apr 26 2011

Gli anti infiammatori alle origini della sordità degli uomini?

é certamente interessante uno studio condotto da ricercatori americani, più precisamente dell’Haward university di Boston (USA).
Infatti secondo quanto è stato pubblicato su “American journal of medicine”, molti anti dolorifici da banco, contribuirebbero all’insorgere di problemi all’udito negli uomini in particolar modo di una età inferiore ai 50 anni.
Tra le sostanze più nocive secondo l’equipe che ha realizzato questo studio, vi è l’ibuprofene.
Ve ne sono però anche altre, ed ognuna di esse, ha una differente percentuale di possibile incidenza su una eventuale origine di disturbi uditivi.
Se vuoi approfondire questa notizia, e quindi avere una disamina più chiara di quali sostanze agevolano l’evolversi di problematiche uditive, vai su:
http://www.assoligureipoudenti.it/news.php?action=fullnews&id=35
La Assoligureipoudenti, che vi abbiamo fatto conoscere anche tramite una intervista a
Lilliana Cardone che dirige l’associazione, è certamente una realtà affermata in Liguria nell’ambito delle disabilità uditive.
Tra gli obiettivi che si pone, vi è anche quello di informarvi sulle news che arrivano da tutto il mondo anche di carattere scientifico sulla sordità.


gen 26 2011

Hal dal Giappone una nuova soluzione per la mobilità

Vi segnaliamo ora una innovazione che potrà venire incontro, a tutti coloro che hanno difficoltà motorie, e debolezza muscolare nelle gambe.
Si chiama Hal, e un nuovo ausilio che arriva dal Giappone, che potrà rendere più semplice la vita di molti disabili con problematiche motorie.
Hal è un abito da indossare, che favorisce una migliore capacità nei movimenti.
Tale ausilio, una vera e propria tuta da indossare, probabilmente sarà sul mercato tra qualche anno, ma certamente potrà essere una ennesima dimostrazione di come si può migliorare la qualità della vita di certe persone.
Se vuoi ulteriori info, vai su:
http://www.oltrelebarriere.net/4060/dal-giappone-arriva-hal-labito-che-permette-la-deambulazione-ai-disabili/


dic 23 2010

la mano che aiuta i non vedenti

Tag: News dal mondoPetrit @ 10:22 am

Un altro grande passo avanti della scienza è stato compiuto. Gli scienziati sono stati in grado di realizzare una mano robotica che potrà aiutare i non vedenti, a “vedere”. La mano, se così vogliamo chiamarla, parlerà alle persone non vedenti e sarà in grado di identificare gli oggetti attraverso il tatto. Il dispositivo si indosserà come se fosse un comunissimo guanto, agli oggetti, i quali saranno precedentemente catalogati, verrà associato un file audio che verrà riprodotto nell’esatto momento in cui la mano lo toccherà.
Il ricercatore non vedente Vicent Martin della Georgia Tech University di Atlanta si è detto entusiasta di questo prodotto, che con l’esiguo costo di 60 dollari, verrà commercializzato nel 2012, facilitando la vita alle persone non vedenti. I ricercatori non vogliono però fermarsi all’utilizzo di questa nuova tecnologia esclusivamente nell’ambito casalingo, ma vorrebbero poter estendere le funzionalità del “guanto” sia ai supermercati che in molti altri luoghi.
Il ricercatore Vincent Martin fa un esempio molto esplicativo dell’utilizzo del guanto e di quanto, in così breve tempo, esso sia stato in grado di semplificargli la vita, Vincent dichiara: “In casa ho più di 1.500 cd ed una grande varietà di capi d’abbigliamento, ora il loro riconoscimento è molto più veloce, basta solamente che io li tocchi per sapere cosa ho davanti a me!” L’idea del guanto è stata ispirata dalla necessità di aiutare i veterani di guerra, i quali hanno subito una perdita parziale o totale della vista durante il combattimento.

