set 23 2011

Questa vicenda…ha proprio le ruote!

Tag: Genova e dintorni, toppatrizia @ 10:04 am

Tutto questo è accaduto proprio al nostro amico Mirko, ma lui è senza dubbio il portavoce di tantissime altre persone che a causa delle enormi difficoltà che incontrano ogni giorno per muoversi in città, restano nel silenzio e chiuse a casa. Mirko è davvero una “forza della natura” e lotta per far valere i suoi diritti e di tutte le persone come lui.
La sua vicenda è stata seguita anche dal Secolo XIX che ha pubblicato un articolo e un video che potrete vedere al seguente indirizzo: http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2011/09/21/AOLqgL6-disabile_con_viaggio.shtml

E Ora come se non bastasse…è arrivata anche la multa dei vigili, ma ci potete scommettere…non finisce certamente così!

Arrivata la multa

Mirko aveva bloccato il bus perché privo di pedana funzionante per disabili: ora gli è arrivato il verbale della polizia municipale.

“Il 28 giugno 2011 – racconta Mirko Alessi – con la mia carrozzella elettrica, ho bloccato l’autobus della linea 1 dopo che ne erano passati 6 (o privi
di pedane o che non funzionanti), dei quali 2 della linea 3 che è attrezzata, ed era 5 giorni che andava avanti così. Oltre tutto i giorni festivi toglievano
la linea 3. Quindi quando ho visto che anche quello non funzionava non ci ho visto più e mi sono piazzato davanti all’autobus e preteso che chiamassero
i vigili. I quali sono arrivati e hanno fatto il verbale. In allegato c’è il verbale e guardate cosa sono riusciti a scrivere i vigili. Loro non dicono
che hanno visto che la pedana non funzionava e che neanche nell’altra vettura che è arrivata non funzionava. Neanche che io mi sono tolto subito dopo il
loro arrivo e che solo dopo 5 minuti l’hanno fatto partire per vedere se funzionava o no. Inoltre il controllore è arrivato dopo che mi ero tolto. E che
ne sa lui di disabilità, se ha detto che i disabili come me hanno bisogno di un accompagnatore, è un dottore? Perché non hanno scritto anche il suo nome
sul verbale? Poi di autobus con la pedana manuale in tutta genova ce ne saranno 15 e in centro. Che cosa centra poi l’ambulanza!!! Io sono solo disabile,
non sono ammalato. E poi me li danno loro i 40€ del trasporto???? Non tutti sanno che da febbraio 2011 anche noi disabili dobbiamo pagare o la tessera
annuale di 150€ circa o il biglietto. Io ho i miei biglietti già da prima. Perché se io pago il servizio ho il diritto avere quel tipo di servizio e pretendere
che funzioni. In ultimo faccio appello all’articolo 3 della costituzione che i nostri vigili e il controllore non ce l’hanno tanto in mente. Poi mi parlano
di integrazione! Io non mi fermo qui!”

Il fatto è avvenuto in via Ciro Menotti, nel quartiere genovese di Sestri Ponente.


mar 23 2011

La diversità delle persone fuori dal normale

Tag: Esperienze, toppatrizia @ 10:58 am

Leggendo questo articolo, la prima cosa che mi è venuta in mente è che le persone davvero diverse sono proprio quelle come don Giacomo, che vanno contro tutto e tutti, per seguire sempre il loro cammino, per realizzare un progetto di vita davvero diversa.

La Repubblica del 22-03-2011

Quel prete coraggio e la forza degli ultimi (di Roberto Saviano)

Gli viene affidata una comunità di persone che mette in crisi i poteri del Sud. Ha saputo fare in modo che ognuno tirasse fuori le cose belle e il talento
che ha dentro
Un libro racconta l´esperienza di Don Panizza che segue ragazzi disabili e lotta contro le mafie

ROBERTO SAVIANO

Pubblichiamo parte della prefazione a “Qui ho conosciuto Purgatorio, Inferno e Paradiso” di Fofi e Panizza (Feltrinelli).

Ci sono delle parole che si ha pudore ad usare. Quasi ci si sofferma con una precauzione maggiore per capire se si sta utilizzando la definizione corretta.
Si pronunciano quasi con colpa, scusandosi, soppesandole sulla lingua già con un misto di compassione. Diventano un bolo di saliva, scuse e imbarazzo ed
escono dalla bocca con qualche sforzo. Una delle parole che si pronuncia così è “diversamente abile”. Quella di don Giacomo Panizza è una storia diversamente
abile, è una storia handicappata, giusto per dirla fuori dai denti. Non è una di quelle storie che cominciano e finiscono facilmente, senza intoppi. Come
una parabola lineare. È una storia sghemba, storta, fatta di conquiste faticose che ha da subito preso direzioni impreviste, che non è andata come ci si
sarebbe aspettati.
Quella di don Giacomo è una storia che nasce nel Bresciano e se ne va per una strada tutta sua. Lui comincia giovane a lavorare l´acciaio in fabbrica,
come tanti fanno da quelle parti, e da ragazzino partecipa alle manifestazioni sindacali, alla richiesta di diritti. Poi lì accade qualcosa, la lotta sociale,
il sogno di redenzione dalla miseria e dallo sfruttamento dell´uomo sull´uomo, l´idea di una società diversa a ventitré anni si concretizza nella decisione
di entrare in seminario e di farsi prete. Assurdo per quegli anni, gli anni sessanta, assurdo per chi si è formato in fabbrica con l´acciaio e i sindacalisti.
Ma Giacomo si innamora delle parole di colui che crede essere l´uomo più rivoluzionario che abbia mai incontrato nelle sue letture: Gesù Cristo. E lo crede
al punto da voler dedicare ogni parte di se stesso nello stare al mondo in maniera diversa. Stare nel mondo con una parola nuova.
Da subito si occupa di persone diversamente abili, o di handicappati, per usare una definizione che taglia di netto le gambe ai significati positivi. A
don Giacomo viene affidato un compito: una comunità in Calabria ha bisogno di aiuto. I ragazzi con problemi vengono licenziati, non trovano lavoro, le
famiglie non riescono a seguirli. Ci sono molteplici difficoltà. E a loro accade quello che spesso è visto come destino ineluttabile: esser trattati come
pesi, come errori, come inciampi. Serve una mano. Una mano a difendere uomini come uomini, senza altra definizione eccezionale.
Una storia che cammina dritta, per la sua semplice trama, prevederebbe a questo punto che don Giacomo porti i ragazzi al Nord e lì se ne occupi. E invece
no. Invece don Giacomo pensa che niente vada sradicato da dove si trova. Soprattutto quando la radice è cosa buona, che può crescere, creare, trasformare.
Allora si sposta lui a Lamezia Terme e dà vita a quella che viene chiamata la “Comunità Progetto Sud”. Quando don Giacomo ci pensa sembra davvero essere
un sogno che sa di utopia, uno di quelli che mentre lo immagini sai già che impatterà contro la realtà come un bicchiere di cristallo impatta contro il
cemento armato. Nessuno avrebbe mai creduto alla collaborazione di persone diversamente abili con persone normodotate che si incontrano, non solo per ricevere
e dare aiuto, ma per collaborare e creare lavoro, realizzare opere, iniziative. Chi ci avrebbe scommesso? Al Sud. In quel Sud. In quegli anni. Nessuno
avrebbe visto altro che follia in questo progetto. E don Gi! acomo ama la follia quando è un´articolazione appassionata della fantasia e del volerci almeno
provare. Eppure la Comunità inizia il suo operato e funziona, non solo aiutando chi ne ha bisogno, ma mettendo profondamente in crisi il sistema di potere
di quella terra. Che nessuno riusciva ad affrontare: la ´ndrangheta.
Ho conosciuto don Giacomo l´ultima estate che ho trascorso libero in vita mia, l´ho conosciuto a un seminario di Progetto Sud. Mi invitò Goffredo Fofi,
l´erede di Danilo Dolci, lo scrittore allievo di Capitini, il frate eretico, l´amico eterno, il burbero intellettuale, il combattente ammiratore dell´ostinazione
e della frugalità degli asini. Un seminario dove si incontrano le esperienze, dove non c´è solo odore di idee, di metafisiche passioni, dove non ci si
parla addosso e non ci si imbroda scambiando recensioni. Seminari di prassi di pensiero. Creare comunità, creare rapporti. Nella convinzione che solo dai
rapporti può nascere la premessa per realizzare l´idea. E don Giacomo di questa capacità di costruire impalcature di relazioni è stato, ed è, maestro.
Da lì è partito per iniziare in un Sud isolato, spinto solo all´emigrazione, un percorso che prendesse le mosse dal talento di ognuno. Le cose belle che
ognuno sa fare. Il portato doloroso di ognuno. I d! ifetti terribili di ognuno. Le debolezze di ognuno. La possibilità di interagire di ognuno.
Metti tutto questo assieme. E hai creato un punto di partenza. Don Giacomo l´ha fatto partendo da sud. Lamezia Terme è un territorio difficile, malato
di criminalità. Il sangue scorre soprattutto tra due famiglie: i Torcasio e i Giampà. Si fanno la guerra per disputarsi il controllo del narcotraffico
in quei territori. I Torcasio sono una famiglia particolarmente sanguinaria: ne diedero dimostrazione dopo uno sgarro subito per le feste. A un certo punto
della loro storia, quando si tenta anche un dialogo con la famiglia Giampà, la rampolla dei Torcasio si fidanza con un Giampà. Questi le regala per Pasqua
un cesto, che invece di essere pieno di uova è zeppo di tritolo. Ecco come sono le due famiglie: persone che si fanno gli auguri al veleno, gente che,
in tutta risposta allo sgarro, si palesa alla porta armi alla mano e fredda il capofamiglia.
Questi sono i Torcasio. E con questi don Panizza si è trovato a interloquire. E fin dall´inizio don Giacomo viene minacciato dai Torcasio. Ma perché a
un boss della ´ndrangheta dovrebbero dare tanto fastidio “gli handicappati”? Semplice: perché don Antonio, boss dei Torcasio, quei “mongoloidi” come li
chiama lui, se li è trovati come vicini di casa. Alla famiglia viene infatti sequestrato uno stabile, una bella palazzina che però nessuno vuole. Come
succede sempre al Sud, l´edificio viene man mano spolpato dalla ´ndrangheta di tutti gli arredi, dei bagni, di ogni cosa utile. Le famiglie malavitose
fanno di tutto per rendere inservibili i beni confiscati, lo fanno per sfregio allo stato come a dire “o nostro o di nessuno”. Nemmeno il comando dei vigili
vuole l´assegnazione di quello stabile per paura delle rivendicazioni della famiglia.
Invece don Panizza accetta eccome quel dono. E piano piano lo sistema, lo rende agibile e adatto a ospitare il suo Progetto Sud perché la forza di don
Giacomo e dei suoi ragazzi è proprio questa: il pensare in maniera diversa e utilizzare un´abilità diversa per costruire un paese diverso.


