle dosi di pennicillina, eravamo poco

dopo la guerra. Lui arrivò come una specie di cavaliere e lo vidi con una specie di aurea di magia. Non so quanto questo abbia influenzato la mia scelta,

ma se lo ricordo così bene qualcosa deve aver fatto. Poi negli anni di studio nacque un grande interesse per il cervello, fu amore a prima vista che non

mi ha ancora abbandonato.

Lei è nato e vive a Carvico? Sono molto legato al mio paese: stare a Carvico mi rilassa molto, anche se il tragitto ha un suo peso. Oggi è attenuato dalle

quattro corsie della Milano-Bergamo. Il trasbordo, poi, mi serve al mattino per preparare e pianificare la giornata, e alla sera per digerire tutte le

preoccupazioni accumulate.

Hobby o sport? Ho sempre amato molto lo sport, ma la professione mi assorbe molto. Poi ho sempre avuto un vizio, sono molto competitivo, nel senso decubertiano,

credo che la competizione sia il sale della vita, utile alla vita personale e alla società .

La sua professione è un grosso impegno. Uno sforzo fisico per la contemporaneità tra attività clinica e di ricerca, che però mi ha consentito di realizzare

l’idea di medicina traslazionale, di cui si parla tanto oggi: dall’osservazione dei malati cogliere i loro bisogni e le loro esigenze, per trovare in laboratorio

gli strumenti per migliorare la vita del malato. E’ fondamentale la figura del medico-ricercatore. Le nuove sfide della medicina richiedono competenze

tecnologiche sempre più avanzate.

E voi siete all’avanguardia. Il nostro istituto riesce a portare al malato i farmaci molto tempo prima che escano sul mercato. Abbiamo competenza e preparazione.

Serve una sana competizione tra ospedali, nel senso migliore del termine, necessaria per la qualità . Bisogna passare da un’assistenza pietistica a un’alta

competenza tecnica: non ci interessa dare solo una pacca sulla spalla per dare coraggio, ma curare.

La specializzazione è importante? Oggi il progresso della medicina è così rapido che è impensabile che un medico di base possa essere portatore di tutte

le conoscenze: la medicina è molto specialistica, ma non si deve correre il rischio che questo porti a perdere una visione di insieme, per questo il lavoro

di equipe diventa fondamentale.

Ha figli? Due femmine. La prima, Alessandra , che è sposata e vive a Paderno d’Adda (Lc) è laureata in Economia e si occupa di controllo di gestione. La

seconda, Michela , si è innamorata della ricerca e studia biotecnologie a Milano. Non ha fatto il medico e ne sono molto contento: ognuno deve trovare

la sua strada personale, e fare bene solo con le sue forze.

Ha lasciato molta libertà alle sue figlie? Diciamo che se la sono presa loro. Hanno una madre molto brava, mia moglie Annalisa : devo a lei la loro crescita.

E’ nonno o vorrebbe diventarlo? Non lo sono, ma mi sento senza età , non ho avuto neanche il tempo di pensarci, quando accadrà ci farò i conti.

Cosa pensa della possibilità di vivere fino a 120 anni prospettata da don Verzè? Non c’è dubbio che gli sviluppi poderosi in ambito medico hanno allungato

la durata della vita, ma bisogna stare molto attenti perchè la vita è qualificata dalla capacità di fruirne. Non vorremmo mai, cosa che purtroppo già succede,

che un cervello invecchiasse dentro un corpo sempre più giovane. Lo stesso don Verzè è l’esempio di come la mente possa rimanere lucida a 90 anni. Ma l’allungarsi

della vita ha portato a un aumento delle malattie neurologiche. Va bene prolungare la vita fino a 120 anni ma con un cervello capace per una buona qualità

della vita.

E qui entra in gioco la sua ricerca. Una delle più grandi scoperte è che il cervello non è un organo perenne e immutabile, ma è una massa in evoluzione

continua, non siamo mai gli stessi, cambiamo noi e il nostro cervello, cambia non solo il software ma anche l’hardware, l’esperienza e il mondo plasmano

il cervello anche fisicamente. Questa è la meraviglia più grande del creato, così la vita è meno noiosa, perchè siamo sorpresi da noi stessi. E il casco

può modificare in meglio il cervello. Certo, si aprono scenari con implicazioni etiche: è impossibile modificare senza rischi, ma nulla è buono o cattivo

di suo, ma dipende da come viene usato.

E al San Raffaele si dibatte anche di etica? Il San Raffaele svolge una attività culturale molto importante. Il suo fine è mettere insieme punti di vista

ed esperienze diverse per capire meglio cos’è l’uomo, con un approccio non solo intellettuale-filosofico ma anche neuro-scientifico: non è immaginabile

discettare di filosofia senza conoscere la macchina che produce il pensiero. .


lug 19 2010

Francesca e la scelta del buio

Tag: Esperienze, Intervistedaniela @ 4:43 pm

 LA FORZA E IL CORAGGIO DI QUESTA DONNA, NELL’AFFRONTARE  LE SFIDE CHE LA VITA LE HA MESSO DI FRONTE CON OSTINAZIONE  E TANTO, TANTO AMORE.

«L’importante era chiarire tutto prima di sposarsi»

CAGLIARI. Una delle ultime immagini prima del buio assoluto è la gigantesca nube di polvere che l’11 settembre del 2001 avvolgeva le Torri Gemelle a New York. «Stavo incollata alla tivù, muta». Il colore era già grigio, le figure difficili da mettere a fuoco, sfumate fino a perdere sembianze e forma. Ma ancora riusciva a vedere.
Poi, qualche giorno più tardi, una lama di luce – tenue e debolissima – s’è accesa sui suoi due bambini che la guardavano sorridendo e il marito (Roberto) che invece non ce la faceva a fare l’indifferente.
Francesca Marosi non ricorda esattamente il giorno e l’ora in cui è diventata cieca. Dettaglio in fondo irrilevante: aveva previsto, programmato tutto. Sapeva che sarebbe finita così. Anzi, ha voluto che finisse così.
La scelta di Francesca risale a molto tempo prima: davanti a una miopia progressiva, incalzante come un bolero di Ravel, gli oculisti di mezza Europa le avevano ordinato di scongiurare le gravidanze. Troppo rischioso, avere figli significava correre verso la cecità. «E invece io un figlio volevo. Dunque, qual era il problema?» Nel soggiorno della sua casa cagliaritana, nel quartiere di San Benedetto, Francesca racconta d’aver incrociato medici a commiserazione inclusa nella parcella, altri pronti a una solidale pacca sulle spalle, altri ancora vagamente depressi di fronte al futuro di una paziente che non si poteva salvare. «Dopotutto, bastava capire che perdere la vista è come elaborare un lutto».
Nel suo caso c’è molto di più. Cinquantatré anni, maestra di scuola materna per più di venti, ha avuto problemi agli occhi fin da bambina. «Con Roberto abbiamo chiarito tutto prima di sposarci: ai figli non avremmo rinunciato». Il maggiore ha quasi diciott’anni, la sorella tredici. Nel frattempo la mamma ha ripreso gli studi, si è laureata in Lettere con una tesi su Grazia Deledda, ha proseguito a cantare in un coro polifonico. Non ha mai smesso di cucinare, andare al cinema, assistere alla lirica. Ogni tanto le viene da ridere quando in famiglia viene accusata d’essere distratta. «Si dimenticano: non sono distratta. Sono cieca».
L’idea di andare in guerra le è venuta probabilmente una notte durante un concerto jazz al molo Ichnusa. Dal palco una celebre cantante di colore stuzzica la platea: c’è qualcuno che vuole duettare con me? Francesca, che già friggeva, non se l’è fatto ripetere. Ha trasferito al marito la bimba che teneva in braccio e, accompagnata da un’amica, s’è fatta avanti. Si commuove ancora a ricordare. «Era una meraviglia, una felicità immensa. Mentre cantavo mi sono sentita nera anch’io».
Ha un PC che definisce «il mio inseparabile cagnolino». Grazie a quel cagnolino e a una tecnologia tedesca d’avanguardia è riuscita a trasformare in “voce” le pagine dei libri.
Il personaggio è travolgente. Non ha l’euforia triste dell’handicappato che vuole sembrare felice per forza. Francesca nasconde una forza segreta che la cecità ha semplicemente fatto lievitare fino al paradiso. «Sono una donna fortunata».

Difficoltà coi figli?
«Quand’erano piccoli. Man mano che la vista se ne andava, leggere fiabe per farli addormentare non era semplicissimo. Un po’ era l’abbiocco della stanchezza, un po’ le parole che mi sfuggivano. Quindi un giorno ho aperto l’argomento».

In che modo?
«I bambini erano molto piccoli, ho deciso di andarci per gradi».

Ripensamenti, mai?
«Neppure per un istante. Senza i miei figli sarei stata un’ipovedente infelice».

Come ci si abitua?
«Sognando a colori. Quand’è successo avevo 45 anni e una strada obbligata: fermarmi, anche fisicamente. Beh, non potevo e non volevo».

Allora?
«Reagire significa reinventarsi gli spazi, scoprire che devi rimparare a conoscere casa tua, non dare mai l’impressione di non capire da dove viene una voce. Si trattava di vivere una realtà nuova: questo ho spiegato ai miei figli».

E loro?
«Ve li farei sentire quando gridano da una stanza all’altra: mamma, dov’è il mio quaderno? E io: secondo cassetto. Non lo trovi? Guarda bene, sta sotto il dizionario» .

Ha schedato mentalmente vecchie immagini?
«Mi sono creata delle mappe. Lo facevo anche da bambina. Poi, certo che ho un album della memoria: l’esterno della chiesa di Santa Lucia il giorno della Prima Comunione d’uno dei ragazzi, l’attesa del fotografo che doveva immortalare il momento. Bello anche il lancio del riso che ha travolto me e Roberto il giorno del matrimonio».

Non ha smarrito qualche contorno?
«Mi sono concessa un unico lusso: dimenticare il giorno preciso, l’ora e il luogo in cui il buio ha preso il sopravvento lasciandomi sola».

Famiglia.
«Agli inizi parevo la cieca di Sorrento: sbandavo, sbattevo dappertutto. Dentro di me però sapevo che quel territorio, e non solo quel territorio, me lo sarei ripreso».

Emergenze?
«Come tutti. Una mattina, mentre preparavo la colazione, ho sentito puzza di bruciato. Era un guanto da forno che prendeva fuoco. Non potevo vederlo ma sapevo benissimo come agire in questi casi. Ho preso una coperta e l’ho lanciata sulla cucina: spavento molto, bricco del latte per terra, famiglia svegliata di soprassalto ma alla fine tutti felici e contenti».

La cecità può dare qualcosa?
«A me ha regalato moltissimo, non è retorica. Mi ha permesso di percorrere strade nuove, scoprire linguaggi sconosciuti. Man mano che mi avvicinavo verso la riva buia, ho imparato il braille, conquistato una sensibilità che mi fa navigare in mari che non avevo esplorato. Non solo: mi ha consegnato un piccolo scrigno dove butto dentro le negatività. Voglio dire con questo che ho maturato una sorta di sensore verso l’ignoranza, il brutto, l’infamia. Ho imparato a relativizzare».

Cioè?
«I continui ricoveri, gli interventi chirurgici e le infinite visite mediche mi hanno trasportato in un pianeta dove la sofferenza era ed è palpitante. Ed io non ero sicuramente quella che stava peggio. Anzi».