fonte: http://news.wintricks.it/web/dal-web/33036/mano-aiuta-non-vedenti/


set 16 2009

L’azienda che assume solo autistici

Tag: Esperienze,News dal mondodaniela @ 9:33 am

Press-IN anno I / n. 2198

Il Secolo XIX del 16-09-2009

Imprenditore “salva” chi ha la sindrome di Asperger: «Perfetti per i lavori di precisione»

COPENAGHEN Raymond è uno di loro, e vent’anni fa, interpretato da Dustin Hoffman, ha sbancato i botteghini di tutto il mondo, con “Rain Man”, emozionando perfino i cuori più duri. Anche, il bambino-detective Christopher è uno di loro, e col suo “Strano caso del cane ucciso a mezzanotte”è rimasto per mesi in cima alle classifiche dei libri più venduti. Malati e vincenti, ma solo nella finzione. Malati sì, perché sia Christopher che Raymond erano affetti dalla sindrome di Asperger: autistici, per dirla in modo più semplice. Geni con capacità straordinarie e un mare di difficoltà nel rapportarsi col resto del mondo.
Thorkil Sonne non ha avuto bisogno di romanzi e film per conoscere bene l’autismo: suo figlio Lars è come Raymond, come Christopher. È proprio documentandosi sulla malattia di Lars, e osservandolo giorno per giorno, che Sonne ha capito di poter costruire una storia diversa, di rivincita vera per le persone affette da autismo, e non di celluloide. La scintilla che ha messo in moto l’idea di Sonne fu la visione delle mappe, perfette, disegnate da Lars il giorno dopo aver visto con lui un atlante. «Aveva solo 7 anni e la precisione di quei disegni era impressionante».
Da lì, Sonne decise di aprire ad Aarhus la Specialisterne, un’azienda che fornisce mappe dettagliate di Copenaghen e di altre città per la cablatura telefonica e il collaudo di delicati software, compresi quelli del gigante Microsoft. Un lavoro di estrema precisione affidato, neanche a dirlo, a 40 persone affette da autismo. Che finora non hanno mai deluso le attese. Anzi, migliorando il loro tenore di vita hanno fatto guadagnare abbastanza denaro a Sonne da permettergli di aprire presto in Scozia una filiale che assumerà altre 50 persone, pure loro affette dalla sindrome di Asperger.
Il lavoro è talmente delicato che un errore anche minimo potrebbe portare a cause milionarie coi clienti. E invece mai uno sbaglio. Mai la minima lamentela. «Qui tutto funziona perfettamente. Un’atmosfera ottima, senza tensioni», spiega Sonne, l’uomo che ha ridato speranza agli autistici danesi, senza mai stupirsi del successo della sua idea, studiando tutto nel dettaglio pur di non far sfigurare i suoi ragazzi. I colloqui, innanzitutto: altrove venivano condotti in modo canonico, ed erano sempre un disastro per gli autistici. Lui, invece, ha pensato bene di assumere i suoi “specialisti” con l’aiuto dei Lego: ogni candidato viene lasciato in una stanza con un kit di mattoncini e istruzioni precise. Se se la cava entra a far parte della famiglia.
Altre, poi, sono le accortezze di Sonne per creare l’ambiente perfetto: i lavori di gruppo, non amati dagli autistici, sono ridotti al minimo. I laboratori sono caldi, confortevoli e silenziosi. Creati ad hoc per favorire la concentrazione. Infine, orari ridotti, per venire incontro alle loro esigenze, e salari dignitosi (fino a 3.800 euro lordi). I clienti poi, quando entrano in contatto con loro, devono essere gentili, mai stressarli o mandarli in confusione. Così i ragazzi vanno a lavorare felici, escono dalle loro ex case-bunker dove vivevano da reclusi, e riempiono la loro vita. Uno di loro, Daniel, blindato in camera, imparò l’islandese in una settimana. Ma non aveva amici. Thomas neppure. Eppure sapeva a memoria tutti i pil del mondo. E non solo. Talenti sprecati. «Per me era più facile imparare a memoria un libro che fare amicizia con qualcuno», dice Thomas, che oggi ha scoperto di poter fare entrambe le cose. Grazie a Sonne.