mar 16 2011

Ecco i risultati del sondaggio “M’illumino di meno, ma ci vedo di più!”

Tag: Ausili per disabili e ricerca scientifica, toppatrizia @ 10:14 am

Ecco pubblicati i risultati del sondaggio “Mi illumino di meno, ma ci vedo di più!” del quale vi avevamo parlato lo scorso febbraio.
Questa iniziativa è nata per promuovere il risparmio energetico e Vincenzo Rubano, sedicenne non vedente, ha colto l’occasione per lanciare il sondaggio sul suo sito http://www.gpace.net/milluminodimeno.html per raccogliere informazioni sul mondo dell’accessibilità del web da parte dei disabili visivi e i risultati hanno rivelato chiaramente la necessità di lavorare molto su questo fronte per far sì che davvero tutti abbiano accesso ai mezzi informatici indipendentemente dalle loro condizioni, che siano fisiche o culturali.

Marketpress.Info del 15-03-2011

Accessibilità e Web: I risultati del sondaggio di Vincenzo Rubano rivolto ai non vedenti

LECCE. Vincenzo Rubano è uno studente di sedici anni, non vedente, della classe 3A dell’Istituto Costa di Lecce ed il 18 febbraio scorso ha “acceso” una
pagina in Internet con un particolarissimo sondaggio destinato ai non vedenti e avente lo scopo di portare alla ribalta il delicato tema dell’accessibilità
al web da parte delle persone con problemi di vista. L’iniziativa è stata lanciata con il nome di “M’illumino di meno …ma ci ‘vedo’ di più!” ed il sondaggio
è rimasto attivo sino a venerdì 4 marzo all’indirizzo: www.Gpace.net/milluminodimeno La battaglia di Vincenzo ha fatto molto “rum! ore”, tante infatti
le testate ed i media nazionali che hanno amplificato il suo messaggio su tutto il territorio e hanno così contribuito a raggiungere un numero così alto
di non vedenti. Ora Vincenzo ha elaborato tutte le risposte e, sempre sulla stessa pagina, ha pubblicato i risultati ottenuti, che riportiamo qui di seguito:
Numero di partecipanti al sondaggio: 369 – Fascia di età dei partecipanti: Minore di 18 anni: 5,6%; Tra i 18 ed i 30 anni: 18,2%; Tra i 31 ed i 45 anni:
35,9%; Superiore a 45 anni: 40,3%. Da quanti anni usi il computer? Meno di 2 anni: 5,2%; Da 2 a 5 anni: 7,2%; Da 5 a 10 anni: 24,0%; Più di 10 anni: 63,6%.
Da quanti anni utilizzi Internet? Meno di 2 anni: 8,4%; Da 2 a 5 anni: 15,3%; Da 5 a 10 anni: 34,1%; Più di 10 anni: 42,2%. Hai un profilo su Facebook
o su un altro social network? Sì: 61,9%; No: 38,1%. In media, per quante ore al giorno utilizzi il computer? Meno di 2 ore: 7,1%; Da 2 a 5 ore: 37,5%;
Da 5 a 10 ore: 49,3%; Più di 10 ore: 6,1! %. Interagisci regolarmente attraverso il Web con altri non vedenti che non conosci personalmente? Sì: 65,3%;
No: 34,7%. Ritieni che l’accessibilità universale (siti e programmi uguali per tutti) sia un approccio migliore rispetto a quello tradizionale, che prevede
l’uso di prodotti concepiti specificamente per non vedenti? Sì: 86,8%; No: 13,2%. Secondo la tua personale esperienza, qual è la percentuale di siti italiani
che hanno bisogno di aggiustamenti per essere ritenuti pienamente accessibili? Inferiore al 25%: 5,3%; Tra il 25% ed il 50%: 32,8%; Tra il 50% ed il 75%:
38,2%; Più del 75%: 23,7%. N.b.: Circa il 62% degli intervistati ritiene che i siti italiani che necessitano di aggiustamenti per essere accessibili sono
più della metà! Queste le considerazioni di Vincenzo, a caldo: «I risultati non hanno fatto altro che confermare le mie sensazioni, e cioè che c’è ancora
davvero molta strada da percorrere per raggiungere una condizione accettabile di accessib! ilità dei siti web in Italia. Dal canto mio, non mi fermerò
qui, andrò avanti come un treno, ho già chiara in mente la prossima mossa per portare avanti questa mia/nostra battaglia, …presto se ne sentirà parlare.
Se volessimo analizzare i dati più significativi emersi dal sondaggio, possiamo notare che la maggior parte dei non vedenti informatizzati ha un´età maggiore
di 45 anni; ciò significa che l´alfabetizzazione informatica ha raggiunto i non vedenti più adulti in maniera massiccia. Un altro dato significativo su
cui riflettere è la quantità di ore al giorno in cui viene usato il computer, ritengo che sia nettamente superiore ai normodotati, motivo in più per gli
sviluppatori di porre attenzione alla nostra categoria. Ma il dato più inquietante di tutti è che, secondo l´esperienza di navigazione sul web dei partecipanti,
i siti italiani che avrebbero bisogno di modifiche, lievi o strutturali, per poter essere considerati “pienamente accessibili”, sono pi! ù del 50%. Inoltre
è scaturito che la maggior parte dei non vedenti punta “all´accessibilità universale”, ossia vuole usare gli stessi prodotti, gli stessi siti, gli stessi
programmi che usano i vedenti; grazie alle nuove tecnologie ciò è possibile, e può diventare realtà con più semplicità di quanto si possa pensare. Quello
che emerge di sicuro è che occorre che gli sviluppatori inizino a fare i conti con l´accessibilità che, finora, è stata spesso sottovalutata o non considerata
affatto.» Vincenzo inoltre insiste con il suo appello ad alcuni “vip”: «Facciamo appello ad Andrea Bocelli, ad Annalisa Minetti, ad Aleandro Baldi e a
qualsiasi altro personaggio pubblico sensibile al tema dell’accessibilità al web per non vedenti, affinché utilizzi il suo essere un “Very Important Person”
per fare da testimonial alla nostra battaglia. Chiediamo loro di diffondere la nostra iniziativa, di dire che anche loro sono a conoscenza delle difficoltà
che ci son! o nell’accedere a tutti i servizi offerti dalla grande rete. Siamo sicuri che, se volessero aggiungere anche la loro voce all´iniziativa, potremmo
toccare e sensibilizzare l´opinione pubblica con un peso maggiore e, di conseguenza, rendere l´accessibilità una questione di interesse per tutti! Abbiamo
fatto parlare di noi la stampa, le radio e alcune trasmissioni televisive ma non basta, direi che dobbiamo fare ancora più rumore. Più ne faremo e più
saremo forti agli “occhi” dell´opinione pubblica e dei futuri sviluppatori.»