Anzi, cosa?
«Qualche amico mi ricorda che la cecità mi ha risparmiato il disagio di vedere certe brutture. Siccome però sento benissimo, non ci sono stati sconti sulla ferocia della burocrazia».

Cioè?
«Nella primissima fase, Roberto mi accompagnava negli uffici pubblici. Salutavano lui e non me. Gli dicevano le faccia mettere uno scarabocchio in questo foglio . Eppure io ero soltanto cieca, non ero anche sorda, muta e deficiente».

Gli altri.
«Si dividono in due categorie: le bestie che ti riempiono di finta pietà, quelli che dicono poverina e non c’è verso di convincerli che sei un essere umano proprio come loro. E quelli che ti rispettano davvero».

Vista a parte, cosa le ha tolto la cecità?
«Niente. Mi ha permesso di provare me stessa, mi ha aiutato a vedere un mondo che non avrei mai potuto immaginare».

Crolli.
«Vuol sapere se ho pianto? Spesso e molto. Il pianto è salvifico, quando senti che stai scivolando verso il basso ti aiuta a risalire».

Ha imparato a dare un “corpo” alle voci?
«Ci si specializza, si diventa ultrasensibili. Qualcuno si stupisce perché quando mi saluta lo chiamo per nome: ciao Ottavio, come stai? Segue domanda ovvia: come hai fatto a riconoscermi? Solita spiegazione: sono solo cieca, non anche sorda».

La voce dice più delle parole.
«Quasi sempre. Al cinema intuisco cosa sta accadendo sulla base di poche battute, quando vado all’Opera immagino anche i dettagli».

Non chiede, non domanda?
«Sì, ma cosette: il senso e lo sviluppo del dramma non mi sfuggono. Basta abituarsi a decifrare anche il più piccolo suono».

La forza di volontà non basta. Cos’altro serve?
«Ho un amico non vedente dalla nascita che gioca a pallone, fa sci di fondo. Insomma, si è attrezzato contro il suo handicap. Nel mio caso diventa più difficile perché vivi un lento passaggio in ombra che, giorno dopo giorno, ti sottrae qualcosa. Devo molto all’Unione italiana ciechi, alla straordinaria postazione informatica per studenti non vedenti: Paolo, Rosa e Maria Grazia, che svolgono un servizio d’eccellenza, mi hanno insegnato tutto, mi hanno regalato l’autonomia».

E poi?
«Se, come me, cantavi in un coro non devi smettere di farlo. Se leggevi devi trovare il sistema per continuare. E così via fino a riprenderti la vita per intero».

Non le manca nulla?
«Le passeggiate. Mi piaceva fare lunghe camminate da sola: serviva ad attenuare piccole tensioni, a farmi riflettere immersa nel silenzio della mia coscienza».

Si sente a credito verso il prossimo?
«No, però mi piacerebbe una società più preparata e civile, mi piacerebbe fare il funerale dell’assistenzialismo, ridurre la miriade di associazioni che qualche volta sono solo un’etichetta».

Che se ne faceva di una laurea?
«Mai sentito parlare di cassetto dei sogni? Il mio è ancora pieno, mica l’ho svuotato con la laurea. Non dimentico di essere privilegiata e fortunata: me ne ricordo ogni volta che penso a quelli che non possono muoversi, alla gente inchiodata su un letto o su una sedia a rotelle. Io posso fare un sacco di cose».

Per esempio?
«Fare la fila come tutti gli altri senza che si accorgano che sono cieca. Posso ballare, fare teatro, seguire mio marito e i miei figli. In più, avverto un ruolo che prima, cioè al tempo della luce, non avevo considerato: mi sento paladina di quelli che sono più sfortunati di me».

Quindi?
«Quindi, tanto per non arrugginirmi e perdere il ritmo, mi riscrivo all’università».

di Giorgio Pisano (pisano@unionesarda.it)


giu 16 2010

INTERVISTA A GIULIANA DONATRICE DI VOCE

Tag: Audiolibri, IntervisteMirko @ 10:30 am

Giuliana è una volontaria di Progetto 80 Sampierdarena, ma è anche una donatrice di voce (lettrice di audiolibri)

Da quanto tempo fai la donatrice di voce?
Da più di dieci anni

Come hai scoperto questo tipo di attività?
Avevo letto un servizio su una rivista

Cosa ci vuole per fare un audiolibro?
Tecnicamente all’inizio utilizzavo un registratore ora registro utilizzando un computer con cuffie e microfono ed un programma che mi ha fornito il centro

Tramite chi svolgi questa attività?
Il “Centro internazionale del libro parlato” di Feltre

Che difficoltà hai trovato nel fare questa attività?
Non ho trovato particolari difficoltà: bisogna fare attenzione nella lettura, a volte ci sono simboli e parole straniere difficili ma nel complesso mi è venuto abbastanza facile

Quale genere di libri leggi?
Testi di studio e saggi di materie scientifiche, in particolare matematica e fisica

Se qualche persona vorrebbe diventare donatrice di voce dove si può rivolgere?
Io conosco il centro di Feltre di cui faccio parte che ha il sito www.libroparlato.org, altri non so


mar 11 2010

La straordinaria esperienza del museo tattile Omero di Ancona raccontata per voi da Aldo Grassini!

Tag: Interviste, toplucio @ 10:16 am

L’emozione di toccare! Al Museo Omero di Ancona un viaggio di straordinarie sensazioni

Aldo Grassini,membro del comitato direttivo del museo tattile statale Omero di Ancona, si racconta.

Aldo Grassini, èmembro del comitato direttivo del museo tattile statale Omero di Ancona, presieduto da Roberto Farroni che svolge la funzione di direttore.
Innaugurato ormai 17 anni fa, dal 99 è riconosciuto con legge speciale museo tattile statale.
Aldo Grassini lo scorso 22 ottobre partecipò a Genova, ad un convegno sulla cultura accessibile, portando ai presenti l’esperienza straordinaria del museo di Ancona.
Noi del blog di Liguriaccessibile, ci siamo affascinati al racconto di Grassini di quel convegno, e così abbiamo pensato:
Perché non gli facciamo raccontare qualcosa anche per gli amici del blog?
È così è stato!
Lo abbiamo contattato e ci ha dato la sua grande disponibilità!
Ecco come Grassini, è in grado di trasmettere, le emozioni e le sensazioni, che la sua storia e quella del museo,hanno dentro.
1. Ci racconti qualcosa di Lei e della Sua esperienza di non vedente nella vita di
tutti i giorni.

Ho avuto una vita iperattiva che è difficile sintetizzare in poche parole. Ho perduto la vista a sei anni per lo scoppio di un residuato
bellico. Ho studiato nelle scuole normali e non sono mai stato in istituto, se non per un brevissimo periodo di due mesi al Cavazza di Bologna. Ho fatto
studi classici e mi sono laureato in filosofia presso l’Università di Bologna. Ho insegnato storia e filosofia nei licei per 37 anni. Da sette sono in
pensione. Ho vissuto intensamente la vita della scuola, impegnandomi attivamente anche nel sindacato. Ho fatto parte del Distretto Scolastico e del Consiglio
Scolastico Provinciale (Ancona). Ho svolto attività di docente in corsi di aggiornamento per insegnanti e in corsi di formazione per il sostegno. Ho svolto anche
attività politica ed ho fatto parte per tre mandati, in periodi diversi, del Consiglio Comunale di Ancona. Nella mia Città sono stato tra i fondatori del
Tribunale per i Diritti del Malato. Ho fondato l’Associazione degli Amici della Lirica (oggi intitolata a Franco Corelli) ricoprendo per trent’anni il
ruolo di Presidente o di Vicepresidente. Esperantista dall’adolescenza, mi sono impegnato nelle associazioni dei ciechi anche in qualità di Segretario
Generale e di Presidente della Lega Internazionale dei Ciechi Esperantisti e, tra i vedenti, nel movimento generale anche come Presidente e Vicepresidente
della Federazione Esperantista Italiana. Pur essendo sempre vissuto tra i vedenti, non ho mai disdegnato l’amicizia dei ciechi e l’impegno associativo
nell’UIC. Ho ricoperto varie funzioni a livello locale e nazionale e, in particolare, mi sono occupato di istruzione, di cultura e dei problemi dei ciechi
pluriminorati. Credo di aver avuto negli Anni Settanta e Ottanta un ruolo di punta nella battaglia per l’integrazione dei ciechi nella scuola comune. Mi
sono sposato con una non vedente e non abbiamo figli. Abbiamo condiviso in molti campi l’impegno per ideali comuni. Posso dire che il Museo “Omero” è una
nostra creatura alla quale abbiamo dedicato una parte importante della nostra vita in comune.

2. Nel convegno del 22 ottobre scorso a Genova
ha raccontato dei Suoi molti viaggi. Quali sono generalmente le difficoltà che incontra ovvero quali le barriere più frequenti?

La comune passione
per i viaggi è uno degli elementi di coesione per me e per mia moglie. Ho visitato 57 Paesi nei cinque continenti, alcuni dei quali anche molte volte.
Il movimento esperantista ci ha offerto, a me e amia moglie, tante occasioni di visitare Paesi stranieri e di incontrare amici in tutto il mondo. La principale
difficoltà, per un cieco, è quella di trovare una buona guida. Poi ci vuole passione, curiosità e molto spirito di adattamento. Le barriere più odiose,
sono naturalmente i divieti di toccare che nella maggior parte dei casi non sono assolutamente necessari per salvaguardare l’integrità dei beni culturali
e sono solo il frutto di luoghi comuni accettati come verità di Vangelo.

3. Qual è il viaggio che Le ha lasciato dentro le sensazioni più belle
e che ancora oggi ricorda volentieri?

A questa domanda è veramente difficile rispondere. Ogni viaggio, se viene vissuto con il giusto impegno culturale
ed umano, ti arricchisce e lascia un segno importante. Se proprio devo dare una risposta, citerò i due viaggi in India. L’India è un Paese sconvolgente,
duro e meraviglioso. Lì si tocca con mano che cosa sia la miseria, una povertà che noi non riusciamo neppure ad immaginare, una miseria vissuta col sorriso
da un popolo straordinariamente ricco di spiritualità. In India tutto è meraviglioso: anche le manifestazioni più banali della vita quotidiana sono per
noi così lontane dai nostri schemi che ti fanno rimanere a bocca aperta. In India facciamo un tuffo nel passato, indietro di tremila anni. E’ l’unico posto
al mondo in cui ci si incontra con un politeismo vivo e universalmente praticato. In India si può toccare tutto, non esistono divieti per un popolo la cui
principale forma di espressione è la scultura. Una vera cuccagna per noi ciechi!

4. Ci descriva quali sensazioni prova quando può toccare un’opera,
una scultura in un museo.

A questa domanda si può rispondere con una sola frase o con un discorso lunghissimo e complesso. La sensazione è quella
che ogni persona prova di fronte alla fruizione di un’opera d’arte: la gioia della bellezza, la scoperta di un significato recondito che trasfigura per
noi l’oggetto e lo fa assurgere a simbolo, a segno di una memoria individuale e collettiva; il collegamento segreto con esperienze passate e future. E
potrei continuare a lungo, ma trattandosi di un cieco a cui è consentito ciò che normalmente si vieta, a quanto detto sopra aggiungerei l’emozione di fare
una cosa importante, che tutti fanno con semplicità e che a noi è quasi sempre interdetta, il piacere di poter commentare con i nostri amici sulla base
di una cognizione autentica; il piacere, che io definisco “edonistico”, di toccare superfici e materiali che producono a contatto con le mani un impatto
di gradevolezza a cui segue il piacere più propriamente “estetico”, descritto all’inizio di questa risposta.