Roberto Scarcella


lug 28 2009

Il cane cieco e il suo cane guida: Bonnie e Clyde commuovono tutti

Tag: News dal mondo,Pet Therapy e cani guidadaniela @ 10:01 am

Un articolo publicato sul Il Corriere della Sera del 26-07-2009

Entrambi trovatelli, ora cercano casa: ma dovranno essere adottati insieme
Spopola sui media britannici la storia di due inseparabili border collie: lui non vede, la compagna lo aiuta

MILANO – Loro sono un duo fuori dal comune: nella contea inglese di Norfolk i tabloid britannici hanno scovato due border collie, dei quali uno è cieco e l’altro un cane guida per ciechi. Suona come una di quelle storie strappalacrime Disney raccontate da Hollywood: un cane cieco e il suo cane guida, Bonnie e Clyde, questi i loro nomi, aspettano in un canile inglese l’arrivo di un padroncino.

IL RITROVAMENTO – Gli inseparabili collie vagavano sotto la pioggia incessante nelle campagne inglesi fino a quando, nei pressi di una strada provinciale, sono stati catturati dai collaboratori di un centro soccorso animali, racconta il Daily Mail. All’inizio i volontari del canile non riuscivano a spiegarsi il motivo per cui uno dei due seguiva costantemente l’altro. Poi la scoperta: Bonnie è il cane guida di Clyde, rimasto cieco a causa di una malattia degenerativa. Quando Clyde si sente insicuro, comincia a tastare dietro a Bonnie e poggia il suo muso sulla sua schiena, così che possa guidarlo», ha spiegato Cherie Cootes, una delle responsabili del canile “Meadown Green Dog Rescue Centre di Norfolk, alla Bbc -. Si fida completamente di lei». Per questo motivo bisogna trovare un’unica casa per questo inconsueto duo.

VITE INSEPARABILI – Clyde ha circa cinque anni, Bonnie due o tre. Entrambi hanno il pelo bianco e nero. E la loro storia ha fatto il giro del mondo. Da dove arrivino, non è ancora chiaro. Non avevano nessuna piastrina quando sono stati trovati. I due collie non possono vivere l’uno lontano dall’altro, ha sottolineato Cootes. «Se lei corre, tende a fermarsi, per essere sicura che lui sia con lei. Lo tiene perennemente sott’occhio. Quando stanno insieme nessuno si accorge che uno dei due non ha la vista. Quando non c’è la compagna, lui però non ha il coraggio di fare neanche un passo».

Elmar Burchia


lug 16 2009

Vengo anch’io

Tag: Eventi,News dal mondo,Pet Therapy e cani guidadaniela @ 11:59 am

logo della compagnia aerea Airways

logo della compagnia aerea Airways

La necessità di creare un servizio aereo per animali nasce da un’emergenza reale: un’associazione no profit di San Francisco, che si occupa di cani e gatti, ha dichiarato che nel 2008 sono stati circa 5 mila gli animali rimasti uccisi e gravemente feriti durante il viaggio nei vani cargo. E’ aumentato il numero delle richieste di risarcimento da parte dei padroni delle bestiole contro le compagnie aeree che, per tutelarsi, hanno preferito negare il trasporto di animali.
Effettuerà così il suo primo volo il 14 luglio da Telerboro, un piccolo aeroporto che si trova fuori New York, e farà tappa a Washington, Chicago, Denver e Los Angeles. Si tratta della Pet Airways, la prima linea aerea per gli animali domestici.
L’iter è semplice: il piccolo animale viene prima lasciato in una sala d’attesa dell’aeropoerto, appositamente dotata di ogni confort, dopodiché viene trasportato all’interno dell’aereo. All’atterraggio, l’amico a quattro zampe aspetterà di essere prelevato dal proprio padrone nella sala d’attesa dell’aeroporto d’arrivo.
Il costo ammonta a 149 dollari (solo andata). Ciascun aereo “Beechcraft 1900″ ha, al posto dei normali sedili passeggero, comode gabbiette per un totale di 19 postazioni. Sui voli di Pet Airways la luce è sempre accesa, ai passeggeri viene servito cibo e acqua e gli assistenti di volo controllano il loro benessere ogni quarto d’ora. Gli animali escono periodicamente dalle gabbiette per urinare. I padroni potranno controllare lo stato del volo on line.