mar 15 2011

Entriamo nel mondo di Jay la sfida del futuro nel campo dei software vocali

Di post su innovazioni nel campo dei software vocali noi di Liguriaccessibile, ne abbiamo già pubblicati parecchi.
Ora però, vogliamo approfondire il discorso su uno screen reader particolare, di cui vi parlammo già circa un anno fà.
Ci riferiamo a Jay, prodotto dalla Dotvocal (http://www.dotvocal.com/) azienda di genova nata nel 2004, che fu presentato appunto nel aprile 2010 all’istituto dei ciechi e degli ipo vedenti David Chiossone onlus di Genova.
Allora un nostro articolo, vi permise di farvi una idea delle caratteristiche di questa applicazione vocale, ma da quella presentazione, molte cose ovviamente sono cambiate.
Per tale motivo abbiamo contattato Enrico Reboscio amministratore delegato della Dotvocal, per una intervista che possa darvi maggiori dettagli su un software che vuole lanciare una sfida al futuro nell’ambito degli screen readers.
Per tanto ora potrete capire meglio come Jay si è evoluto e come potrà essere una nuova alternativa nel campo delle soluzioni per tutti.

Può dirci qualcosa sulla Dotvocal ad esempio come è nata questa azienda e in quali ambiti opera?

DotVocal nasce nel 2004 grazie all’inserimento nell’Incubatore di Alta Tecnologia di Sviluppo Italia Liguria e dal 2006 ha sede in uno dei Palazzi dei Rolli del Centro Storico di Genova.
L’azienda si occupa principalmente di progettare e realizzare applicazioni vocali e multimodali, con l’ambizione di rendere disponibile la voce come strumento semplice e naturale per interagire con i sistemi ICT delle aziende e degli utenti. Durante i suo anni di attività ha realizzato alcune delle più importanti e innovative applicazioni, come la Community Car di Lancia del Gruppo Fiat, il Sale Force Automation del Gruppo Wurth, il portale telefonico di vendita di farmaci di PharmaPhone.
DotVocal ha sempre dato importanza allo sviluppo di interfacce particolarmente usabili e accessibili che vadano verso le esigenze dell’utente.

Lo scorso anno all’istituto David Chiossone onlus di Genova, avete presentato Jay un nuovo software vocale, può farci per chi ancora non lo conosce una breve presentazione del medesimo?

La nostra esperienza e la volontà di mettere al servizio dell’utente finale le nostre tecnologie, ci hanno portato ad affrontare un’importante sfida: sviluppare uno strumento in grado di aiutare gli utenti caratterizzati da disabilità (soprattutto visiva), a gestire e leggere in maniera semplice e veloce, documenti in formato digitale.
E’ nato così il Jay, il primo lettore di documenti interattivo, che può essere gestito semplicemente utilizzando la VOCE!
Jay è, infatti, il primo lettore di documenti che si avvale di un’interfaccia multimodale (questo permette di affiancare all’uso del mouse o della tastiera, quello più innovativo della voce), ponendo particolare enfasi sulle potenzialità dei comandi vocali.
Grazie al Jay è possibile gestire e navigare la maggior parte dei documenti in formato digitale: si può leggere, fermare la lettura, navigare per pagine, inserire un segnalibro (che verrà ricordato e evidenziato), regolare la velocità di lettura, il volume del microfono, il contrasto e la grandezza del carattere solo e semplicemente utilizzando la voce!
Jay è immediato, facile, intuitivo.
Le tecnologie utilizzate sono tutte speech independent, ciò vuol dire che Jay non ha bisogno di alcun addestramento da parte dell’utente. Lo scarichi e puoi immediatamente dirgli cosa fare!
Proprio questa sua peculiarità, lo ha reso particolarmente utile per tutte quelle persone con difficoltà nella lettura, a causa di gravi disabilità visive (cecità/ipovedenza) o semplicemente per coloro i quali mostrano una scarsa propensione al mezzo informatico.

Con chi avete collaborato per progettare questo software?

Jay nasce da una collaborazione tra DotVocal e MicroEra, azienda torinese nostra partner che si occupa dal 1995 di consulenza informatica con particolari competenze nel campo dell’analisi e dello sviluppo di software applicativo personalizzato.
MicroEra opera con attenzione e professionalità nel mondo della consulenza informatica, collaborando con importanti partner operanti sul territorio nazionale.

Quando abbiamo assistito alla presentazione all’istituto chiossone di Genova, Jay poteva essere utilizzato solo per la lettura di determinati documenti. Quali innovazioni sono state apportate da allora a questo supporto vocale?

Attualmente Jay permette di gestire i seguenti formati di file:

 Documenti della suite Microsoft Office 2007™:
Microsoft Word™ 2007 (DOCX)
PowerPoint™ 2007 (PPTX)
 Documenti PDF
 Documenti di testo (TXT)
 Pagine web (HTML, XHTML)

Da novembre è disponibile la versione portable su chiavetta USB da 4GB, che permette agli utenti che hanno più di un pc di portare sempre con sé Jay e i documenti preferiti.

Quali sono invece i prossimi passi avanti che farà Jay per migliorare la sua operatività?

La dinamicità e la capacità di rispondere con immediatezza ai feedback che gli utenti ci hanno dato in questi mesi, hanno permesso l’implementazione di alcune caratteristiche che pensiamo possano fare del Jay un’alternativa davvero competitiva nel panorama degli ausili informatici alla disabilità visiva.
Innanzitutto, l’internazionalizzazione del prodotto, con l’uscita della versione in lingua inglese prevista entro la fine di aprile.
Inoltre, la modifica delle modalità di inserimento dei comandi vocali, che vedrà la sostituzione dell’attuale combinazione di tasti CTRL+J, con la pressione del solo tasto INS oppure l’uso di sensori di vario tipo (a pedale, a pressione ecc.).
Questo, per far fronte a tutte quelle tipologie di disabilità non soltanto visive, ma anche motorie, che non permettono un uso immediato della tastiera o del mouse.

Quali sono i requisiti fondamentali che deve avere un PC per consentire l’installazione di Jay?

Per l’installazione di Jay è necessario essere dotati di un PC con le seguenti caratteristiche:

 Processore Intel® Pentium® a 1 GHz (o processore AMD equivalente).
 RAM minimo 256Mb su WinXP; si consiglia una quantità di RAM, almeno 512Mb o superiore, su Windows Vista™ e Windows 7™;
 Sistema Operativo: MS Windows XP™ (SP3) – 32 bit/64bit; MS Windows Vista™; Windows 7™ o MS Windows 2000™ (SP4)
 Scheda audio compatibile con MS Windows (con supporto per 16 kHz sampling rate)
 Microfono e cuffia
 200 MB spazio libero su disco
 Java Virtual Machine 1.6 (consigliata, se assente verrà suggerito il sito da cui scaricarla e le modalità d’installazione)
 Una connessione ad Internet per l’attivazione durante il processo d’installazione e di attivazione della licenza

E` vero che nelle intenzioni della Dotvocal Jay deve diventare nel tempo una valida alternativa agli altri sintetizzatori vocali come ad esempio Jaws?