5. Quali aspetti dell’opera generalmente La
colpiscono?

In parte ho già risposto. La fruizione di un’opera d’arte è sempre assai complessa e comunque è strettamente legata alla cultura del soggetto,
ciò che noi generalmente indichiamo con parola piuttosto generica come “sensibilità”. Gli aspetti sono molteplici ed a me interessano tutti. C’è l’aspetto
edonistico e quello più propriamente “estetico” di cui abbiamo già parlato; mi interessa anche la struttura formale: il rapporto tra le parti, l’armonia
o la disarmonia che ne deriva; c’è l’interesse per il contesto storico-culturale; c’è anche l’interesse sociale, quando si tratta di un’opera molto famosa
che non possiamo essere solo noi ad ignorare; c’è infine l’emozione affettiva di vivere un’esperienza significativa con familiari o amici a cui vogliamo
bene o per i quali nutriamo sentimenti di stima.

6. Quale opera o scultura ha suscitato in Lei le emozioni più intense quando l’ha esplorata con
le mani?

Molte sono le opere che hanno prodotto in me una profonda emozione. Rimanendo nell’ambito di quelle proposte dal Museo “Omero”, tra le classiche
vorrei citarne due: la Venere di Milo e la Pietà di Michelangelo. Quanto alla Venere di Milo, sin da ragazzo avrei voluto conoscere questo classico modello
della bellezza femminile del quale tante volte avevo letto in merito alla mitica capacità di ridurre perfino alla pazzia la mente di qualche “esaltato”
ammiratore. Sono andato al Louvre, ma non è stato possibile toccarla e quando abbiamo realizzato il nostro Museo è stata la prima opera che abbiamo voluto
acquistare. La Pietà è forse l’opera più celebrata del nostro Rinascimento e poter finalmente “vedere” quell’espressione di sereno dolore che emerge da
una realistica rappresentazione, pur intrisa di un’intensa spiritualità nella perfezione della sua struttura formale, ha significato per me toccare il
cielo con un dito! A ciò si aggiunga l’intima soddisfazione di aver in qualche modo partecipato alla realizzazione di questa copia al vero attraverso lo
studio di alcuni effetti sensoriali e la scoperta di un’autentica sinestesia.

7. Può raccontare agli amici del nostro blog come è nato il Museo Tattile
di Ancona?

L’ho raccontato tante volte e quasi mi illudo che ormai lo sappiano tutti! Ma, mettendo da parte questo pizzico di megalomania, lo farò
ancora una volta. Io e mia moglie eravamo tornati da un viaggio in Germania dove avevamo assistito alle espressioni di entusiasmo dei nostri amici davanti
a tante cose belle. Ma il teutonico rigore non ci aveva permesso di toccare nulla e ci era rimasto molto amaro in bocca. Rievocando quell’esperienza frustrante
mia moglie uscì con questa frase: “Ma non si potrebbe raccogliere in un luogo almeno le copie di alcuni grandi capolavori affinchè anche i ciechi abbiano
la possibilità di conoscerli?” “Perchè no? – fu la mia risposta. Era il 1985 e quel “perchè no?” dopo 8 anni produceva l’inaugurazione del Museo Omero
che dopo altri 6 anni veniva riconosciuto da una Legge del Parlamento Nazionale come Museo Tattile Statale.

8. Nel Convegno di Genova dello scorso ottobre Lei ha detto
che il Museo “Omero” non è stato pensato solo per i non vedenti. I visitatori in generale come vedono l’esperienza di poter anche toccare le opere e non
limitarsi a guardarle?

Sin dall’inizio non volevamo creare un “ghetto”, una struttura destinata solo ai ciechi. Ci era chiaro il carattere sociale
dell’esperienza estetica. Un cieco, come tutti, deve poter visitare un museo con le persone care ed arricchire le proprie emozioni attraverso l’interazione
con le loro. Bisognava dunque creare un museo non soltanto bello da toccare, ma anche bello da vedere. C’era anche una considerazione più politica: i
ciechi per fortuna sono pochi ed è difficile finanziare adeguatamente una struttura destinata ad un numero esiguo di visitatori. Oggi oltre il 90% dei
frequentatori del Museo “Omero” è costituito da vedenti che vengono a trovarci con grande espressione di interesse. Quali le ragioni? La possibilità di
mettere immediatamente a confronto grandi capolavori del passato, che hanno fatto la storia dell’arte, attraverso copie quasi perfette che conservano intatte
le magiche suggestioni della perfezione formale; l’interesse degli stupendi plastici architettonici che costituiscono in certo senso delle piccole opere
d’arte; la galleria dedicata alla contemporaneità con opere originali di autori importanti; la riscoperta della tattilità, un senso “perduto” da una cultura
che ormai si accorge degli inganni che può produrre un’eccessiva fiducia nel senso della vista; la curiosità per il mondo dei ciechi, quasi un’alternativa
all’invadenza della società dell’immagine. Per questo tanti vedenti vengono al Museo “Omero” e tornano pieni di entusiasmo.

9. Sempre nel Suo intervento
al Convegno di Genova Lei ha raccontato che al Museo “Omero” si svolgono molte iniziative dedicate ai bambini. Vuole dirci qualcosa di più in merito?

Il Museo “Omero” può vantare una solida vocazione didattica e giustamente presta molta attenzione ai bambini. A parte alcune iniziative individualizzate
che promuovono l’integrazione scolastica di singoli bambini non vedenti con un programma tendente a coinvolgere insieme all’alunno cieco anche i suoi compagni
di classe, molti sono i laboratori destinati agli alunni di ogni grado scolastico, e molte anche le iniziative ludiche per bambini di tutte le età. E’
importante che ogni iniziativa venga studiata in modo da non escludere nessuno. In altre parole, nel mettere in atto attività di tipo culturale o anche
ludico, si fa attenzione che non esistano barriere di sorta per i bambini con Handicap. Insomma, tutti possono partecipare, anche nel caso in cui un disabile
visivo chiede di partecipare. I laboratori, sempre studiati per i bambini non vedenti, vanno benissimo anche per quelli normodotati. Si punta molto sulla
plurisensorialità e si cerca di integrare gli insegnamenti scolastici con attività ludiche di vario genere. Anche per i bambini della scuola materna si
studiano percorsi adatti alla loro curiosità, costruendo racconti fantastici e giochi di gruppo intorno ad alcune opere d’arte. Il Museo “Omero” intende
smitizzare lo spazio museale quasi fosse un luogo sacro: per tutti, bambini e adulti, si cerca di compenetrare aspetti culturali ed aspetti ricreativi.
Così, per i bambini è considerato importante abituarli a prendere confidenza con immagini consacrate dalla storia dell’arte, anche nei momenti in cui essi
vengono coinvolti in attività apparentemente non attinenti. queste immagini risulteranno familiari anche quando i ragazzi si avvicineranno ad esse con
un interesse più maturo.

10. Nel Museo “Omero” quali sono le sculture più interessanti che i visitatori possono scoprire ed apprezzare potendole
sentire sotto le dita?

E’ praticamente impossibile rispondere a questa domanda. I visitatori sono mossi da motivi di interesse i più diversi e ciascuno,
naturalmente, indirizza la sua attenzione sulle opere che maggiormente possono rispondere alle specifiche esigenze. In generale, sono le opere più famose
che suscitano la curiosità e l’interesse dei visitatori non vedenti. La Venere di Milo, la Nike di Samotracia, il David di Donatello e quello di Michelangelo,
oltre ovviamente alla Pietà, sono certamente le opere più “gettonate” unitamente ai plastici architettonici che riscuotono sempre un grande successo.
Ringraziamo Aldo Grassini, perché dopo le straordinarie emozioni che aveva fatto vivere a tutti noi con il racconto nel convegno di quasi5 mesi fa a Genova, ci ha regalato altri momenti davvero particolari raccontando la sua storia e quella del museo Omero in questa intervista.
A proposito, vi consigliamo diandarlo a visitare perché è un luogo davvero affascinante e meraviglioso!
Organizzatevi un bel viaggio alla scoperta della regione Marche, della Città di Ancona che ha tante cose da offrire, e del museo Omero, un mondo di sorprese eccezionali.
Un luogo dove l’arte è certamente da esplorare con mano!
Qui sì che è vietato non toccare!


mar 03 2010

12 DOMANDE ALLA PRESIDENTE DELLA SQUADRA DI HOCKEY SU CARROZZELLA ELETTRICA AQUILE AZZURRE DI GENOVA.

Tag: Interviste, SportMirko @ 11:44 am

Intervista alla presidente della squadra di wheelchair hockey AQUILE AZZURRE.

1 ) come è nata questa squadra?

E’ nata a maggio 2008 per volontà di alcuni soci che già giocavano con un’altra squadra, ma che volevano formarne un’altra inserendo nuovi giocatori per la voglia di fare sport.

2 ) da quanto tempo praticate questo sport?
Io come giocatrice saranno già 8 anni e 2 da presidente, invece altri soci della squadra anche di più, circa 12 anni.

3 ) perché si è appassionata a questo sport?

Me lo ha fatto conoscere un ex collega invitandomi a vedere una partita, dopodichè mi ha invitato a provare e mi è piaciuto sentirmi protagonista di una attività sportiva, io, che ero sempre stata sugli spalti a guardare gli altri fare sport.

4 ) quali sono i vostri obbiettivi?

Aiutare altri disabili a fare sport e a socializzare e dal punto di vista sportivo cercare di vincere le partite e, quando si perde, migliorare gli errori in campo. Ed un giorno di partecipare alle fasi finali del campionato italiano.

5 ) per praticare questo sport che tipo di
disabilita bisogna avere?

Motoria di qualsiasi tipo, basta riuscire a muovere anche solo una mano per poter guidare la carrozzella tramite il joystick.

6 ) dove giocate e vi allenate e chi vi accompagna alle varie partite e allenamenti?

Gli allenamenti e le partite si svolgono presso la palestra di via Mogadiscio 88 a Genova Sant’Eusebio. Ci accompagnano nostri parenti, amici, colleghi o volontari di Progetto 80 (associazione di volontariato).

7 ) da quanti giocatori è formata una squadra?

Da 5 giocatori in campo e più le riserve, quindi si può arrivare anche più di 15.

8 ) una carrozzella elettrica quanto può costare?

Dai 4000 ai 15000 euro dipende dal modello che si sceglie.

9 ) cosa comporta gestire una associazione di questo tipo?

Comporta tanto tempo da dedicare all’organizzazione degli allenamenti e partite e per tutte le pratiche burocratiche annesse. Riunioni con la federazione per decidere date campionato e gironi, riunione soci per discutere i vari problemi e prendere decisioni, Organizzare trasporti per gli allenamenti e partite, seguire i progetti per richieste fondi, fare documenti necessari per le richieste di palestre o altro, andare a convegni e conferenze stampa.

10 ) quali sono le difficoltà che incontrate e cosa avete bisogno?

Le difficoltà le abbiamo nel trovare i volontari che ci aiutino ad andare a prendere i vari giocatori dalle loro abitazioni alla palestra o ai vari appuntamenti (convegni, riunioni, assemblee, interviste, feste ed altro) e anche nel trovare i mezzi adatti al trasporto di carrozzine elettriche che non sempre sono disponibili.