per ulteriori approfondimenti vai al link :  http://www.petairways.com/


lug 07 2009

Mettiamo gli occhi a dieta

OCULISTICA / LE MISURE DI PREVENZIONE. Un’alimentazione a base di frutta,

verdura e pesce. Le virtù dello zafferano. E poi lenti giuste per schermare il

sole. E gli accorgimenti per il computer. Dalla scienza nuove strategie per

proteggere la vista Proteggere gli occhi.

Magari con lo zafferano. Ci sta provando Silvia Bisti, ricercatrice dell’Università dell’Aquila in trasferta all’Università di Sydney all’Arc Centre of Excellence in Vision Science. Negli animali di laboratorio la deliziosa spezia è capace di prevenire la degenerazione maculare collegata all’età, e oggi in Australia la scienziata italiana sta organizzando tutto per capire se conserva le stesse proprietà anche sui malati: se ha davvero straordinarie capacità protettive nei confronti dei neuroni che nella retina assorbono la luce, e che la malattia lentamente uccide. Lo studio è di quelli che gli scienziati chiamano ‘groundbreaking’ perché entra dritto dritto nella controversa questione di come si possano prevenire le malattie degli occhi: un intero filone di ricerca che da anni prova a mettere in relazione i singoli componenti dell’alimentazione, così come la dieta nel suo insieme, con le malattie più comuni come la cataratta o la degenerazione maculare.

I risultati però fino a oggi sono stati sempre assai interlocutori.

“Ciò che stiamo scoprendo sugli animali è che lo zafferano è molto più di un

antiossidante: per esempio, sembra coinvolto nella regolazione del metabolismo degli acidi grassi, e questo potrebbe spiegare come mai la membrana del fotorecettore risulti protetta in condizioni di stress”, spiega Bisti: “Abbiamo visto che lo zafferano protegge l’occhio dal danno tipico che si ha in seguito a un’esposizione eccessiva al sole, e rallenta anche l’evoluzione di malattie genetiche che portano a totale cecità come la retinite pigmentosa. Questi effetti dipendono probabilmente dal fatto che la spezia, anche se non può fare nulla sui fotorecettori che muoiono, riesce tuttavia a proteggere quelli che stanno soffrendo, rallentando o impedendo la loro perdita definitiva”.

Lo studio australiano dirà se da queste considerazioni si potranno estrapolare terapie preventive vere e proprie.

Perché di studi non proprio convincenti su questo tema ce ne sono molti.

Come spiega Laura Rossi, biologa nutrizionista dell’Inran che di recente ha partecipato a una revisione sistematica della letteratura per conto dell’Autorità garante della pubblicità, effettuata per scovare eventuali pubblicità ingannevoli: “Se parliamo di singoli componenti o di supplementi vitaminici che dovrebbero prevenire le malattie degenerative dell’occhio in un soggetto sano, fino a oggi non vi sono prove che dimostrano che qualche sostanza abbia un effetto protettivo. Neppure le molte ricerche fatte su sostanze quali la luteina e la zeaxantina, due membri della famiglia dei carotenoidi (che ne comprende quasi 700) presenti nell’occhio e per questo candidate ideali a un possibile effetto protettivo, sono approdate a nulla: la Food and Drug Administration statunitense ha di recente affermato che non vi sono motivi per raccomandare un integratore nella prevenzione della cataratta. E lo stesso si può d ire delle ricerche condotte su vari estratti di mirtillo”.