Jay rappresenta senza alcun dubbio una più che valida alternativa, nel panorama dei software assistivi.
Il potenziale innovativo e le prestazioni del programma, hanno entusiasmato un pubblico molto vasto, ma Jay rimane ben altra cosa da Jaws. Si tratta di un document reader, non di uno screen reader e le sue finalità sono altamente specifiche, non generaliste. E’ per questo, che troviamo improprio comparare questi due strumenti così diversi nella forma e nella sostanza, ma non per questo differenti nel valore.

Jay ha già ricevuto dei riconoscimenti a livello nazionale per l’iinovazione che porterà nel campo del vocale?

Jay ha ottenuto, proprio in questi mesi, alcuni importanti riconoscimenti, sia a livello regionale che nazionale.
E’ il caso del Concorso Perotto, iniziativa nell’ambito della quale il Jay è stato premiato come migliore applicazione innovativa, in grado di consentire la diffusione di tecnologie vocali a favore della popolazione.
Ancora, DotVocal è stata insignita del premio per la Responsabilità Sociale d’Impresa (promosso dalla Camera di Commercio di Genova), proprio per aver realizzato un prodotto come il Jay, giudicato socialmente meritevole per le sue finalità specifiche, ma anche per il suo concreto inserimento nel tessuto sociale genovese, grazie alla collaborazione con l’Istituto Chiossone e alla scelta di attrezzarne, in maniera assolutamente gratuita, l’aula multimediale.

Come hanno giudicato Jay le persone che hanno già avuto modo di provarlo, e quali consigli vi hanno dato per renderlo più rispondente alle esigenze di chi ha difficoltà visive?

Come già detto, l’entusiasmo e la curiosità positiva che ha animato tutti coloro i quali si sono accostati al Jay, sono stati per noi un’enorme fonte di accrescimento professionale e umano.
Gli spunti valutati più interessanti hanno trovato immediato riscontro nelle evoluzioni del programma stesso che, nel corso di questi mesi, è riuscito a migliorarsi e ad adattarsi alle esigenze dei suoi utenti. Questo è anche il bello di lavorare in un team dinamico e motivato come il nostro!
Non è necessario che passino mesi per attuare delle modifiche!

Come deve fare chi vuole provare Jay, e quindi chi vuole entrare in contatto con la vostra Azienda?

E` possibile testare gratuitamente Jay direttamente sul sito http://www.jayreader.com/
Allo stesso indirizzo, sarà possibile trovare tutte le informazioni relative all’installazione e all’acquisto del prodotto e ai profili delle aziende coinvolte nel progetto.

Generalmente una problematica rilevante per chi deve acquistare supporti vocali è il costo. Da questo punto di vista Jay può considerarsi più accessibile?

Sicuramente si! Posso affermare con certezza che Jay è l’incarnazione perfetta del binomio alta qualità-piccolo prezzo.

A parte la presentazione al Chiossone avvenuta ormai un anno fa, Jay ha avuto modo di essere presentato al pubblico inqualche grande evento come esposizioni dedicate alla tecnologia?

Si. Jay è stato presentato al grande pubblico in occasione del più importante evento nazionale in tema di assistenza alla disabilità, tenutosi a Bologna il novembre scorso: Handimatica 2010.
In quest’occasione, grazie alla collaborazione offertaci dal nostro distributore ufficiale per la regione Emilia Romagna, Ausili Online, è stato possibile non soltanto farci conoscere, ma soprattutto confrontarci con il mondo della disabilità visto in tutti i suoi aspetti, con enorme arricchimento umano e professionale.
Ringraziamo il dot Reboscio, che ci ha dato senz’altro tutte le info necessarie per avvicinarsi al mondo di Jay.
Quindi anche voi se non avete ancora avuto il piacere di conoscere questa applicazione, ora avete tanti buoni motivi per incominciare a scoprire questa rivoluzione nell’ambito dei software vocali.


mar 15 2011

Anna ci racconta come esplorare fiori e piante con altri sensi!

Tag: Interviste, toplucio @ 9:25 am

Amiche e amici di Liguriaccessibile, vi presentiamo Anna Toth, una ragazza ungherese che da qualche anno studia in Italia.
Lei è piuttosto sensibile, alle tematiche, legate alla accessibilità degli ambienti.
Ora con questa intervista ve la facciamo conoscere, e così capirete che si possono trovare molte persone che pensano a chi ha maggiori difficoltà.
Anna è una ragazza straordinaria, che ci farà scoprire, come lei ha incominciato a sentire la necessità di affrontare le problematiche dell’accessibilità soprattutto di chi non vede ma non solo, e come poi sono nate alcune idee che vorrebbe un giorno poter realizzare.
Dunque ora vi lasciamo alle sue parole, così potrete apprezzare un’altra persona oltre che sensibile, anche creativa.

Ciao Anna, ci fai una piccola presentazione di te?

Mi chiamo Anna Toth sono nata in Ungheria, ma da sei anni per motivi di studio, mi sono trasferita in Italia più precisamente qui a Genova dove studio architettura del paesaggio.

Come è nata la tua passione per la progettazione di aree botaniche?

La mia passione per la botanica e per la progettazione di giardini, è nata fin da quando ero bambina, perché in famiglia vi è sempre stata una certa attenzione e sensibilità nei confronti della botanica.
Mia madre ha l’obby di prendersi cura delle piante, e in generale la mia famiglia, ha avuto da sempre la passione per la progettazione di giardini.
Così crescendo ovviamente anch’io sono stata influenzata da queste tradizioni familiari, e quindi ho incominciato a sentire dentro l’entusiasmo per tutto ciò che concerne le piante, i giardini, e quanto riguarda la progettazione all’aperto e quindi anche aree naturali.
Così come ho detto prima, sono venuta qui a Genova, dopo essermi informata su quali università in Europa avessero la facoltà di Architettura del paesaggio.
Siccome qui c’è, sono ben felice di essermi potuta trasferire in questa bella città!

Più precisamente puoi dirci cosa si studia nella facoltà di architettura del paesaggio?

Si studia la progettazione di aree verdi come parchi, giardini botanici.
Non solo teoria, ma anche pratica.
A tal proposito, insieme alla prof.ssa Francesca Mazzino ci stiamo occupando della riqualificazione del giardino botanico di Bordigher (Imperia), che fu realizzato nel 1875, dal tedesco Ludwig Winter.

Studiando architettura pur non essendo di ambienti interni, ma di aree esterne come giardini, hai mai pensato al problema che non tutti possono esplorare allo stesso modo fiori e piante, per esempio chi ha difficoltà di vario genere di vista?

Indubbiamente quando ho iniziato a studiare, non sapevo nulla di progettazione accessibile a tutti, e non mi rendevo conto delle difficoltà che può avere un non vedente o ipovedente nel poter apprezzare un giardino botanico.
Poi però ho avuto la fortuna di visitare il giardino botanico di Firenze, nel quale vi è un’area dedicata a chi ha limiti visivi.
Lì la prima cosa che ho pensato è peccato che possono apprezzare solo una parte e non tutte le piante presenti!
Comunque sono rimasta colpita, da come si può dare anche a chi non vede o vede poco, la possibilità di scoprire la bellezza dei fiori e delle piante, lasciandosi catturare da essa con altri sensi.
Così poi in me è nata una sempre più crescente curiosità e sensibilità nei confronti di chi ha problemi di vista e di come potrebbe assaporare il piacere di vedere le piante se non con gli occhi, sfruttando il tatto, l’olfatto, l’udito.
Ho fatto delle ricerche sul web, e poi sono entrata in contatto direttamente con la realtà dei non vedenti.
Ho avuto il piacere di conoscere Eugenio Saltarel “presidente unione ciechi Genova, e Cooperativa sociale David Chiossone”, che mi ha dato suggerimenti e fornito una testimonianza preziosa per scoprire come i non vedenti possono esplorare il mondo con gli altri sensi.
Inoltre ho conosciuto il dot. Marco Arscone psicologo ed ergonomo, della Cooperativa sociale David Chiossone, che mi ha dato altre indicazioni di grande utilità.