11 )  ora una domanda di tipo economico, quanto costa fare una attività come questa?

In un anno e mezzo di attività abbiamo speso circa 9000 euro, di cui 4000 per acquisto di una nuova carrozzina, 1500 di spese viaggi e benzina, 800 di generi alimentari per rinfreschi offerti alla squadra ospite e panini alle trasferte, 100 euro di spese telefoniche e fax, 200 di tasse, 100 di spese bancarie, 200 varie (spese postali bolli cancelleria e altro), 2100 spese sportive (acquisto tute caschi ecc. e manutenzione carrozzine).

12 ) un ultima domanda, quali sono i vostri i prossimi impegni?

In ordine cronologico abbiamo:
un torneo organizzato da noi e dalla associazione che gestisce la palestra, in cui andiamo a giocare ad allenarci, ASD VIVISEMM di sant’Eusebio.
Al torneo partecipano altre tre squadre oltre che le Aquile Azzurre:
BLUE DEVILS Genova, GIOCOPOLISPORTIVA Parma e DRAGONS Torino.
4 partite di campionato del girone di ritorno:
la prima il 20 marzo ad Albenga e le altre 3 a Genova di cui 2 in casa e 1 con l’altra squadra di Genova (derby),
la Coppa Italia contro i DRAGONS di Torino il 28 marzo.
Le partite in casa le facciamo presso la palestra Vivisemm di via Mogadiscio 88.


mar 02 2010

La danzabilità è un arte e una passione! Così ci racconta Sabina Bianchi!

Tag: Interviste, toplucio @ 12:19 pm

La danzabilità una emozione tutta da scoprire

Sabina Bianchi, psicologa e movimento-danza-terapeuta, ci racconta il suo progetto, una realtà davvero unica.

1 Spiegaci in due parole che cos’è la Danzabilità?

La danceability è una tecnica che permette a persone abili e disabili di danzare insieme attraverso un percorso di ricerca che parte dalle specificità individuali. Lo scopo è rendere accessibile a tutti il linguaggio corporeo in tutte le sue forme, senza preclusioni di età, di esperienza o di condizione fisica e mentale. Non è una terapia ma una espressione artistica vera e propria. È nata negli Stati Uniti su impulso del danzatore e coreografo Alito Alessi.
La nostra Compagnia genovese “Danzabilità” è nata, nella forma e nel nome, quando ancora non sapevo che esistesse tale tecnica. Nessuna esperienza, nemmeno quella più innovativa, nasce dal nulla ed è stata una piacevole sorpresa per me scoprire che altri in Italia e nel mondo portano avanti da anni la stessa ricerca artistica.

2 Come è nato il progetto?

La mia prima esperienza con le diverse abilità risale ad un campo di volontariato a Calvari nell’estate del 1990, tra la quarta e la quinta liceo. Da lì in poi, con ruoli diversi (assistente domiciliare, educatrice, psicologa, applicatrice Feuerstein) non ho mai smesso di lavorare in questo campo, come dipendente di cooperative sociali prima e come libero professionista poi. Dopo la specializzazione in danzamovimentoterapia gestalt il mio desiderio era quello di sperimentarmi nello stesso ambito con questa nuova competenza. Così verso la fine del 2006 ho invitato alcuni amici a mangiare una pizza insieme per parlare di un progetto di danzaterapia rivolto a “disabili e non”. al tavolo eravamo in 6, di cui 3 in carrozzina. Fin dai tempi in cui il progetto è stato pensato “a tavolino” il gruppo è stato dunque misto e integrato. Da parte mia c’erano alcune idee chiare su quello che mi sarebbe piaciuto provare a realizzare e su ciò che non avevo intenzione di fare; c’erano infine molti interrogativi sul come riuscirci. Uno dei punti fermi, che sentivo avrebbe caratterizzato fortemente lo spirito del laboratorio, era questo: non volevo “accompagnatori” che venissero “per” le eventuali persone disabili (per “spingere carrozzine”, tanto per intenderci). Ogni partecipante aveva da venire per se stesso e per gli altri. Di gruppi terapeutici per disabili c’è pieno il mondo; così come per sole persone normodotate. Quello che avrebbe fatto la differenza e che avrebbe potuto “rispondere ad un bisogno” era proprio la specificità dell’integrazione. Si fa molto assistenzialismo e riabilitazione, mentre è più raro un lavoro mirato all’espressione artistica a partire da abilità differenti. Ed è su questo fronte che volevo sperimentarmi.
Siamo partiti autofinanziandoci: i 4-5 partecipanti iniziali pagavano ad ogni incontro un piccolo contributo per il rimborso spese, con il quale sono stati acquistati lo stereo, i cd e il materiale occorrente. Ciò che ha facilitato l’avvio del progetto è stata la possibilità di ottenere in concessione gratuita per due sabati mattina al mese uno dei locali del Centro Civico Buranello di Sampierdarena. Se avessimo dovuto affittare un locale non ce l’avremmo fatta o comunque tutto sarebbe stato molto più difficile e oneroso.
Nel 2007 decido di partecipare al Concorso “Partecipazione e BeneComune” in collaborazione con due realtà associative genovesi rappresentate da alcuni dei partecipanti “fondatori”: Progetto80Sampierdarena e Echidna. E’ arrivato il momento di darci un nome e scelgo “Danzabilità” per esprimere due concetti chiave: la “fattibilità” dell’integrazione e il fatto che essere tutti “diversamente abili nel danzare” può costituire il superamento dei limiti di ciascuno e un arricchimento per tutti. Nell’ottobre dello stesso anno risultiamo tra i progetti vincitori e così otteniamo un finanziamento di 4mila euro dal Municipio Centro Ovest.

2 Chi è che partecipa ai corsi di danzabilità?

La vincita del Concorso rende gratuita per un certo tempo la partecipazione al laboratorio quindi apriamo ufficialmente le porte alla città. Qualche volantino stampato in proprio e il passaparola fanno sì che in breve il gruppo aumenti di numero fino a veder danzare insieme anche una ventina di persone di tutte le età coprendo un arco di 3 generazioni (il più piccolo partecipante ha 3 anni e la più grande … 84!) . Si mettono in gioco genitori e figli, nipoti e nonne, singole persone e gruppi di amici. Scorrendo l’elenco totale dei partecipanti dal 2006 ad oggi possiamo dire che hanno aderito all’iniziativa un centinaio di persone provenienti da ogni parte della città (Sampierdarena, San Desiderio, Centro, Casella, Foce, San Martino, Cornigliano, Pontedecimo, Sestri Ponente, San Quirico, Quarto, Quinto, Albaro…) e anche da fuori Genova (Como, La Spezia, Ivrea, Imperia). Le diverse abilità sono di tipo motorio, psichico, sensoriale.

3 Quali attenzioni si fanno per chi ha specifiche difficoltà dovute ad una disabilità?

Le prerogative come dicevo sono due: evitare che i partecipanti siano solo disabili e che i non disabili partecipino come “assistenti”. Ciascuno partecipa per sé e per gli altri e tutti fanno tutto, ognuno come può. Posso dire che le attenzioni vanno rivolte indistintamente a tutti, non disabili compresi. L’obiettivo, ogni volta che viene data una consegna o “insegnata” una coreografia, è di trovare insieme il modo per adattare la richiesta alle possibilità dei singoli. Faccio due esempi: se la consegna durante il riscaldamento è quella di muovere le braccia a ritmo di musica ma ho nel gruppo una persona che per problemi motori può muovere soltanto le mani dirò a questa di tenere il ritmo anche solo con un dito, ma di farlo. Se facciamo una danza in cerchio e ci sono nel gruppo delle carrozzine mettiamo in conto di prevedere almeno “un tempo in più” per permettere alle persone in carrozzina di “stare nel tempo con gli altri”. In tal caso se la consegna per un gruppo di persone senza problemi motori è quella di fare 4 passi avanti e 4 indietro ne faremo tutti 5 avanti e 5 indietro per dare il tempo alle carrozzine di passare dal movimento in avanti al movimento indietro senza rimanere fuori dal cerchio. E’ una ricerca continua di “modi altri” di fare le stesse cose. E ognuno è coinvolto in prima persona in questo. Spesso solo la persona disabile può dirmi come può essere adattata a sua misura l’esperienza. Il mio punto di vista, nonostante l’ormai ventennale esperienza nell’ambito delle diverse abilità, è sempre parziale e ha bisogno del contributo attivo dell’altro. Questo richiede un adattamento continuo anche da parte dei non disabili. Se c’è nel gruppo una persona sorda e decidiamo di introdurre la Lingua dei Segni (come abbiamo fatto recentemente), è chiaro che la persona udente dovrà imparare qualcosa di essa, o fare in modo di intendersi con tutti, in un modo o nell’altro. Così come un non vedente porterà nel gruppo il suo punto di vista sul mondo a partire dal tatto e ci dirà come poter “vedere con le mani”. Non sarò di certo io a poter “insegnare” questo. Dunque devo fare in modo che ciascuno sia risorsa per gli altri, a partire -paradossalmente- proprio dai suoi limiti.

5 Come si svolge generalmente una lezione di Danzabilità?

Vi è una prima fase di riscaldamento in cui si risveglia il corpo e si prende familiarità con l’ambiente in cui si lavora, sia in senso fisico (lo spazio, la sala, la palestra in cui ci si muove) sia in senso umano (e dunque il gruppo che ogni volta lavora insieme). Poi c’è una fase centrale creativa in cui, tramite input dati dal conduttore, i singoli e il gruppo sperimentano il linguaggio corporeo e gestuale, spesso supportato da oggetti (come foulards colorati) e si lavora sull’improvvisazione. Infine si creano coreografie a partire da quanto emerso nella fase precedente: con i gesti simbolici emersi prima si può per esempio creare una danza in cerchio con cui si concluderà la lezione, che verrà ripresa la volta successiva cercando un filo conduttore tra un incontro e l’altro.

6 Quali sono le difficoltà più comuni che incontrano più frequentemente coloro che partecipano al corso, e quali i risultati più evidenti?