Leggermente diverso è il discorso per le persone che già soffrono di una maculopatia: alcune ricerche suggeriscono che sostanze quali le antocianine dei mirtilli possano ritardare l’evoluzione della malattia.

Ciò che invece sembra avere un ruolo è la dieta nel suo complesso. È delle scorse settimane, per esempio, la pubblicazione di due studi complementari sugli ‘Archives of Ophtalmology’ dedicati alla degenerazione maculare: nel primo è stato dimostrato che una sola porzione di pesce alla settimana è associata a un calo nell’incidenza della malattia del 31 per cento, e che se le porzioni settimanali sono due la diminuzione è del 35 per cento; nel secondo è invece emerso che una dieta ricca di acidi grassi nocivi è collegata a un aumento di casi di degenerazione del 76 per cento, mentre qualora essa preveda meno grassi idrogenati si ha un calo dell’incidenza della malattia del 15 per cento.

C’è poi un ambito in cui la dieta è particolarmente importante: quello dei danni inferti dall’esposizione ai raggi solari. Spiega in merito Marco Marenco, oculista dell’Università Sapienza di Roma ed esperto dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia): “I raggi del sole producono un’ossidazione che alla lunga danneggia diverse strutture dell’occhio: quando ci si espone, è sempre opportuno avere un surplus di antiossidanti naturali, e cioè consumare frutta e verdura fresche in quantità”.

Oltre a una riserva di antiossidanti, l’occhio va poi protetto con una barriera fisica adeguata, cioè con gli occhiali, sull’importanza dei quali, secondo gli esperti dell’Iapb, c’è ancora troppa poca consapevolezza, se è vero che solo il 14 per cento degli italiani difende adeguatamente i propri occhi dal sole. L’occhio va preservato sia dagli agenti fisici quali il vento, che riducono la lacrimazione e rendono le strutture più vulnerabili, sia dall’azione diretta dei raggi solari, che arrecano danni a breve e a lungo termine. E i più delicati sono i bambini, che spesso si espongono per molte ore senza sapere che stanno danneggiando parti dell’occhio che si riveleranno più fragili quando saranno adulti. Così come più delicati sono gli occhi più chiari, perché hanno una minore pigmentazione e sono quindi meno naturalmente protetti.

Gli esperti consigliano quindi di scegliere sempre occhiali da sole. “Le lenti migliori sono quelle certificate Ce dai produttori, che filtrano efficacemente i raggi Uv e che andrebbero portate ogni volta che ci si espone al sole. Ci sono poi persone che hanno difficoltà di adattamento e che per questo possono avere bisogno di lenti che attenuino gli sbalzi di luce, per esempio mentre guidano, o soggetti a rischio per esempio di cataratta, che devono avere una protezione particolarmente alta. Costoro dovrebbero chiedere un consiglio al proprio oculista prima di comprare gli occhiali da sole, per limitare al massimo ipericoli”, sottolinea Marenco.

Le lenti non sono dunque tutte uguali; quelle comunemente in vendita bloccano fino al 70 per cento dei raggi Uvb e fino al 60 per cento di quelli A: in presenza di qualche fattore di rischio specifico è meglio scegliere lenti più protettive. È bene quindi prestare attenzione all’indicazione del filtro: tra quelle in commercio ve ne sono alcune schermate ma non filtranti, e questo può peggiorare gli effetti nocivi del sole perché la pupilla, nel tentativo di compensare l’oscurità prodotta dal colore scuro, si allarga e offre una maggiore superficie ai raggi che entrano. Ci sono poi lenti più filtranti, che riescono a intercettare fino al 95 per cento di raggi Uvb e il 60 per cento degli Uva e, infine, lenti dedicate appunto a persone che hanno un rischio maggiore della media, alle quali si consiglia di filtrare fino al 99 per cento dei raggi Uvb e sempre il 60 per cento degli Uva.