Se dovessi realizzare ad esempio un giardino botanico nel quale anche gli ipo e non vedenti possono accedere alle piante toccandole come lo realizzeresti?

In realtà ci ho già pensato!
Infatti mi piacerebbe, rendere il giardino botanico di Bordighera, nel quale stiamo portando avanti come accennato un lavoro di riqualificazione accessibile, creando una area dedicata a coloro che hanno difficoltà visive.
Il mio progetto si chiama “Vedere con altri sensi”, il suo logo sarebbe un occhio con dentro una mano che tocca una foglia.

Puoi raccontarci qualcosa di più su questo progetto?

Vi sarebbero tre tipologie di vegetazione accessibili agli ipo e non vedenti.
La vegetazione profumata, quindi qui entra in gioco l’olfatto attraverso il quale il visitatore non vedente può scoprire le piante grazie ai profumi che emanano, la vegetazione da conoscere attraverso il tatto quindi piante messe ad altezza che siano accessibili per essere esplorate con le mani, e vegetazione ad alto contrasto cromatico, per essere facilmente riconoscibili anche agli ipovedenti che giustamente vogliono sfruttare quel residuo visivo che hanno.
Inoltre vi sarebbero anche pannelli descrittivi della vegetazione in braille per i non vedenti, e in nero per gli ipovedenti. In fine all’ingresso del giardino vicino alla biglietteria, ci potrebbe essere una mappa tattile che spieghi il percorso, che si deve svolgere nell’area del giardino dedicata agli ipo e non vedenti.

Nel tuo progetto hai pensato solo a chi ha problemi di vista, o anche ad altre disabilità?
Certamente se si potesse realizzare questo progetto, ci sarebbe spazio anche per l’accessibilità relativa ad altre disabilità come quella motoria.
Quindi avremmo un giardino nel quale anche chi si muove in carrozzina, potrebbe godersi la straordinaria atmosfera che si respira, stando in contatto con la natura.

Ormai da quanto è emerso in questa intervista, sei diventata veramente sensibile al tema delle disabilità soprattutto visive. Quindi vorremmo chiederti se a tal proposito hai altri progetti che vorresti realizzare?

Certamente quello di sensibilizzare anche altre persone, che forse non hanno avuto occasione di capire cosa vuol dire non avere la vista, e per tanto non conoscono bene quali difficoltà ma anche quali possibilità vi sono di poter provare comunque tutte le esperienze che ognuno di noi sceglie di vivere nella propria vita.
Per esempio mi piacerebbe sperimentare un qualcosa che già altri hanno fatto, ovvero di bendare dei vedenti, e farli immedesimare nella realtà di chi non può fare affidamento sulla vista.
Quindi fare esplorare anche a loro, un giardino botanico, dovendo usare solo gli altri sensi.
Un modo non solo per rendersi conto di cosa vuol dire non vedere, ma anche per provare sensazioni che altrimenti per noi sarebbero ignote.

Ringraziamo Anna, che ci ha raccontato tante belle cose su di lei, e su come regalerebbe anche a chi ha dei limiti dovuti ad una disabilità, delle emozioni che altrimenti sarebbe difficile assaporare come gli altri.


feb 24 2011

M’illumino di meno …ma ci “vedo” di più!

Tag: Esperienze, topdaniela @ 2:59 pm

Cari lettori di liguriaccessibile, voglio presentarvi un’iniziativa davvero bella e un ragazzo straordinario. Vincenzo.
In occasione della Giornata del Risparmio Energetico  m’ illumono di meno  del 18 febbraio e’ partita contemporaneamente anche un’iniziativa con la scuola ,dell’Istituto Costa di Lecce. L’ iniziativa e’ stata creata da uno studente,  Vincenzo Rubano, studente della classe 3A, non vedente, che gli ha dato il nome  M’illumino di meno …ma ci “vedo” di più!.

Visto che la categoria dei non vedenti, per motivi di forza maggiore, non può accorgersi delle luci che si spengono, in casa, per strada o nelle piazze, ha pensato ad un modo originale per far partecipare all’iniziativa di Radio 2 anche tutte le persone che sono nelle sue condizioni.
Il 18 febbraio 2011, alle ore 18, anziché spegnere una luce, ha “acceso” una pagina sul web.
La pagina resterà “accesa” fino al 4 marzo, e servirà a realizzare un sondaggio relativo all’uso delle nuove tecnologie (computer, internet, social network, etc.) da parte dei non vedenti.

Vincenzo frequenta l’indirizzo “programmatori” e spesso si sente chiedere, con stupore, come sia possibile che un ragazzo non vedente possa utilizzare il pc, il web ed i servizi ad esso connessi o addirittura imparare a programmare nei linguaggi Html, Php, etc.

L’  idea di Vincenzo , quindi, vuole sfatare questa cattiva convinzione e dimostrare che vi sono molte persone che, pur non disponendo dell’uso della vista, sono assolutamente in grado di “vedere” un monitor!

Personalmente ho gia partecipato anch’io al sondaggio e insieme a me come potete notare anche altre decine di persone.
Vi consiglio davvero di provarci e di ascoltarlo, e’ davvero importante che il suo progetto sia divulgato il piu’ possibile .

collegatevi al link :
http://www.gpace.net/milluminodimeno.html


feb 08 2011

Tutti a bordo dell’accessibilità per muoversi in città

Faccio un riferimento ad un articolo che avevo precedentemente pubblicato sul blog “L’ora giusta alposto giusto” e così vi racconto come a volte, la perseveranza, viene premiata!

“Ecco tre link utilissimi per tutti gli utenti di AMT che vogliono sapere gli orari dei bus dai capolinea o addirittura, proprio dalla fermata desiderata,
ma che a causa di problemi alla vista, non riescono a leggere le tabelle o non riescono ad accedere al sito Internet, in quanto la sintesi vocale fa fatica
a districarsi fra troppe pagine piene di numeri.

www.amt.genova.it/pianifica/orariz.asp

questo serve a sapere gli orari dai capolinea della linea desiderata

www.amt.genova.it/orari/percorsoz.asp

questo serve a sapere il codice della fermata che ci interessa

www.amt.genova.it/pianifica/passaggiz.asp

questo serve a sapere l’orario in cui passerà il bus alla fermata desiderata”.

Tutto è nato dalle costanti richieste della Signora Nella, una disabile visiva che viaggia molto sugli autobus per inseguire i suoi mille interessi e che aveva il problema, di non riuscire ad accedere al servizio orari su Internet o alle tabelle degli orari sulle fermate.
Doveva continuamente chiamare il numero verde della AMT per sapere orari o altre informazioni, spiegando sempre le sue difficoltà.
Finchè un bel giorno…incredibilmente…viene contattata dall’Ingegnere Dott. Giorgio Peressin, della stessa AMT che le chiede direttamente quali fossero le sue esigenze specifiche e a quali problemi andasse incontro.
La Signora Nella ha spiegato tutto e le è stato risposto che si sarebbero presi provvedimenti in merito, per aiutare tutte le persone nelle sue stesse condizioni.
Così dopo un po’ di tempo, durante il quale c’è stata collaborazione tra l’utente e l’azienda di trasporti, è avvenuta la creazione di questi tre links all’interno del vastissimo sito della AMT, ma che a differenza di tutto il resto, sono perfettamente accessibili e facili da consultare da chi come la Signora Nella, usa una sintesi vocale per navigare su Internet.
Ora anche il nostro amico Mirko, disabile motorio, che come la superattiva Signora Nella, viaggia sugli autobus per inseguire i suoi mille interessi, ha fatto la sua richiesta alla AMT.
Come si suol dire: “Giacchè avete fatto 30…fate anche 31”!
In concreto Mirko chiede che questo bel servizio venga integrato con gli orari degli autobus attrezzati per il trasporto delle carrozzine.
Noi ormai confidiamo nella sensibilità dimostrata dall’azienda di trasporti genovese e quindi crediamo che non tarderà a dare una bella notizia anche a Mirko e a tutti quelli che come lui, pur avendo le ruote…non riescono a muoversi in città! (Mi permetto di scherzarci su, perché conosco Mirko e so che è lui il primo a sdrammatizzare sempre!)