Da parte dei non disabili la difficoltà principale è quella di sentirsi davvero sullo stesso piano dei disabili. Non si supera veramente l’assistenzialismo finchè i non disabili non si sentono co-creatori insieme ai disabili. Se si ragiona in termini di “abilità” ci sarà sempre chi obietterà (con ragione!) che il mio obiettivo (di mettere sullo stesso piano abili e disabili) è non tanto utopistico quanto non realistico, falso. Ma ragionando in termini di “diverse abilità” tutto il sistema di riferimento cambia e allora si tocca ben presto con mano che si è tutti sullo stesso piano. Faccio un esempio: nel nostro prossimo spettacolo che presenteremo alla IV rassegna nazionale “Teatro e disabilità” a Rovigo ci sarà uno di noi che suonerà un pezzo al pianoforte. Io non so suonare il piano e come me molti altri non disabili. Il nostro musicista è down. E nel suonare il pianoforte è senza ombra di dubbio più abile di me! Potrei fare altri esempi simili, per me il vero obiettivo del laboratorio è raggiunto quando -attraverso l’esperienza- riesco a passare questo concetto ai partecipanti e al pubblico che vede le nostre performance. Un risultato evidente? A Rovigo lo scorso anno il complimento più bello che mi son sentita fare da una persona del pubblico immediatamente dopo il nostro spettacolo è stato: “ci avete fatto dimenticare che c’erano dei disabili in scena”. E i disabili in scena erano 7 su 10. Porsi sullo stesso piano non significa dunque negare le differenze, bensì mostrare e dimostrare che proprio le stesse possono essere (e sono!) una ricchezza straordinaria.
Le difficoltà dei disabili talvolta sono speculari: per chi è abituato ad aveere il sostegno di educatori, persone che dicono loro che cosa fare e non fare… richiede un certo tempo e un cambio di prospettiva sentirsi in diritto di scegliere e creare tanto quanto gli altri. Un esempio: una persona in carrozzina manuale in genere “è portata” e dunque “si fa portare”. nel riscaldamento specifico è sempre la persona disabile che deve dare indicazioni a chi conduce la carrozzina relativamente alle direzioni che vuole prendere. In questo caso da parte mia è ovvio che un limite motorio non necessariamente è unito ad un limite cognitivo per cui se la persona è in grado di scegliere dove e come muoversi è fondamentale (ma non scontato) che lo faccia. Anche chi ha limiti cognitivi inizialmente cerca supporto nelle persone non disabili. Una ragazza con insufficienza mentale lieve agli inizi mi chiedeva sempre dove fossero gli educatori e si sentiva smarrita quando non c’erano ragazzi non disabili a cui potersi affiancare. Ora è non solo molto più sciolta e autonoma nei movimenti, ma anche propositiva e quando c’è da creare qualcosa insieme dice sempre la sua.

7 Disabili e non tutti insieme per condividere la giocosa passione della danza, dunque si può affermare che la Danzabilità è un metodo che favorisce davvero l’integrazione sociale?

Rispondo alla domanda con un aneddoto. Come detto precedentemente fanno parte del nostro gruppo anche dei bambini. La dimostrazione che con quello che facciamo si promuove l’integrazione sociale viene dalla richiesta di poter continuare a partecipare fatta alla mamma da un bambino di 9 anni, intelligentissimo, portato un giorno dalla madre solo perché questa non avrebbe saputo a chi lasciarlo mentre lei ha accompagnato al laboratorio un altro suo figlio, gravemente disabile. Hanno partecipato al medesimo insieme e quello più motivato a tornare è stato il “fratello sano”, perché si è divertito tantissimo!

8 Il vostro gruppo partecipa con ottimi risultati a molte rassegne in Italia. Puoi raccontarci qualcosa in merito?

Inizialmente ero contraria a rendere “pubbliche” le nostre performance. Pensavo che la presenza di un pubblico potesse snaturare l’esperienza e avevo il timore che cambiare il setting (salire sul palcoscenico di un teatro invece che stare nell’ambiente “protetto” di una palestra o di una sala senza spettatori) significasse “rovinare” il laboratorio. Poi, grazie all’insistenza di un partecipante disabile (che ha voluto a tutti i costi che partecipassimo ad uno spettacolo di raccolta fondi per acquistare un pullmino attrezzato a favore della sua associazione), mi sono dovuta ricredere e ad oggi posso dire non solo che per l’ennesima volta il contatto diretto con una persona disabile (e dunque con un punto di vista sul mondo diverso dal mio) è stato per me l’opportunità di cambiare le mie convinzioni (che si sono presto rivelate pregiudizi sbagliati e frutto di una vista “limitata”), ma anche che avventurarsi coraggiosamente su questo sentiero poco battuto poteva davvero dare accesso a tutti noi alla svolta decisiva dal setting “terapeutico” al mondo dello spettacolo e dell’arte.
Le nostre performance pubbliche:
• Giugno 2008: debutto in pubblico con oltre 1300 persone al Mazda Palace (Fiumara) danza nella manifestazione “Muoversi, comunicare, vivere” organizzata da Spazio danza per raccolta fondi per acquisto di un pullmino attrezzato a favore dell’associazione Progetto80 Sampierdarena.
• Maggio 2009: spettacolo “Un’altra breccia nel muro” (preparato in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale di Chiavari) la Compagnia vince la Nomination alla terza Rassegna nazionale “Teatro e disabilità” di Rovigo, a cui partecipa in rappresentanza della Liguria.
• Settembre 2009: partecipazione alla Rassegna antirazzista di artisti di strada “Estate a cappello” organizzata dalla Compagnia dei Fuocolieri di Palermo (con la partecipazione di artisti provenienti anche da Torino e L’Aquila) facendo animazione serale in Piazza delle Erbe, cuore della movida genovese.
• Novembre 2009: replica dello spettacolo “Un’altra breccia nel muro” a Monfalcone nell’ambito della Rassegna “Altre espressività” di Gorizia.
Progetti futuri:
• Aprile 2010: partecipazione alla manifestazione per raccolta fondi a favore dell’associazione ASSFAD (per lo Studio e la cura delle malattie del Fegato e dell’Apparato Digerente) presso il Teatro Chiabrera di Savona.
• Maggio 2010: partecipazione con il nuovo spettacolo “Ombre e pulci d’acqua” alla quarta Rassegna nazionale “Teatro e disabilità” di Rovigo. In collaborazione con la casa Circondariale di Genova Pontedecimo e con l’Associazione Mani in Movimento Onlus.

9 Nel 2009 alla III edizione di Teatro e Disabilità di Rovigo, siete arrivati secondi, sappiamo che parteciperete anche quest’anno; Vuoi raccontarci qualcosa di più sullo spettacolo che state preparando per il concorso?

Testo dello spettacolo dello scorso anno “Un’altra breccia nel muro”
Lo spettacolo verte sulla “trasformabilità” degli elementi espressivi ed emotivi, resa attraverso la musica, il movimento, le immagini e i 4 elementi: terra, aria, acqua, fuoco. Semplici scatole saranno usate prima come tamburi e poi come mattoni con cui verranno costruite le sbarre di una prigione e un muro. Non si sa chi stia dentro e chi fuori, chi al di qua e chi al di là, se la Compagnia o il pubblico. Ciascuno di noi è contemporaneamente prigioniero e libero, abile e disabile, uguale e diverso. Il muro stesso può essere elemento di separazione, confine, appoggio; può essere dipinto, abbattuto, costruito. “Mura” è anche il cavo che tiene salda la vela delle imbarcazioni in modo tale che resista ai colpi di vento. E dunque il muro diventerà vela di una imbarcazione immaginaria, e rappresenterà la “resilienza”, ovvero la capacità di “resistere” e di trasformare i limiti in opportunità di “movimento in avanti” e di crescita per sé e per chi ci sta intorno. Per finire una danza in cerchio in onore di Efesto, il dio Vulcano scaraventato giù dall’Olimpo dalla madre (in quanto nato storpio e deforme) e poi divenuto un artigiano talmente abile e creativo da far innamorare di sé le dee più belle. Simbolo della possibilità, a partire da un limite fisico e/o da una ferita emotiva, di trovare dentro di sé la forza per lavorare alla loro trasformazione liberandone bellezza ed espressività.

Di questo spettacolo (e della performance in Piazza delle Erbe) abbiamo a disposizione i dvd, che vendiamo a offerta libera per autofinanziare le nostre attività. Siamo anche disponibili per repliche degli spettacoli presso scuole o enti che ce ne facciano richiesta.

Testo dello spettacolo di quest’anno: “Ombre e pulci d’acqua”
Un’antica leggenda degli Indiani d’America narra che un insetto rubasse l’ombra a chi non rispettava la natura. Privati così della loro anima gli uomini si ammalavano. Solo con la musica e il canto riuscivano infine a riaverla e a vivere felici. Branduardi ha composto la canzone “La pulce d’acqua” a partire da questo racconto e noi abbiamo immaginato ciò che il testo non dice. Cosa fanno le ombre dopo esser state rubate? Come se la cavano gli uomini senza di esse? Che fine fanno le pulci d’acqua? Come avviene il processo di guarigione? Le pulci d’acqua, nel sottrarre le ombre ai rispettivi proprietari, le liberano dal vincolo di doversi muovere a comando. D’altro canto gli uomini, privati del loro lato oscuro, si sentono come marionette a cui il burattinaio abbia improvvisamente tagliato i fili. Il processo di guarigione comincia nel momento in cui ciascuna persona comprende quanto in realtà dipenda da quella stessa Ombra che in genere pensa di comandare oppure si dimentica addirittura di avere. L’armonia si ristabilisce nel momento in cui ciascuno riannoda i fili della propria storia integrando le parti di sé sfuggite al controllo e alla consapevolezza. Le ombre rubate sono rappresentate da un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Genova Pontedecimo, che ringraziamo per la collaborazione. Per la traduzione in Lingua dei Segni il nostro grazie va invece all’associazione Mani in Movimento Onlus.

10 Da circa un anno siete con il vostro gruppo su facebook, quanti sono gli iscritti, e vi sta aiutando a diffondere il vostro progetto?

Gli iscritti al nostro gruppo su facebook “Quelli che partecipano a Danzabilità (e chi ne condivide lo spirito)” sono ad oggi 230. Si tratta di uno spazio in cui possiamo pubblicare foto, video, aggiornamenti sulle nostre attività. Il vantaggio di facebook è quello di poter entrare in contatto con realtà che condividono un certo tipo di percorso. Fanno parte del gruppo per esempio il Teatro dell’Ortica, Gli Altri (Rosanna Benzi), il Centro Erickson Formazione, la sede nazionale dell’ANGLAT, CPD Consulta (oltre a singoli cittadini, scuole di danza e centri di counseling e riabilitazione di tutta Italia). Il limite è che accede alle informazioni solo chi ha un profilo su facebook. Per questo avremo ancora maggiore visibilità e potremo garantire vera e propria accessibilità soltanto nel momento in cui faremo un sitoweb.
al momento l’aiuto a diffondere il progetto proviene da iniziative spontanee che spesso noi stessi ignoriamo. Hanno parlato di noi:

http://www.coopchiossone.dreamhosters.com/wp/2009/02/13/danzabilita-lemozione-del-ballo-da-condividere-insieme/

http://www.disabiliabili.net/pages/articolo.asp?IDArticolo=1316

http://www.oltrelebarriere.net/2246/genova-parte-l%E2%80%B2iniziativa-danzabilita/

http://www.sabatoseraonline.it/home_ssol.php?site=5&n=articles&category_id=131&article_id=115531&l=it

http://www.terredimare.it/notiziario_view.php?ID=1799&lang=it

http://unachiaveperlamente.blogspot.com/2009/05/danzabilita-teatro-e-disabilita-rovigo.html

http://www.superabile.it/web/it/REGIONI/Liguria/News/info916711927.html

http://www.azisanrovigo.it/nqcontent.cfm?a_id=9974

http://handiamo.libero.it/index.php?page=854&action=PGMdynaobj&PGMcontainerid=4&PGMinsertid=2563&PGMvariable=4928&PGMarchivio=999

http://www.provincia.rovigo.it/portal/page/portal/PG_PORTALE_METROPOLITANO?next_page_news=/htdocs/dettaglionews/DettaglioNewsShowPage.jsp?news_id=513748