Non servono praticamente a nulla, invece, le lenti chiamate genericamente da riposo e consigliate, talvolta, a chi sta molto al computer. Spiega in merito Filippo Cruciani, della Clinica oculistica Umberto I della Sapienza di Roma: “Un uso anche prolungato dei terminali non conduce mai a una situazione patologica, soprattutto con gli schermi attuali. Può invece dare origine a un affaticamento, che però in genere sopraggiunge se si ha già un difetto visivo non adeguatamente corretto. L’unica regola è quindi quella di portare gli occhiali giusti, ma solo qualora ve ne sia la necessità”. Per lavorare in condizioni ottimali è poi bene non avere sorgenti di luce alle spalle, porre lo schermo alla giusta distanza in base all’età, e dargli l’inclinazione più adatta. Queste sono le uniche indicazioni che gli esperti suggeriscono a chi sta molte ore al computer, perché l’occhio è un organo estremamente adattabile e non esistono regole rigide valide per tutti.

Cattive notizie, invece, per chi si è appassionato agli esercizi oculari, che il passaparola indica come un toccasana per difetti quali l’astigmatismo e la miopia, basati sul coordinamento tra le mani e gli occhi, oppure su normali movimenti dell’occhio o, ancora, sulla concentrazione della vista su fonti di luce bianca lampeggiante: uno degli ultimi studi, pubblicato nel 2009 su ‘Physiological Optometry’ dai ricercatori dell’Università di Bradford, ha concluso che non vi sono evidenze che gli esercizi funzionino. Tranne che in un caso: secondo uno studio degli oculisti del Pennsylvania College of Optometry di Filadelfia, apparso su ‘Optometric Vision Science’, alcuni esercizi specifici aiuterebbero chi soffre di sdoppiamento della visione, di deficit nella messa a fuoco e di alcune forme di strabismo, disturbi che nel complesso interessano una persona su cinque ma che possono essere curati anche con il giusto allenamento.

L’Espresso del 03-07-2009


giu 23 2009

Gli antiossidanti rallentano la cecità

Tag: News dal mondopatrizia @ 10:38 am

Agenzia AGI del 19-06-2009

Gli antiossidanti possono rallentare la cecità

LONDRA. Un nuovo supplemento a base di antiossidanti potrebbe rappresentare la risposta giusta alla principale causa della cecita’. Un gruppo di scienziati, coordinati da Usha Chakravarthy della Queen’s University Centre of Vision and Vascular Science, ha scoperto che gli antiossidanti che si trovano nella frutta e nella verdura possono rallentare la perdita della vista nelle persone anziane.
Per arrivare a queste conclusioni gli scienziati hanno coinvolto nello studio,riportato dal quotidiano britannico Daily Telegraph, 400 persone in tutta
l’Irlanda con un’eta’ media di 77 anni. Lo scopo degli studiosi era quello di focalizzare l’attenzione sui pazienti a rischio degenerazi one maculare, una malattia incurabile che provoca l’offuscamento della vista. Ebbene, dai risultati dello studio e’ emerso che l’assunzione di livelli elevati di antiossidanti contribuisce a preservare i pigmenti maculari, rallentando la progressione della degenerazione. I pazienti utilizzati come gruppo di controllo e che quindi non hanno seguito la ‘cura’ a base di antiossidanti – hanno subito una costante perdita della vista. “Sono necessarie – ha concluso Chakravarthy – ulteriori ricerche per confermare questi risultati e per individuare i numeri necessari per aiutare i pazienti a prevenire la degenerazione maculare”.


giu 09 2009

Nel paese dei ciechi, per scoprire la normalità

Tag: Esperienze,News dal mondopatrizia @ 11:07 am

Il Giornale di Vicenza del 09-06-2009

Nel paese dei ciechi per scoprire il «normale»

Ristampe. Adelphi ripropone il breve ma sconvolgente racconto «Ppillola» di
Welles