Volevo anche segnalare un’iniziativa simile che a suo tempo era stata presa dalla Regione Liguria, proprio per quanto riguarda l’accessibilità degli orari dei trasporti e alla quale aveva collaborato, per la sua realizzazione, la Cooperativa sociale David Chiossone, che si occupa proprio di accessibilità dei siti Web e degli spazi urbani, da parte delle persone disabili.(www.chiossone.net)

Segnalo qui il link che porta proprio alla pagina dei trasporti della Regione Liguria:

http://www.regione.liguria.it/argomenti/territorio-ambiente-e-infrastrutture/trasporti/tpl-e-disabili/accessibilita/orario-trasporti-accessibile.html


feb 01 2011

Quel genio di Fulvio Frisone!

Tag: Esperienze, toppatrizia @ 12:17 pm

Una mattina, mentre ero a casa con l’influenza e facevo il classico zapping alla Tv, mi è capitato di vedere un’intervista a una persona straordinaria e sono subito andata ad informarmi meglio e credo che meriti davvero leggere notizie di questo genere che tengono alta la bandiera di chi ogni giorno lotta duramente per avere un posto in questa società fatta di pregiudizi.

Pubblico ora alcune notizie generali su questo “eroe” nonché genio pensate…della fisica nucleare! Potete approfondire sul sito http://www.fondazionefrisone.it/fulvio.aspx

Fulvio Frisone, nato a Catania nel 1966, spastico distonico per un tragico errore nel momento del parto, nonostante la sua disabilità è considerato uno

dei più brillanti fisici nucleari italiani.

La sua vita potrebbe essere paragonata a quella di Stephen Hawkins, genio della fisica teorica e premio Nobel da decenni paralizzato e costretto su una

sedia a rotelle. Ma se Hawkins è diventato disabile dopo, Fulvio ha dovuto fare fin dalla nascita tutta la strada in salita, aiutato da due meravigliosi

genitori.

La madre, Lucia, detta “mamma ciclone”, lo ha stimolato, riuscendo a farlo parlare, poi ha imposto il diritto allo studio del suo bambino vincendo una

lunga battaglia contro le scuole di Siracusa. Il padre Carmelo ha poi inventato un casco con un’asta che consente a Fulvio di sfruttare – per scrivere

e disegnare attraverso il pc – gli unici movimenti coordinati del suo corpo: quelli della testa.

Anche grazie a quel casco Frisone si è laureato nel 1989 in fisica nucleare con una tesi su “Le reazioni di fusione D-D in palladio deuterato”. Ormai da

più di dieci anni, svolge attività di ricerca nel dipartimento di Fisica e astronomia dell’Università di Catania continuandosi a occupare di fusione fredda,

la fonte di energia pulita che potrebbe rivoluzionare, in meglio, il nostro modo di vivere. I suoi studi sull’argomento gli hanno procurato una vasta fama

a livello internazionale. E’ stato invitato a parlare di fusione fredda in Russia, Cina, Usa e negli Emirati arabi uniti.

Ha ricevuto numerosi premi in tutto il mondo, tra cui il Toyp per la ricerca scientifica.

Recentemente, Frisone ha dedicato i suoi studi ai fattori inquinanti che possono determinare dei buchi neri nell’atmosfera e alla possibilità di produrre

energia nucleare pulita escludendo le scorie radioattive. Nel 2001 i giornali hanno dato un ampio risalto alla notizia che Frisone aveva rifiutato un posto

di ricercatore nell’Università americana dell’Illinois, preferendo rimanere in Sicilia. Nel 2005 la Regione siciliana ha istituito, intitolandola a Fulvio

Frisone, una Fondazione con il fine di favorire il più ampio diritto alla formazione scientifica e culturale, nonché l’attività di ricerca nel settore

della fisica nucleare.

Una storia esemplare, quella di Fulvio Frisone, su cui sono stati scritti diversi libri e da cui è stato tratto un film: “Il figlio della luna”, girato

nel 2006 dalla Rai.


gen 27 2011

Vorrei essere

Tag: Poesie e Racconti, topdaniela @ 1:53 pm

Vorrei essere

Vorrei essere il cielo

Per vegliare sul mondo intero.

Vorrei essere il mare

Per tutto il mondo amare.

Vorrei essere la luna,

per a tutta l’umanità

portar fortuna.

Vorrei essere una stella,

per in ciel brillare,

rispecchiar sul mare

e su te vegliare!

Vorrei essere il sole,

per riscaldare ogni cuore

e farli straripar d’amore.

Mariangela Zaccone

Genova, 11/09/2009.


dic 15 2010

La società delle illusioni ottiche

Tag: Esperienze, toppatrizia @ 12:13 pm

Io ho trovato questo articolo davvero bello nella sua realtà che mi ritrovo a vivere  quotidianamente. Mi ha colpito anche la particolare sensibilità del giornalista nel cogliere aspetti e problematiche della vita dei disabili visivi, che si trovano catapultati in una società dove la visione è la condizione fondamentale per sopravvivere.

Superando.it del 14-12-2010

La società delle illusioni ottiche (di Franco Bomprezzi*)

Probabilmente sono proprio le persone non vedenti a subire oggi, in questa civiltà dell’immagine e dell’estetica, i danni più subdoli e feroci. Tutto sta

diventando “video”, in una sorta di “congiura elettronica” da parte di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”. E così la sensazione è che

le persone non vedenti siano state costrette a costruirsi un mondo quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri…

Il 13 dicembre, Santa Lucia, viene definito come “il giorno più corto dell’anno”, anche se non è vero, è solo il giorno in cui il sole tramonta prima.

È un momento in cui fa buio presto, si accendono i lampioni e le luminarie natalizie, appese ormai ovunque, quasi a voler trasmettere un’allegria e una

sensazione di normalità, di festa, e di regali che da troppo tempo ci sfugge, sepolta sotto le preoccupazioni di conti correnti risicati e in bilico fra

il nero e il rosso.

Parlo sempre di colori, di luce, di volti, di espressioni. E so che spesso mi leggono persone che non vedono. Che hanno visto per qualche anno, e poi basta.

Oppure che non hanno mai visto nulla. Solo il buio. E le immagini della mente. Non ho mai riflettuto abbastanza sulla cecità, pur avendo incontrato – in

tutti questi anni di impegno per i diritti delle persone con disabilità – molte persone cieche.

Mi permetto di fare qualche riflessione, del tutto soggettiva e parziale, proprio in occasione del giorno di Santa Lucia, protettrice dei ciechi. Penso

di averne diritto, di non dovermi censurare solo perché “non mi riguarda”. Altrimenti questa impossibilità di parlarne sarebbe del tutto corrispondente

alla classica frase che molti amici a rotelle pronunciano, o pensano: «Cosa volete capire voi, che non siete nella mia condizione?». Forse qualcosa possiamo

capire.

Ad esempio penso che oggi i non vedenti stiano subendo i danni più subdoli e feroci della nostra civiltà dell’immagine e dell’estetica. Tutto sta diventando

“video”. Dal cellulare touch screen, allo smart phone, dal televisore “full hd” al web di YouTube, dai maxischermi agli angoli delle piazze ai totem dei

centri commerciali, dai bancomat che si usano solo toccando lo schermo ai bagni elettronici dei treni, dagli ipad agli elettrodomestici con i comandi “a

sfioro”.

Una congiura elettronica, un contrappasso feroce di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”, ma ritiene che tutti siano “diversamente normali”.

I ciechi fanno le spese di questo tripudio tecnologico.

E poco importa sapere che sono stati capaci, i non vedenti, di lavorare anno dopo anno a smontare le barriere della comunicazione che di volta in volta

il “genio di turno” gli parava dinnanzi.

Ora tutti usano lo “screen reader”, hanno familiarità con il computer e con il telefono cellulare, con i registratori digitali, con la webradio. Ma ho

la sensazione – posso sbagliarmi – che siano stati costretti a costruirsi un modo virtuale quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri. Una minoranza

combattiva e tenace, provvista di autoironia e di grinta, ma sinceramente ammirevole per questa battaglia quotidiana rimasta culturalmente di nicchia.