http://www.diversamenteabili.info/Engine/RAServePG.php/P/71011DIA1102

http://www.spaziliberi.it/?Danzabilita

http://www.mentelocale.it/teatro/contenuti/index_html/id_contenuti_varint_24762

http://www.terredimare.it/notiziario_view.php?ID=1741&lang=it

www.liguriaccessibile.it
Il problema è che a febbraio 2009 sono finiti i soldi del finanziamento ottenuto dal Municipio Centro Ovest e da allora le attività vengono portate avanti a titolo puramente volontario. Per i partecipanti l’accesso al laboratorio è tornato ad essere a pagamento (e questo ha fatto sì che alcuni abbiano immediatamente smesso di venire, anche se la cifra richiesta è davvero minima) e con queste entrate copriamo a mala pena le spese vive. Nel frattempo gli impegni sono diventati 10 volte maggiori rispetto agli inizi perché dal laboratorio di espressione corporea che eravamo siamo oggi Compagnia di danceability riconosciuta a livello nazionale. Il paradosso è che richiedono la nostra presenza sul loro territorio altre regioni italiane, anche lontane dalla Liguria, mentre la nostra regione ci ignora completamente. Da un assessore comunale, interpellato per richiedere sostegno (economico e istituzionale) ci siamo sentiti dire che “siamo culturalmente troppo avanti” per quello che è l’approccio alla disabilità in Liguria. Evidentemente dunque non si vuole investire in progetti che possono far fare passi avanti e promuovere Cultura (oltre che salute mentale e integrazione), ma si preferisce investire nel mantenimento dello status quo. Per me l’impegno attuale non è più solo di conduzione delle sedute ma di segreteria, organizzazione viaggi, contatti con le Usl delle altre regioni, ricerca fondi, regia degli spettacoli, ideazione delle sceneggiature, acquisto e produzione del materiale per le scenografie, ecc. L’impegno che già prima era oneroso ora è quantificabile in circa 20 ore settimanali, lavorate nel tempo “libero”, prima e dopo il lavoro vero e proprio, e spesso (necessariamente, perché le giornate non sono di 85 ore) durante i fine settimana. I partecipanti al laboratorio aiutano come possono ma già più di una volta siamo arrivati al punto di chiederci se non sia il caso di “chiudere baracca”. Abbiamo bisogno di tutto e se volessero contattarci dei volontari per darci una mano nel delicato compito di non lasciare morire un progetto che nel corso di soli 3 anni è cresciuto così al di sopra di ogni più rosea aspettativa… sarebbero i benvenuti! Ovviamente speriamo che anche a livello di istituzioni locali arrivi qualche segnale di interesse e sostegno. Intanto ringraziamo lo Staff di Liguria Accessibile per l’opportunità che ci ha dato di parlare di noi.
Ringraziamo la dot.sa, che ci ha spiegato l’affascinante mondo della danzabilità, regalandoci emozioni intense, e dimostrando per l’ennesima volta che ogni muro, ogni pregiudizio può essere abbattuto.


feb 02 2010

…E ora parliamo un pò di LEGgo!

Tag: Intervistepatrizia @ 10:43 am

Questa è una bella intervista che abbiamo fatto a un neolaureato in disegno industriale che ha discusso la sua tesi su un progetto davvero interessante ed innovativo che se realizzato, potrebbe essere di grande aiuto per aumentare l’autonomia di spostamento dei disabili visivi.

Ciao Massimiliano!

Vuoi presentarti brevemente agli amici del blog?

Mi chiamo Massimiliano Meo sono nato a Genova, ma ora risiedo a Tagliolo Monferrato, vicino ad Ovada. Mi sono laureato in disegno industriale presso la facoltà di Architettura di Genova il 27-10-2009 con la Tesi dal titolo: “Io LEGgo, tu LEGgo, egli LEGgo…Mobilità ed autonomia: le barriere invisibili. Proposta di progetto per ITT a carattere informativo-direzionale da integrare al sistema LOGES”.

Raccontaci come è nato il progetto LEGgo proprio cercando di far capire il perchè ti è venuta l’idea di pensare ai disabili visivi e alle loro difficoltà di spostamento negli spazi urbani.

Oggi fare Design non significa più semplicemente rendere un prodotto qualitativamente, stilisticamente o esteticamente più apprezzabile o commercializzabile di un altro; fare Design oggi significa migliorare la qualità di vita dell’utente che necessita di un prodotto nuovo con servizi, comunicazione e sviluppo diversi da quanto visto fino a pochi anni fa secondo le nuove logiche strategiche del cosiddetto “Design for all”. Il design insieme allo sviluppo delle tecnologie elettroniche ed informatiche sono i principali strumenti per migliorare qualitativamente la vita di chi ha una disabilità. La mia scelta verso uno sviluppo di progetto a favore di chi ha una disabilità visiva nasce dal semplice fatto che ancora oggi troppo poco si è pensato, progettato e realizzato per questa utenza particolarmente sfortunata in una società di immagini e comunicazione visiva.

Il progetto LEGgo si propone di fornire un nuovo ausilio alla mobilità in autonomia e alla definizione spazio-ambientale per chi ha un deficit visivo attraverso una segnaletica tattile di tipo direzionale, sul piano di calpestio LEGgo, da integrare al sistema LOGES in presenza degli incroci.

I segnali LEGgo consentono di semplificare il lavoro informativo delle mappe tattili fornendo indicazioni puntuali verso servizi di pubblica utilità di primaria importanza, così che l’utente possa eventualmente verificare di seguire la corretta percorrenza, preventivamente stabilita con la mappa, in presenza dei segnali LEGgo come punti di riferimento.

La segnaletica sul piano di calpestio LEGgo è quindi un utile accorgimento per “favorire l’accessibilità e la fruibilità dei luoghi e dei servizi di pubblica utilità a chiunque ed in particolare a non vedenti, ipovedenti “ ai sensi della norma D.P.R. 503 e si va ad integrare al sistema di segnaletica guida ed orientamento utilizzato dalle piste tattili a terra LOGES e alle mappe tattili in rilievo.

Per ogni possibile svolta all’interno della pista LOGES va innestato un segnale direzionale LEGgo. Ogni segnale LEGgo è composto dall’unione di 3 elementi modulari 60×20 cm LEGgo TXT, LEGgo BRA, LEGgo DIR sotto forma di mascherina in gomma SBR con finitura superficiale anti-scivolo a buccia d’arancia da applicare tramite semplice incollaggio sul LOGES già installato.

LEGgo per fornire segnalazioni rapide da leggere utilizza acronimi, sigle internazionali e abbreviazioni di massimo 5 lettere-caratteri per la maggior parte di uso comune e segnala la presenza e la direzione da seguire per giungere ad un servizio di primaria importanza: LEGgo TXT attraverso un messaggio testuale a grandi caratteri Arial 400 grassetto in netto contrasto visivo e cromatico; LEGgo BRA fornisce una lettura Braille in rilievo da calpestare o leggere tramite l’ausilio del bastone bianco; LEGgo DIR presenta 2 frecce in rilievo con finitura millerighe, orientate verso il servizio segnalato.

Nel caso non sia immediatamente riconoscibile una particolare segnalazione basta ricercarne il significato all’interno dell’apposito Dizionario degli Acronimi, sigle e abbreviazioni appositamente studiato, realizzato e testato con la collaborazione della cooperativa David Chiossone in modo da risultare di semplice e rapida consultazione a chiunque: in formato A4 orizzontale presenta un totale di 180 segnalazioni di servizi pubblici o aperti al pubblico suddivise in 37 pagine. Presenta sia testi stampati in nero Arial 36 sia in codice Braille sovrapposto.

Quali sono state le principali difficoltà che hai dovuto affrontare per portare a termine questo progetto?

Ben tante difficoltà a partire dal fatto che non essendo io disabile visivo non posso “pormi nei suoi panni”, ma posso solo ipotizzare di poterlo fare o fare qualche piccolo test di mobilità alla cieca in casa al buio, ma ovviamente muoversi in spazi aperti è tutt’altro problema. Tuttavia proprio questo test ha indirizzato il mio tema di progetto verso la necessità di trovare una soluzione nuova alle problematiche di mobilità autonoma in città per chi ha una disabilità visiva.

E’ stato un lavoro piuttosto complesso da affrontare e modificato e ri-progettato più volte prima di arrivare a quella che al momento è la versione definitiva (ma che può essere suscettibile ancora di sviluppi futuri) sia per le difficoltà legate alla tematica, sia per i vincoli sulle pavimentazioni con rilievi, ed ancora essendo un sistema di segnaletica doveva essere facilmente percepibile e “leggibile”.

Un grande aiuto allo sviluppo me lo ha fornito la mia docente di Ergonomia e relatrice della Tesi prof. P.Gambaro, cui va il mio ringraziamento per la pazienza e il tempo dedicatomi in oltre un anno di progettazione e revisione.

Parlaci un pò della tua esperienza che hai vissuto nei giorni trascorsi con noi disabili visivi e se puoi, cerca di descrivere l’idea che ti sei fatto delle difficoltà che quotidianamente dobbiamo affrontare.

Beh agli incontri con voi della Cooperativa chiossone ho trovato un ambiente estremamente cordiale, competente e mi avete fornito molti spunti ed idee da sviluppare, e soprattutto mi avete fornito dati reali su cui basarmi per il mio progetto, indicandomi quelle che sono le vere necessità di chi ha un deficit visivo e come ognuno di voi si approccia con se stesso e con gli altri attraverso esperienze personali di vita quotidiana, che sono il vero fulcro per lo sviluppo di un progetto che si prefigga la volontà di migliorare la qualità di vita di chi è più sfortunato di altri, e questo vale per qualunque tipo di disabilità non solo visiva.

Che idea ti sei fatto girando per le nostre città e nei luoghi pubblici, di tutto ciò che esiste per ora a disposizione dei disabili visivi?

Su internet ho trovato moltissimi forum di discussione, blog e siti dedicati che mi sono stati di grande aiuto per comprendere meglio il problema. Inoltre sempre sulla rete ho avuto modo di fare ricerche specializzate su quanto fino ad oggi è stato pensato e progettato e realizzato in concreto per ciechi ed ipovedenti, conoscendo in questo modo, almeno parzialmente, alcuni dei loro aspetti di vita quotidiana: dal Braille, alla sintesi vocale su PC, dalle tecniche di uso del bastone bianco a quelle di accompagnamento guidato, dalla segnaletica retro-illuminata ai sistemi acustico-vocali, dalle necessità di chi è ipovedente rispetto a chi non vede e viceversa ecc. fino a conoscere il sistema LOGES (che non conoscevo perché a Genova purtroppo ancora se ne vede pochissimo, mentre a Milano e Roma è già piuttosto diffuso) e le mappe tattili, utilissime all’interno di spazi raccolti ma di difficile installazione ed efficace applicazione in ambito esterno. Studiando il sistema LOGES grazie alla guida multimediale fornitami dalla CSSI onlus e dalle informazioni di produzione aziendale della Casalgrande-Padana e della MONDO s.p.a. ho avuto modo di definire quello che in sostanza manca al LOGES e alle mappe tattili ad esso coordinate, per facilitare la definizione ambientale a chi un deficit della vista e cioè dei punti di riferimento con cui potersi orientare efficacemente.

In altri termini, pensando come normovedente a come mi muovo in strada e mi oriento in zone che non conosco, uso una cartina stradale di luogo per definirmi un percorso a grandi linee ed utilizzo la segnaletica stradale come punto di riferimento; analogamente in questo modo il disabile visivo in presenza di una pista LOGES usa la mappa tattile per definire uno spazio e un percorso e la segnaletica sul piano di calpestio LEGgo come punto di riferimento.

Qual’è il commento che più hai apprezzato e ti ha colpito, che hai ricevuto per questo tuo bel lavoro?