Non solo fanno vita laboriosa e hanno sensi finissimi i saggi abitanti
nonvedenti dello sperduto paesino sulle Ande «al di là delle nuvole» nel quale
un certo signor Numez dalla «vista d’aquila» ma incapace in realtà di vedere al
di là del proprio naso a causa della sua arroganza, capita per caso durante il
suo errabondare di avventuriero. Gli indigeni del villaggio situato in una valle
misteriosa, infatti, si prefiggono addirittura di convertire l’ospite ai
vantaggi della cecità, dando all’uomo, apparentemente incorruttibile e
addirittura ossessionato dal vedere tutto e a tutti i costi, non poco filo da
torcere. Questa la trama del breve ma intenso racconto Nel pese dei ciechi,
fresco di stampa per Adelphi (Euro 5,50, con post fazione dello scienziato
Franco Modeo), frutto dell’ingegno di uno dei padri (insieme a Verne) della
letteratura fantastica internazionale, lo scrittore inglese Herbert George Wells
(1866-1946), universalmente conosciuto specie per i romanzi cult La ma cchina
del tempo, L’isola del dott. Moreau, L’uomo invisibile, La guerra dei due mondi,
quest’ultimo trasposto in un memorabile dramma radiofonico interpretato da Orson
Welles nella famosa radiocronaca talmente realistica da gettare nel panico
milioni di ascoltatori americani. Pensiero scientifico e atmosfera fantastica
costituiscono l’alchimia perfetta della scrittura di Wells che nelle sole
sessanta pagine di questa «pillola» scritta due volte, nel 1904 in rivista e nel
1911 in volume, riesce a mettere in crisi le certezze del lettore sul reale
significato della «normalità che in realtà imbarbarisce l’umanità» e
capovolgendo i canoni dimostra come in una comunità di minorati della vista il
vero «diverso» è chi vede. «È una storia assoluta che va letta almeno due
volte», stigmatizza Amodeo.


giu 04 2009

Anna, antropologa nonvedente

Press-IN anno I / n. 1274

Repubblica.it del 03-06-2009

Anna, antropologa non vedente: “Vi racconto la mia Africa”

PARMA – “Non credo che essere cieca abbia condizionato la mia esperienza in
Africa. Percepire la realtà senza vederla è la mia normalità”. Anna Vittoria
Sarli, giovane antropologa parmigiana, sorride dietro i suoi grandi occhiali
scuri. Dal candido colorito della sua pelle non si direbbe che abbia appena
trascorso una settimana in un villaggio sperduto nella savana. Forse per questo
indossa un abito estivo dai motivi inequivocabilmente africani. “Certo -
aggiunge – se una mia cara amica non mi avesse accompagnato avrei avuto più
difficoltà, perché mi sarebbero mancati i punti di riferimento a cui sono
abituata. Ma credo che la mia disabilità suscitasse ammirazione negli africani”.
E non solo in loro.

E’ facile rimanere colpiti dall’idea che una 26enne non vedente abbia potuto
affrontare con tranquillità un viaggio impegnativo per chiunque. A migliaia di
chilometri di distanza, sotto il caldo torrido, tra i villaggi della savana,
dormendo per settimane nelle capanne d’argilla, sulla sabbia, senza acqua
corrente, protetta da una zanzariera che scongiuri la malaria. Anna, però, non
sembra scomporsi. “So di passare meno inosservata – spiega – ma mi infastidisce
che ci si concentri solo sulla mia cecità: non è la sintesi della mia persona. E
spesso crea intorno a me un alone che distorce la realtà”.