Perché anche per i ciechi vale la regola che “solo i belli vanno in televisione”, solo gli eroi o i superdotati bucano l’anonimato. Bocelli ce l’ha fatta.

Ma sono tanti i ciechi che cantano benissimo, forse qualcuno meglio di lui.

Ci fermiamo ad “ammirare” i ciechi, non a parlare con loro da pari a pari. Rarissimo che questo succeda. Anche nello sport restiamo stupefatti delle imprese

degli sciatori, o degli atleti che corrono in pista. Cinque minuti di commozione, poi basta. Ci aspettiamo sempre che dicano parole eccezionali, che turbino

per un attimo il nostro benessere di “normalmente vedenti”.

Abbiamo preso per un gioco di società anche l’ultimo, intelligente tentativo di farci capire che cosa significa vivere senza luce. “Dialogo nel buio”,

le “cene al buio”, ora perfino gli “aperitivi al buio”. Occasioni per tuffarsi qualche ora in una dimensione pazzesca, sapendo però che ne usciremo presto,

e potremo perfino divertirci a descrivere che cosa abbiamo provato, le nostre paure, il panico, il disorientamento. Tanto poi passa, si torna alla luce.

Ma i nostri “amici” ciechi no.

Secondo me si divertono assai in questo gioco perfido. Sono loro a studiare le nostre reazioni, a confrontarle con le loro sicurezze. Credo che queste

esperienze li aiutino ad accrescere la propria autostima, anche se non sono sicuro che sperino in un cambiamento culturale e sociale davvero importante.

Ho notato, nei convegni, che quando prende la parola un cieco, tutti si azzittiscono improvvisamente. Lo si ascolta come se fosse Tiresia, come se dalle

sue parole si potesse trarre qualche grande profezia morale sul nostro futuro di umani. Proviamo rispetto, certo. Ma forse anche un profondo senso di colpa.

E soggezione, ammirazione, sia pure con il dovuto distacco.

Il fatto è che siamo consapevoli che esiste una generazione di ciechi attivi e responsabili, inseriti nel lavoro e nella società, capaci di muoversi autonomamente

nonostante le nostre città siano impossibili quasi per tutti. Lo sappiamo, ma non vogliamo davvero sapere come fanno. E se hanno bisogno di qualche nostro

consiglio, o aiuto, o intervento pratico.

Abbiamo paura del buio, fin da piccoli. Lo sappiamo bene, ma non vogliamo pensarci. Oggi più che mai questa paura si associa ad altre insicurezze. Il paradosso

è che questa società della comunicazione globale e interattiva si sta rivelando spesso un bluff, un’illusione ottica. Trionfano le immagini, non il pensiero.

E ciò che più mi affascina degli amici ciechi, in realtà, è quella loro capacità di pensare e di memorizzare, di catalogare nel buio della mente i ricordi,

gli odori, le sensazioni, i sentimenti, le idee.

Il buio può essere un grande amico della consapevolezza. Ma per me è una scelta. Per chi non vede è la realtà senza alternative.

Buon 13 dicembre, amici. Con gratitudine.

*Testo apparso anche in «FrancaMente», il blog senza barriere di Vita.blog, con il titolo Santa Lucia, auguri a chi non vede e qui ripreso con alcuni adattamenti.

Io ho trovato questo articolo davvero bello nella sua realtà che mi ritrovo a vivere  quotidianamente. Mi ha colpito anche la particolare sensibilità del giornalista nel cogliere aspetti e problematiche della vita dei disabili visivi, che si trovano catapultati in una società dove la visione è la regola fondamentale per sopravvivere.

Superando.it del 14-12-2010

La società delle illusioni ottiche (di Franco Bomprezzi*)

Probabilmente sono proprio le persone non vedenti a subire oggi, in questa civiltà dell’immagine e dell’estetica, i danni più subdoli e feroci. Tutto sta

diventando “video”, in una sorta di “congiura elettronica” da parte di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”. E così la sensazione è che

le persone non vedenti siano state costrette a costruirsi un mondo quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri…

Il 13 dicembre, Santa Lucia, viene definito come “il giorno più corto dell’anno”, anche se non è vero, è solo il giorno in cui il sole tramonta prima.

È un momento in cui fa buio presto, si accendono i lampioni e le luminarie natalizie, appese ormai ovunque, quasi a voler trasmettere un’allegria e una

sensazione di normalità, di festa, e di regali che da troppo tempo ci sfugge, sepolta sotto le preoccupazioni di conti correnti risicati e in bilico fra

il nero e il rosso.

Parlo sempre di colori, di luce, di volti, di espressioni. E so che spesso mi leggono persone che non vedono. Che hanno visto per qualche anno, e poi basta.

Oppure che non hanno mai visto nulla. Solo il buio. E le immagini della mente. Non ho mai riflettuto abbastanza sulla cecità, pur avendo incontrato – in

tutti questi anni di impegno per i diritti delle persone con disabilità – molte persone cieche.

Mi permetto di fare qualche riflessione, del tutto soggettiva e parziale, proprio in occasione del giorno di Santa Lucia, protettrice dei ciechi. Penso

di averne diritto, di non dovermi censurare solo perché “non mi riguarda”. Altrimenti questa impossibilità di parlarne sarebbe del tutto corrispondente

alla classica frase che molti amici a rotelle pronunciano, o pensano: «Cosa volete capire voi, che non siete nella mia condizione?». Forse qualcosa possiamo

capire.

Ad esempio penso che oggi i non vedenti stiano subendo i danni più subdoli e feroci della nostra civiltà dell’immagine e dell’estetica. Tutto sta diventando

“video”. Dal cellulare touch screen, allo smart phone, dal televisore “full hd” al web di YouTube, dai maxischermi agli angoli delle piazze ai totem dei

centri commerciali, dai bancomat che si usano solo toccando lo schermo ai bagni elettronici dei treni, dagli ipad agli elettrodomestici con i comandi “a

sfioro”.

Una congiura elettronica, un contrappasso feroce di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”, ma ritiene che tutti siano “diversamente normali”.

I ciechi fanno le spese di questo tripudio tecnologico.

E poco importa sapere che sono stati capaci, i non vedenti, di lavorare anno dopo anno a smontare le barriere della comunicazione che di volta in volta

il “genio di turno” gli parava dinnanzi.

Ora tutti usano lo “screen reader”, hanno familiarità con il computer e con il telefono cellulare, con i registratori digitali, con la webradio. Ma ho

la sensazione – posso sbagliarmi – che siano stati costretti a costruirsi un modo virtuale quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri. Una minoranza

combattiva e tenace, provvista di autoironia e di grinta, ma sinceramente ammirevole per questa battaglia quotidiana rimasta culturalmente di nicchia.

Perché anche per i ciechi vale la regola che “solo i belli vanno in televisione”, solo gli eroi o i superdotati bucano l’anonimato. Bocelli ce l’ha fatta.

Ma sono tanti i ciechi che cantano benissimo, forse qualcuno meglio di lui.

Ci fermiamo ad “ammirare” i ciechi, non a parlare con loro da pari a pari. Rarissimo che questo succeda. Anche nello sport restiamo stupefatti delle imprese

degli sciatori, o degli atleti che corrono in pista. Cinque minuti di commozione, poi basta. Ci aspettiamo sempre che dicano parole eccezionali, che turbino

per un attimo il nostro benessere di “normalmente vedenti”.

Abbiamo preso per un gioco di società anche l’ultimo, intelligente tentativo di farci capire che cosa significa vivere senza luce. “Dialogo nel buio”,

le “cene al buio”, ora perfino gli “aperitivi al buio”. Occasioni per tuffarsi qualche ora in una dimensione pazzesca, sapendo però che ne usciremo presto,

e potremo perfino divertirci a descrivere che cosa abbiamo provato, le nostre paure, il panico, il disorientamento. Tanto poi passa, si torna alla luce.

Ma i nostri “amici” ciechi no.

Secondo me si divertono assai in questo gioco perfido. Sono loro a studiare le nostre reazioni, a confrontarle con le loro sicurezze. Credo che queste

esperienze li aiutino ad accrescere la propria autostima, anche se non sono sicuro che sperino in un cambiamento culturale e sociale davvero importante.