Il giorno della mia seduta di Tesi ho ricevuto molti complimenti e commenti positivi sia da parte dei miei familiari (cui fino a quel momento non avevo mostrato alcunché del mio lavoro pur conoscendo la tematica della mia tesi), della stessa commissione docenti, dallo stesso relatore, da amici e compagni di corso; per quanto tutti mi abbiano fatto molto piacere, ovviamente, il commento che aspetto con maggiore interesse è proprio il vostro che siete i diretti interessati e magari delle aziende realmente interessate alla produzione in serie del prodotto LEGgo.

Grazie, Meo Massimiliano.


gen 21 2010

Stefano Benni: “Ridere non è un crimine”

Tag: Intervistedaniela @ 11:08 am

“Non bisogna avere paura dell’ironia, alle persone disabili piace. Il vero dramma è la solitudine, la malattia che la tecnologia non riesce a combattere”. Intervista allo scrittore bolognese sul numero zero di Superabile Magazine

ROMA – Anziani, malati di morbo dolce, ragazzi di periferia, orfani impegnati in scalmanate partite di pallastrada. Sono tanti i personaggi che Stefano Benni ha creato in questi anni per raccontare quello che alcuni chiamano l’universo sociale e altri semplicemente la vita. Ma la struggente vicenda di Achille piè veloce, che vive le tristezze dell’oggi con la passione ardente degli eroi omerici, è valsa allo scrittore bolognese l’elezione a moderno cantore della disabilità. E infatti quando si parla della necessità di promuovere una rappresentazione delle persone disabili nella letteratura senza né stucchevolezza né pietismo si pensa subito a lui, a Stefano Benni, che ha saputo regalarci un carattere difficile e complesso che non è facile amare ed è impossibile dimenticare. Ma l’impegno dello scrittore a favore dei diritti è più ampio. Infatti, associando il suo nome alla parola “disabilità” sui motori di ricerca internet saltano fuori “Fashionable”, una sfilata di moda con modelle disabili promossa dall’Aias di Bologna, e la “Pallastrada”, l’iniziativa organizzata dal Centro documentazione handicap di Bologna prendendo spunto dal gioco praticato dai protagonisti del suo romanzo “La compagnia dei Celestini”. L’intervista si trova sul numero zero di Superabile Magazine, la nuova rivista dell’Inail dedicata alla disabilità.

Stefano Benni perché ha deciso di parlare di disabilità in uno dei suoi libri e da dove nasce il personaggio di Achille?
“L’ho conosciuto veramente e, quando è morto, mi è mancato e ho voluto raccontare la nostra amicizia, anche se trasfigurandola letterariamente. E così, anche se molte cose sono inventate e ricreate nel libro, al centro c’è il ricordo di una persona vera”.

Achille rischia di finire i suoi giorni in una clinica privata, Elianto, il protagonista di un altro suo libro, è ammalato del misterioso “morbo dolce” ed è recluso a Villa Bacilla. Come mai tanto isolamento e segregazione nella vita dei suoi personaggi?
“La solitudine è un problema di questi anni Duemila proprio perché, nel tempo della globalità’, della tecnologia comunicativa’ di internet e dei cellulari, se ne parla come di una malattia debellata. Invece, vedo ancora tanta solitudine intorno a me. Quanto alla solitudine nella malattia è una condizione dolorosa, ma c’è chi combatte e c’è chi è pronto ad aiutarti. È un viaggio nel coraggio, nei mille modi in cui si riesce a vivere il dolore insieme agli altri e a non accontentarsi solo di compassione”.

In generale i libri sull’handicap sono quasi sempre crudi, realistici, autobiografici, solo raramente umoristici e quasi mai visionari. E’ possibile ridere della disabilità?
“Sì, credo che alle persone disabili piaccia l’ironia. Hanno voglia di ridere, di prendersi in giro e di prendere in giro. Questo almeno è quanto ho vissuto io personalmente. L’Achille del mio libro amava sopratutto scherzare e ridere. Ovviamente tutto questo va fatto con rispetto. Alcuni genitori di ragazzi disabili, ad esempio, sono in difficoltà di fronte all’allegria sfrenata e all’eros che talvolta erompe dai loro figli. Capisco e rispetto la loro difficoltà. Ma la risata e la sessualità fanno parte del desiderio di una vita intera”.

Dall’Aias al Centro documentazione handicap di Bologna, come mai questo impegno a fianco delle organizzazioni che si occupano di disabilità?
“Non lo so. Forse nei miei romanzi parlo spesso di chi è in difficoltà, di quelli che non hanno potere. Perciò mi capita di venir chiamato a partecipare al lavoro di persone che si battono a favore dei deboli, dagli immigrati ai minori abbandonati, dai disabili ai cosiddetti malati mentali. Lo faccio sempre con faticosa gioia, anche se c’è chi fa molto più di me e se per vincere certe durissime
ingiustizie non basta certo un libro”.

Ci può raccontare qualcosa dei personaggi del suo ultimo libro “Pane e tempesta”, uscito da poco per Feltrinelli?
“Parla molto di vecchi. E i vecchi, in una società dell’avidità e dell’efficienza, o sono vecchi politicanti potenti coi capelli finti, o vengono messi da parte. Molti di loro combattono la solitudine stando insieme, con filosofica allegria. Riescono a invecchiare senza isolarsi, senza diventare irosi o egoisti. E io adesso sto davanti alla mia vecchiaia, non solo a quella degli altri. Vorrei invecchiare come alcuni che ho conosciuto, non certo come i politici”. Per leggere, scaricare o ricevere il magazine: http://www.superabile.it/. (ap)

Press-IN anno II / n. 127

Redattore Sociale del 20-01-2010


gen 19 2010

Morbido e soffice!

Tag: Interviste, Pet Therapy e cani guida, toppatrizia @ 11:34 am

Intervista a Alessio Persico

Nemo, Rosa, Meg, Max e Alessio. sono i cinque protagonisti di una storia dei nostri giorni. Unita, saltuariamente ad altri personaggi, che ogni giorno affrontano, con tante paure ma pur sempre con grande coraggio, le sfide che la vita gli mette davanti.

E’ una storia fatta di magie, di scoperte, di silenzi, di paure e vittorie, di leccatine, di carezze, di scodinzolamenti e di fusa, che lascia nel cuore un sentimento di amore e serenità, che difficilmente si cancellerà dalle nostre anime.

Ci siamo rivolti, per narrare questa storia, all’unico dei cinque di questa strana compagnia, che gode del dono della parola, Alessio, ma che si fa portavoce di tutti gli altri che riescono in ugual misura ad esser presenti e partecipi, in tutto il loro splendore.

La nostra storia inizia una mattina di Luglio, Alessio e Nemo arrivano, in Cooperativa, portando una ventata di novità

Ciao Alessio raccontaci qualcosa di te

 Ciao ragazzi! ho 37 anni sono nato  a  Genova  e vivo in questa città da sempre. Come studi ho conseguito la maturità magistrale, dopo di che, invece di iscrivermi all’università ho iniziato a lavorare nell’ambito sociale, con  varie esperienze in scuole materne  e asili nido. Successivamente ho incominciato a lavorare con i cavalli, inizialmente con l’associazione Ariosto,(vedi link intervista) quando ancora però non era così famosa, facevamo attività equestre con i ragazzi disabili.

 In seguito ho conosciuto il Chiossone e  ho fatto un corso per diventare operatore delle disabilita visive finalizzato, in realtà a formare personale da inserire  all’interno dell’istituto,  quindi poi ho intrapreso il mio percorso sia lavorativo che formativo all’interno di esso.

Io nasco come riabilitatore delle disabilita visive, ma in realtà, in questi 12 anni passati all’ interno del Chiossone, mi sono specializzato in più ambiti,  tra cui anche operatore di Acquaticita ,alla piscina della  Sciorba, con bambini disabili gravi, una specialità nata al Chiossone per movimento e stimolazioni visive in acqua. In seguito ho fatto un corso di “stimolazioni basali “, che sono tutte quelle stimolazioni  per bambini pluri disabili gravi, che passano attraverso il corpo con  l’utilizzo di materiali diversi.

Per ultimo ho fatto un corso di Pet Terapy, che è stato un percorso formativo, utilizzando un metodo particolare, che si chiama metodo del Negro, un metodo che è stato ideato all’interno della Fondazione Robert Hollman di Cannero: (http://www.intracon.it/centrohollman/ita/index2.htm).

La Fondazione è un centro di riabilitazione per non vedenti e ipovedenti, (simile al nostro Istituto David Chiossone di Genova), però loro al contrario di noi, si occupano solo di bambini piccoli.

Studiando il loro metodo, che è consolidato da più di 10 anni di esperienza nel campo della Pet Terapy, abbiamo deciso di avviare un percorso di studi che è durato circa un anno;

ci sono state difficoltà a far partire questo nuovo  progetto, infatti  dovevamo trovare gli animali e decidere anche sulla loro gestione. Nel frattempo il mio nucleo famigliare aumenta con l’arrivo di due gatti, Max e Meg, pensai che mi potevano venire utili in futuro per essere inseriti  all’interno dell’ attività.

Forse non sapete, che in Italia  il nome Pet terapy, tutt’oggi apre, una serie di controversie: non si capisce chi veramente può praticarla. Ci sono educatori cinofili che la praticano, o la gente più svariata, specializzata solo in cani, che lavorano con bambini disabili, e il risultato può anche causare  danni ai pazienti.

 Come si può tutelare quest’assenza di norme?

 Stanno cercando di creare un percorso di studi con una metodologia, delle linee guida su chi deve portare avanti questo tipo di servizio, chi la deve fare, come la deve fare e con che criteri.

Il metodo che uso io parte da questo presupposto:  chi fa pet terapy è un riabilitatore, quindi, se io lavoro e tratto con i disabili visivi, devo essere un riabilitatore per disabili visivi. Devo avere una base teorica e pratica sul paziente, con un fondamento e solo in seguito aggiungo la pet terapy. Nel mio lavoro quotidiano perciò posso così farmi aiutare dagli animali per quanto riguarda gli aspetti relazionali.

 Ma quando hai incominciato a lavorare con gli animali?

 Ho incominciato a lavorare con un cane di un mio amico che conoscevo molto bene,valutandolo idoneo a svolgere tale l’attività. In seguito visto i successi ottenuti, insieme all’ente Chiossone si è pensato di investire nel progetto di prendere in carico degli animali; è stato così scelto Nemo, un cagnolino piccolo e nero, selezionato dall’associazione Robert Hollman  che ha inventato il metodo. L’unica incognita è che era cucciolo, mentre per questo tipo di lavoro si scelgono cani adulti già formati caratterialmente , perché si può vedere meglio l’impronta della sua indole. Avendo  preso un cucciolo ho avuto la possibilità di crescerlo di seguirlo sempre. Di fatto Nemo è un cane bravissimo e lo scopro ogni giorno di più. L’unica difetto è che essendo piccolo,  ha paura che qualcuno lo calpesti e quindi ha un modo di abbaiare fastidioso, ma lui è un cane che in stanza con i ragazzi  è fantastico.

 Parlami dei tuoi amici

E’ tre anni  che Nemo è con noi, ma che lavora effettivamente è un anno e mezzo. Poi è arrivata Rosa,un Cavalier King, al contrario del caso precedente la sua è stata una scelta mirata, infatti  aveva già 5 anni quando ci è stata donata da un allevatore. A me serviva un cane che si potesse gestire facilmente e Rosa ha tutte queste caratteristiche: la posso utilizzare  con i pluridisabili gravi,  metterla tranquillamente in braccio ai bambini, e un cane con il pelo lungo a differenza  dell’altro a pelo corto, per far sentire quindi la differenza di morbidezza al tatto.