La sua non è fatta di colori, di sguardi. Ma di suoni, rumori, contatto con la
terra. E storie. Quelle che la persona accanto a lei le racconta per descriverle
il mondo che sta attraversando. Così del Senegal ricorda le grida dei ragazzi
che sui car rapide, i bus di Dakar, annunciano ai passeggeri il nome delle
fermate. Le risate rumorose degli abitanti dei villaggi, le prese in giro dei
bambini. E il rapporto con il suolo, con la polvere, che pervade ogni angolo e
sembra entrare sottopelle.
Anna c’è stata due volte. Prima nel 2007 per una ricerca, durata due mesi, con
cui si è laureata in Antropologia all´università di Modena. Poi questa
primavera, alla fine di aprile, quando è tornata per dieci giorni negli stessi
villaggi, dove suo padre ha avviato un progetto di educazione sanitaria.
Leopoldo Sarli è chirurgo all´ospedale Maggiore, docente alla facoltà di
Medicina di Parma e presidente del corso di laurea infermieristica, ma prima di
tutto si definisce un ricercatore, un curioso. Ed è anche un eccellente
fotografo.
Una figura forse un po´ ingombrante per Anna, che ha preferito farsi
intervistare da sola. “Non amo lavorare con mio padre. Preferisco essere
indipendente, tanto nella vita quanto nella mia professione. Ma mi faceva
piacere ricambiare in qualche modo l´ospitalità delle comunità senegalesi che mi
avevano accolto mentre preparavo la tesi, perciò ho accettato di collaborare con
lui”.
Lo stesso Leopoldo ha bisogno di sottolineare questa distanza, quasi un tacito
accordo con una figlia che, diventata adulta, sente la necessità di emanciparsi.
“Ognuno di noi ha vissuto la sua Africa, separatamente. Lei da antropologa, io
da responsabile del progetto di cooperazione”. L´idea è nata nel 2007, quando è
andato a trovare Anna mentre faceva ricerca in Africa. “Io e mia moglie -
racconta – avevamo sempre avuto interesse per le popolazioni migranti che
arrivavano dal sud del mondo e quella è stata l´occasione per entrare in
contatto con una realtà diversa e affascinante”.

Un´esperienza così intensa da sentire l´esigenza di stringere un legame più
stretto con la gente del luogo. “Gli operatori sanitari dei villaggi che avevamo
visitato ci avevano spiegato le loro difficoltà nel gestire da soli comunità di
centinaia di persone. Erano pochi e avevano una preparazione insufficiente”. E’
nato così un progetto di cooperazione con l´università di Parma, che offre corsi
di formazione agli infermieri di Dakar.
E qui entra in gioco Anna. “Avevamo bisogno – spiega il chirurgo – di capire se
il modo in cui stavamo operando era quello giusto. Così ho chiesto a mia figlia
di contribuire al progetto con una ricerca antropologica che scoprisse come gli
abitanti percepivano il nostro lavoro”. E lei non si è tirata indietro: “Sentivo
di dovermi sdebitare con il villaggio”.
Così sono tornati in Senegal, un Paese che all’inizio per loro era circondato da
pregiudizi e ora è diventato un posto familiare, una seconda casa. “E’ stato
bello ritrovare tutte le amicizie che avevamo lasciato”, ricorda Leopoldo. “Se
sto investendo tanto in questo progetto è perché capisco cosa significa perdere
le proprie radici”. E’ arrivato da Taranto a 17 anni, per studiare medicina e ha
faticato per integrarsi e costruirsi una nuova vita. “Mia figlia è un’immigrata
di seconda generazione”.
Forse per questo ha concentrato il suo dottorato e il suo lavoro all’Ismu,
l’istituto di studi sulla multietnicità di Milano, sui migranti. “La cosa che mi
è mancata di più tornando a Parma – racconta l’antropologa – è stata la vita di
comunità. A volte quando ero lì avevo bisogno di silenzio, ma mi ha fatto
piacere ritrovare quel modo tutto africano di scherzare rumorosamente, parlare a
voce alta, divertirsi in modo sguaiato. Fa parte di una dimensione relazionale
molto forte e intensa che qua non esiste”. Ma non per questo Anna ha sofferto di
mal d’Africa. “Non c’è motivo di provare nostalgia: ho l’Africa anche qua e so
che ci tornerò”.


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