Ho notato, nei convegni, che quando prende la parola un cieco, tutti si azzittiscono improvvisamente. Lo si ascolta come se fosse Tiresia, come se dalle

sue parole si potesse trarre qualche grande profezia morale sul nostro futuro di umani. Proviamo rispetto, certo. Ma forse anche un profondo senso di colpa.

E soggezione, ammirazione, sia pure con il dovuto distacco.

Il fatto è che siamo consapevoli che esiste una generazione di ciechi attivi e responsabili, inseriti nel lavoro e nella società, capaci di muoversi autonomamente

nonostante le nostre città siano impossibili quasi per tutti. Lo sappiamo, ma non vogliamo davvero sapere come fanno. E se hanno bisogno di qualche nostro

consiglio, o aiuto, o intervento pratico.

Abbiamo paura del buio, fin da piccoli. Lo sappiamo bene, ma non vogliamo pensarci. Oggi più che mai questa paura si associa ad altre insicurezze. Il paradosso

è che questa società della comunicazione globale e interattiva si sta rivelando spesso un bluff, un’illusione ottica. Trionfano le immagini, non il pensiero.

E ciò che più mi affascina degli amici ciechi, in realtà, è quella loro capacità di pensare e di memorizzare, di catalogare nel buio della mente i ricordi,

gli odori, le sensazioni, i sentimenti, le idee.

Il buio può essere un grande amico della consapevolezza. Ma per me è una scelta. Per chi non vede è la realtà senza alternative.

Buon 13 dicembre, amici. Con gratitudine.

*Testo apparso anche in «FrancaMente», il blog senza barriere di Vita.blog, con il titolo Santa Lucia, auguri a chi non vede e qui ripreso con alcuni adattamenti.

Superando.it del 14-12-2010

La società delle illusioni ottiche (di Franco Bomprezzi*)

Probabilmente sono proprio le persone non vedenti a subire oggi, in questa civiltà dell’immagine e dell’estetica, i danni più subdoli e feroci. Tutto sta

diventando “video”, in una sorta di “congiura elettronica” da parte di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”. E così la sensazione è che

le persone non vedenti siano state costrette a costruirsi un mondo quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri…

Il 13 dicembre, Santa Lucia, viene definito come “il giorno più corto dell’anno”, anche se non è vero, è solo il giorno in cui il sole tramonta prima.

È un momento in cui fa buio presto, si accendono i lampioni e le luminarie natalizie, appese ormai ovunque, quasi a voler trasmettere un’allegria e una

sensazione di normalità, di festa, e di regali che da troppo tempo ci sfugge, sepolta sotto le preoccupazioni di conti correnti risicati e in bilico fra

il nero e il rosso.

Parlo sempre di colori, di luce, di volti, di espressioni. E so che spesso mi leggono persone che non vedono. Che hanno visto per qualche anno, e poi basta.

Oppure che non hanno mai visto nulla. Solo il buio. E le immagini della mente. Non ho mai riflettuto abbastanza sulla cecità, pur avendo incontrato – in

tutti questi anni di impegno per i diritti delle persone con disabilità – molte persone cieche.

Mi permetto di fare qualche riflessione, del tutto soggettiva e parziale, proprio in occasione del giorno di Santa Lucia, protettrice dei ciechi. Penso

di averne diritto, di non dovermi censurare solo perché “non mi riguarda”. Altrimenti questa impossibilità di parlarne sarebbe del tutto corrispondente

alla classica frase che molti amici a rotelle pronunciano, o pensano: «Cosa volete capire voi, che non siete nella mia condizione?». Forse qualcosa possiamo

capire.

Ad esempio penso che oggi i non vedenti stiano subendo i danni più subdoli e feroci della nostra civiltà dell’immagine e dell’estetica. Tutto sta diventando

“video”. Dal cellulare touch screen, allo smart phone, dal televisore “full hd” al web di YouTube, dai maxischermi agli angoli delle piazze ai totem dei

centri commerciali, dai bancomat che si usano solo toccando lo schermo ai bagni elettronici dei treni, dagli ipad agli elettrodomestici con i comandi “a

sfioro”.

Una congiura elettronica, un contrappasso feroce di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”, ma ritiene che tutti siano “diversamente normali”.

I ciechi fanno le spese di questo tripudio tecnologico.

E poco importa sapere che sono stati capaci, i non vedenti, di lavorare anno dopo anno a smontare le barriere della comunicazione che di volta in volta

il “genio di turno” gli parava dinnanzi.

Ora tutti usano lo “screen reader”, hanno familiarità con il computer e con il telefono cellulare, con i registratori digitali, con la webradio. Ma ho

la sensazione – posso sbagliarmi – che siano stati costretti a costruirsi un modo virtuale quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri. Una minoranza

combattiva e tenace, provvista di autoironia e di grinta, ma sinceramente ammirevole per questa battaglia quotidiana rimasta culturalmente di nicchia.

Perché anche per i ciechi vale la regola che “solo i belli vanno in televisione”, solo gli eroi o i superdotati bucano l’anonimato. Bocelli ce l’ha fatta.

Ma sono tanti i ciechi che cantano benissimo, forse qualcuno meglio di lui.

Ci fermiamo ad “ammirare” i ciechi, non a parlare con loro da pari a pari. Rarissimo che questo succeda. Anche nello sport restiamo stupefatti delle imprese

degli sciatori, o degli atleti che corrono in pista. Cinque minuti di commozione, poi basta. Ci aspettiamo sempre che dicano parole eccezionali, che turbino

per un attimo il nostro benessere di “normalmente vedenti”.

Abbiamo preso per un gioco di società anche l’ultimo, intelligente tentativo di farci capire che cosa significa vivere senza luce. “Dialogo nel buio”,

le “cene al buio”, ora perfino gli “aperitivi al buio”. Occasioni per tuffarsi qualche ora in una dimensione pazzesca, sapendo però che ne usciremo presto,

e potremo perfino divertirci a descrivere che cosa abbiamo provato, le nostre paure, il panico, il disorientamento. Tanto poi passa, si torna alla luce.

Ma i nostri “amici” ciechi no.

Secondo me si divertono assai in questo gioco perfido. Sono loro a studiare le nostre reazioni, a confrontarle con le loro sicurezze. Credo che queste

esperienze li aiutino ad accrescere la propria autostima, anche se non sono sicuro che sperino in un cambiamento culturale e sociale davvero importante.

Ho notato, nei convegni, che quando prende la parola un cieco, tutti si azzittiscono improvvisamente. Lo si ascolta come se fosse Tiresia, come se dalle

sue parole si potesse trarre qualche grande profezia morale sul nostro futuro di umani. Proviamo rispetto, certo. Ma forse anche un profondo senso di colpa.

E soggezione, ammirazione, sia pure con il dovuto distacco.

Il fatto è che siamo consapevoli che esiste una generazione di ciechi attivi e responsabili, inseriti nel lavoro e nella società, capaci di muoversi autonomamente

nonostante le nostre città siano impossibili quasi per tutti. Lo sappiamo, ma non vogliamo davvero sapere come fanno. E se hanno bisogno di qualche nostro

consiglio, o aiuto, o intervento pratico.

Abbiamo paura del buio, fin da piccoli. Lo sappiamo bene, ma non vogliamo pensarci. Oggi più che mai questa paura si associa ad altre insicurezze. Il paradosso

è che questa società della comunicazione globale e interattiva si sta rivelando spesso un bluff, un’illusione ottica. Trionfano le immagini, non il pensiero.

E ciò che più mi affascina degli amici ciechi, in realtà, è quella loro capacità di pensare e di memorizzare, di catalogare nel buio della mente i ricordi,

gli odori, le sensazioni, i sentimenti, le idee.

Il buio può essere un grande amico della consapevolezza. Ma per me è una scelta. Per chi non vede è la realtà senza alternative.

Buon 13 dicembre, amici. Con gratitudine.

*Testo apparso anche in «FrancaMente», il blog senza barriere di Vita.blog, con il titolo Santa Lucia, auguri a chi non vede e qui ripreso con alcuni adattamenti.


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