La prerogativa in questo lavoro è che gli animali in generale devono vivere con il terapeuta che lavora con loro, quindi vivono a casa mia e sono io che mi occupo di loro.

  Quindi fammi capire, si sfata  anche un po’ l’idea che un cane non deve essere per forza di razza, Nemo meticcio ?

 Assolutamente si, ci sono delle razze senza dubbio più predisposte, come il Cavalier King , un cane molto tranquillo, i Labrador tendenzialmente lo sono anche se hanno esigenze diverse, perché nascono come cani da caccia, da riporto e hanno bisogno di correre, caratterialmente sono buoni come lo sono i Golden Retriver.

Per la Pet terapy, il carattere di un cane si conosce solo quando è adulto, all’incirca all’età di due anni.
Io non penso di essere un tuttologo. Io mi occupo di tutto ciò che riguarda la relazione tra animale e  bambino, per quanto riguarda invece la cura dell’animale e la sua scelta, mi appoggio a persone specializzate, come il veterinario che si occupa della sua buona salute della sua idoneità per poter lavorare con i bambini. Poi ci sono dei veterinari comportamentismi che si occupano di valutarne il carattere. Noi ci appoggiamo molto all’università di Pisa hanno parecchia esperienza in questi campi e hanno personale qualificato per fare questo tipo di lavoro, Nemo ad esempio è stato seguito da loro.

I gatti sono gatti normalissimi presi al gattile, si adattano benissimo viaggiano con me in macchina in moto, e sono stati anch’essi valutati idonei a svolgere questo tipo di “compito” .

 Esiste un addestramento per gli animali per questo lavoro?

 No non esiste i cani non vengono addestrati, per cui non c’è forzatura, è una libera relazione, se i cani e i gatti  vogliono interagire con il bambino lo fanno oppure no e viceversa se il bambino non ne ha voglia si fa dell’altro.

 come si svolge  una seduta di pet terapy?

 

Con i gatti ho dovuto rispettare il loro tempi diversi dai cani, nel senso che sono territoriali , il cane te lo porti dietro perché tu sei il padrone e lui sta con te, i gatti devono prima sperimentare capire il territorio.

Quando ho deciso di inserire i gatti in attività, gli ho portati un mese prima di incominciare a lavorare con i bambini, in cui loro stavano in stanza, poi ho incominciato a stare io con loro in modo che quando è entrato il bambino loro erano gia a loro agio, conoscevano gia l’ambiente e quindi hanno avuto più facilità a relazionarsi.

 Che ruolo svolge la  pet terapy nell’ambito della  riabilitazione? Quali sono i suoi  obbiettivi e quali i risultati?

 In realtà la pet terapy va ad agire su tutto ciò che  riguarda tutti gli aspetti e i problemi che si anno nella relazione, gli animali facilitano la relazione tra bambino e riabilitatore,perché gli animali hanno un modo di comunicare molto più semplice molto più diretto e lineare, e questo fa si che il bambino mettendosi in relazione con l’animale poi entri anche in relazione con il riabilitatore e quindi quello che io voglio raggiungere, gli scopi che mi sono prefissato con l’aiuto dei miei piccoli collaboratori gli raggiungo più facilmente che con l’approccio diretto solo con il paziente.

Quanto è difficile instaurare un rapporto tra animale e paziente, e come si superano le eventuali difficoltà?

Dipende un po’ dal tipo di relazione che ogni persona ha con gli animali e i suoi vissuti. Per la maggior parte dell’utenza che abbiamo noi è legata al fatto che non si conoscono, chi non ha un gatto in casa o un cane, difficilmente riesce a relazionarsi; tu per strada vai e la prima cosa che senti è il cane che abbaia, comunque ti mette un po’ di timore questa cosa. I gatti se non hai qualcuno che ha dei gatti molto buoni non riesci ad avvicinarli, sono in concretamente entità che tu non conosci .
Ho avuto ad esempio una ragazzina  non vedente, che aveva paura dei cani e dei gatti.  Ho deciso con lei di incominciare a lavorare tanto con i gatti, che mi  hanno permesso  un approccio più rispettoso dei tempi di questa ragazzina , abbiamo fatto tutto un lavoro di conoscenza, per cui seguendola piano piano si è avvicinata ai gatti e i gatti si sono avvicinati a lei, ha incominciato a toccarli pur avendo ottomila paure; con il tempo gli ho spiegato come erano fatti, le loro abitudini, e con il passare del tempo si è instaurata una relazione molto bella, cosa che avviene soprattutto con i gatti.
I gatti in questo  lavoro mi hanno stupito tantissimo hanno fatto cose che mai più avrei pensato che potessero fare. Con questa ragazzina non vedente la gatta femmina si faceva trovare sempre nello stesso punto. Noi entravamo in stanza la prima cosa che si faceva era sedersi sul tappeto e levarsi le scarpe, questa gatta si faceva trovare su un cuscino alla stessa distanza esatta  di un braccio dalla ragazzina, per cui  lei autonomamente sapeva che se la voleva toccare  bastava allungare il braccio. Non lo faceva con nessun altro.  

 Le differenze sostanziali tra l’approccio del paziente con il gatto o con il cane e con quale dei due animali è più difficile instaurare un rapporto di fiducia ?

 Il gatto e il cane hanno caratteristiche diverse, Difficilmente definisco il gatto come un animale indipendente,sono sicuramente più lenti ad entrare in relazione con la persona, il gatto deve essere lui motivato a venirti a cercare,il cane se c’è il padrone di mezzo fa le feste a tutti,è molto più partecipe; il gatto invece deve conoscerti deve prendere confidenza, anche se ci sono io per loro non è una cosa importante. I loro tempi sono sempre quelli che decidono loro. Proprio per questa loro prerogativa per alcuni bambini,funzionano meglio i gatti dei cani, tipo quelli che anno un’ agressività maggiore o sono esagitati, se gli mettessi  Rosa che si fa far di tutto senza protestare lo strapazzano;non va bene cosi perché  in vece i bambini devono imparare a relazionarsi con gli animali, se un bambino invece strapazza un gatto questo scappa e non si fa più trovare.

Io con alcuni bambini ho passato intere sedute senza che loro vedessero i gatti, perché  comunque entravano iniziavano a urlare a correre per la stanza e i gatti si nascondevano e non uscivano.

Piano piano lavorando con il bambino facendogli  capire che se lui sapeva aspettare il gatto sarebbe arrivato. Si ottengono però dei buoni risultati .

La differenza sostanziale è questa hanno caratteristiche caratteriali diverse quindi a seconda del bambino decido di lavorare con gatto o con il cane. Il gatto lo devi conquistare è un vera e propria conquista quando arriva a relazionarsi con te è proprio un a gioia immensa, magari hai passato 3 sedute senza neanche vederli ma sapendo che cerano,e adesso lo puoi toccare.

Lavori solo con bambini non vedenti  ?

Il mio lavoro è abbastanza difficile,  mi occupo di  bambini e pazienti che hanno problemi relazionali, a settembre parto con una serie di valutazioni con i bambini autistici, devo trovare un canale di comunicazione con questi pazienti e l’animale ti aiuta in questo,  non parlano,è tutta una comunicazione corporea, è tutto  basato sul contatto sulle sensazioni. Noi invece ci mettiamo di mezzo le parole complicando un po’ tutto in realtà , loro no , ti fanno capire le cose attraverso il loro corpo la loro gestualità.

Sembra quasi che gli animali parlano la stessa lingua di questi ragazzini?

 

Si è un rapporto completamente diverso e più facile in realtà, se noi imparassimo a non riempire troppo di parole ma se comunicassimo di più con attraverso il  corpo , sarebbe più facile. Tutti andiamo a sensazioni nella comunicazione, tutto è legato a come ti poni tu, a come si pone l’altro, è tutto un trasmettersi delle sensazioni molto forte .

Tornando all’inizio hai detto che hai lavorato prima con i cavalli perché non hai scelto di continuare a lavorare con loro e che differenza c’era?

In realtà noi come Istituto Chiossone ci siamo sempre appoggiati a loro e quindi non c’è mai stata questa esigenza.

Lavorare con il cavallo è una modalità completamente diversa, ti permette di esercitare  un controllo sull’animale, di essere tu a dver comandare il cavallo, nei movimenti, aumenta l’autostima la capacita del ragazzino di imporsi si instaura una bella relazione; ti permette di avere un contatto corporeo molto diretto.

 

Si può quasi dire che si può incominciare con i gatti e i cani per finire con il cavallo come terapia ?

 

Si è un percorso che ha un senso farlo cosi gradualmente si acquistano consapevolezze diverse. Con gli animali domestici hai una serie di protezioni che all’inizio ti aiutano come lavorare in un ambiente adatto confortevole, con i cavalli lavori all’aperto, c’è tutta una serie di variabili diverso, i cavalli mantengono più un carattere istintivo  forte, se si spaventano o c’è da scappare, scappano.

 Come vivono gli animali con il loro”lavoro” e se soffrono di stress e soprattutto come si manifesta lo stress in un animale?

Si stancano. Si stanca forse più Nemo che Rosa, perché non essendo  in casa è più allerta controlla ogni mio movimento per capire se esco dalla stanza, cosa faccio o cosa non faccio, per cui si stanca più facilmente e quando arriviamo a casa è bello morto. Per assurdo lui si stanca di più quando è in ufficio con me e non fa niente che quando è in stanza con i bambini,perché avendo stabilito un settin di un certo tipo e sapendo che li gli vengono richieste determinate cose, lui è molto spontaneo molto diretto  nel rapporto con i pazienti, perché sa che io sono li con lui e non me ne vado. Invece in ufficio sa che posso uscire, muovermi, e quindi si agita di più. Rosa non ha problemi ha un carattere diverso lei dorme ovunque dovunque la metti dorme e si stressa meno senz’altro. 

 Ho sentito che ci sono dei veterinari che si occupano dei cani stressati sono sempre li a Pisa?

Si, esiste questo centro nel quale l’animale viene visitato e curato in base al suo grado di stress.Solitamente è una terapia comportamentale, però a volte possono ricorrere a dei farmaci molto leggeri e adatti a loro, per aiutare a superare questo stress. In realtà la maggior parte dei problemi legati allo stress sono errori e comportamenti sbagliati dei padroni. Non rispettano i loro bisogni; fare lunghe passeggiate, portarlo fuori almeno tre volte al giorno,stare con loro e dedicargli del tempo.

Molte persone si limitano a lasciarli in giardino ore ore, convinti che se voglio “sporcare” hanno la possibilità di farlo, ma il giardino non è altro che un prolungamento di casa, il cane tenderà a sporcare poco perché comunque è il loro territorio. I maschi soprattutto hanno bisogno di uscire di sentire gli odori degli altri cani di marcare il loro territorio ed essere attivi.

Grazie Alessio per il tuo prezioso aiuto a farci comprendere meglio un lavoro così particolare che è davvero molto importante per aiutare tante persone che vivono quotidianamente molte difficoltà.

Crediamo che persone come te, possano davvero far vivere a loro esperienze uniche e bellissime.

Complimenti per aver fatto questa scielta!

Intervista a sei mani con Lucio, Daniela e Patrizia

 


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